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Leggi di interpretazione autentica


Le leggi di interpretazione autentica sono leggi retroattive, dato che il significato stabilito dal legislatore riguarda disposizioni già in vigore: dal momento dell’entrata in vigore della legge di interpretazione autentica l’interprete (qualsiasi interprete) deve applicare la legge secondo il senso prescritto dal legislatore.
Parte della dottrina, in considerazione del fatto che simili leggi fissano autoritativamente l’unico significato che la disposizione interpretata deve esprimere, ritiene che l’interpretazione autentica non sia interpretazione del diritto ma produzione di nuovo diritto. La Corte costituzionale propende per la natura solo interpretativa di queste leggi. Perciò dichiara incostituzionali quelle leggi di interpretazione autentica che, anziché interpretare, in realtà innovano. La natura interpretativa va infatti riconosciuta soltanto alla legge che, fermo il tenore testuale della disposizione interpretata, ne chiarisce il contenuto scegliendo una sola fra le varie interpretazioni ragionevolmente possibili (v. sentt. 233/1988, 155 e 380/1990). In tal caso la legge interpretativa è considerata legittima, sempre che siano rispettati i limiti generali posti dalla Corte all’efficacia retroattiva delle leggi, in particolare il «rispetto delle funzioni costituzionalmente riservate al potere giudiziario»: di qui l’illegittimità di disposizioni di interpretazione autentica volte a influire arbitrariamente su giudizi in corso di definizione (v. sent. 209/2010).

Le clausole generali non vanno confuse con i principi generali . I principi sono vere e proprie norme, le clausole sono strumenti affidati all’interprete per la ricerca di norme. Spesso le clausole generali servono a rendere possibile l’applicazione di principi: ad esempio, la clausola generale della buona fede, in quanto espressione del principio costituzionale di solidarietà sociale (art. 2 Cost.), si applica anche a prescindere da un espresso richiamo del codice civile.
Clausole generali e principi generali, come si diceva, possiedono (o fanno riferimento a) una struttura a fattispecie aperta. In conseguenza di ciò, il classico sillogismo giuridico non può operare in modo stringente: perciò alcune ricostruzioni teoriche adottano la metafora del «circolo ermeneutico». Si valorizza così il rapporto fra norme e casi mirando ad assicurare la giustizia del caso concreto e ricercando, più che l’esatta interpretazione della disposizione, quella più adeguata al caso da risolvere.
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