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Normativa sul finanziamento dei partiti politici



Sin dalla sua creazione, la normativa relativa al finanziamento dei partiti politici era caratterizzata inoltre dalla larghezza con la quale si riconosceva il diritto al rimborso, sicché essa finì per costituire anche uno dei maggiori fattori di frammentazione del sistema politico.

Alcune inchieste giudiziarie sulla gestione fraudolenta dei rimborsi elettorali hanno portato a una complessiva riforma nel senso del superamento del finanziamento pubblico diretto. I fondi che venivano corrisposti ai partiti in proporzione ai voti ottenuti nelle elezioni della Camera, del Senato, dei consigli regionali e del Parlamento europeo sono stati prima dimezzati (da 182 milioni di euro a 91 milioni) con la l. 6 luglio 2012, n. 96 e poi ulteriormente ridotti con il d.l. 28 dicembre 2013, n. 149 (convertito dalla l. 13/2014), fino ad abolirli del tutto dal 2017.
In base al d.l. 149/2013, i partiti si finanziano:

- attraverso contribuzioni volontarie fiscalmente agevolate, cioè erogazioni liberali di privati che danno diritto a detrazioni fiscali (la detrazione, pari al 26% per importi compresi tra 30 e 30 mila euro, è generosa, ma lo stesso è previsto per le donazioni alle Onlus); esiste però un limite al finanziamento privato dei partiti: nessuno può corrispondere a un partito più di 100 mila euro l’anno; sono considerati detraibili anche i versamenti, effettuati in forza di norme interne dei partiti, di quote delle indennità degli eletti alle cariche pubbliche;
- attraverso contribuzioni indirette sulla base delle scelte espresse dai cittadini, che hanno la facoltà di destinare il 2 per mille della propria imposta sul reddito a favore di un partito rappresentato in Parlamento; è previsto però un tetto alle risorse destinate ai partiti, e perciò sottratte all’erario (25,1 milioni all’anno).
In definitiva, è possibile affermare che nel corso del tempo la normativa relativa al finanziamento dei partiti politici è stata soggetta a previsioni sempre più stringenti.