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Parità di trattamento e divieto di discriminazione


La legge non impone la parità di trattamento perché l’adozione di misure diversificate spesso è doverosa al fine di tenere conto delle differenze di capacità, esperienza e impegno. Nel mondo del lavoro, questa differenziazione diviene illecita solo quando si scontra con un fattore protetto.

La violazione del divieto di discriminazione produce diverse conseguenze: in primo luogo, gli atti o i patti stipulati in sua funzione vengono dichiarati nulli; l'autore della violazione, inoltre, è tenuto a risarcire il danno, patrimoniale o non, patito dalla vittima succube della discriminazione.
L'uguaglianza nel diritto del lavoro è regolamentata anche da norme comunitarie, le quali hanno rango di norma primaria: eventuali disposizioni interne in contrasto con esse possono essere disapplicate dal giudice nazionale.
Fra le discriminazioni, la più illecita e importante è quella per sesso o genere. Essa è vietata dalle disposizioni costituzionali: l'articolo 37 sancisce che la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni spettanti al lavoratore. Il divieto di discriminazione retributiva è stato fissato anche nella normativa europea e in quella internazionale.

L'ordinamento interno ha disciplinato la materia tramite numerose leggi, confluite nel codice delle pari opportunità tra uomo e donna, emanato nel 2006. L’articolo 25 del Codice considera discriminazione di genere qualsiasi atto o patto che produca un effetto pregiudizievole, discriminando le lavoratrici o i lavoratori in ragione del loro sesso (discriminazione diretta).
Affinché vi sia discriminazione non è rilevante il motivo psicologico di chi ha adottato l'atto o il patto illecito; bisogna tener conto esclusivamente delle effetto discriminatorio causato.
Il codice, inoltre, distingue la discriminazione diretta da quella indiretta: quest'ultima sussiste quando una disposizione, un patto o un comportamento apparentemente neutri mettono il lavoratore di un determinato sesso in una posizione di svantaggio rispetto ai colleghi del sesso opposto. I suddetti atti o patti non si considerano discriminatori solo se costituiscono requisiti essenziali per lo svolgimento dell'attività lavorativa.
Infine, si considera discriminatorio anche ogni trattamento meno favorevole in ragione dello stato di gravidanza, di maternità o paternità.
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