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La monarchia costituzionale era un regime intrinsecamente instabile. Basandosi su due organi tra loro indipendenti, il re e la Camera dei deputati, poteva funzionare solo in base al loro accordo. In caso di contrasto, uno dei due doveva necessariamente prendere il sopravvento. È quanto accadde già nelle prime applicazioni dello Statuto. La Camera dei deputati divenne il vero centro della vita politica e il re in generale si piegò alla volontà della Camera. I fattori decisivi di questa evoluzione furono due: la trasformazione del Governo da organo del re a organo della maggioranza parlamentare e l’estromissione del re dall’attività legislativa. Quanto al primo punto, il potere esecutivo era attribuito dallo Statuto al re, il quale per esercitarlo, si avvaleva di propri Ministri, che poteva nominare e revocare. Alla metà degli anni Cinquanta dell’Ottocento, si era però avviata la consuetudine secondo la quale il re nominava alla carica di Ministro persone che godessero della fiducia della Camera dei deputati, cioè persone gradite alla maggioranza di quest’organo. La sfiducia della Camera, al contrario, portava alle dimissioni di queste persone. Il Governo regio, in questo modo, si era trasformato in Governo parlamentare. Quanto al secondo punto, lo Statuto prevedeva che la volontà del Parlamento non poteva diventare legge se non col consenso del re. Il potere di rifiutare il consenso cadde però in disuso poiché il re, per ragioni politiche, tendeva ad evitare conflitti con la borghesia e ad assecondare la politica della maggioranza parlamentare. Su entrambi i punti ora esaminati, senza che fosse cambiata la lettera dello Statuto, si verificò quindi una trasformazione della monarchia costituzionale in sistema monarchico parlamentare. Il sistema parlamentare è infatti quello incentrato sulla prevalenza politica del Parlamento e, in particolare, sulla dipendenza del Governo dalla fiducia parlamentare e sull’esercizio esclusivo da parte del Parlamento della potestà legislativa.
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