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Fonti giuridiche collettive

Fra le fonti collettive rientrano i contratti collettivi di lavoro, destinati a disciplinare il rapporto di lavoro fra datori di lavoro e lavoratori. Infatti, l’art. 39 Cost. prevede che i sindacati registrati e dotati di personalità giuridica «possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie cui il contratto si riferisce».
Questa disposizione costituzionale stabilisce una riserva di competenza per i contratti collettivi così stipulati, ferma restando la possibilità per la fonte legislativa di stabilire i principi inderogabili entro cui deve svolgersi l’autonomia contrattuale.
Tuttavia, all’art. 39 non è stata data attuazione per ragioni varie (prima per l’ostilità dei sindacati più piccoli che sarebbero stati penalizzati dalla rappresentanza proporzionale rispetto a quelli maggiori; poi perché la norma, attenuatasi la netta delimitazione fra categorie, è stata considerata troppo rigida rispetto alle esigenze delle dinamiche contrattuali). Il vuoto è stato riempito dai contratti collettivi di diritto comune, stipulati ai sensi del codice civile, che vincolano pertanto solo gli aderenti alle organizzazioni, imprenditoriali e sindacali, che li stipulano. Effetti non dissimili da quelli previsti dall’art. 39 si sono ottenuti grazie all’applicazione di quelle disposizioni del codice civile (artt. 2077 e 2113) che rendono invalide talune clausole dei contratti individuali difformi dal contratto collettivo. Ha concorso allo stesso esito, inoltre, la giurisprudenza che ha esteso tali contratti anche ai soggetti non obbligati in applicazione dell’art. 36 Cost., che prevede il diritto del lavoratore a una retribuzione proporzionata, individuando in essi la base per determinare il minimo contrattuale dovuto. Ma questi contratti non possono considerarsi vere e proprie fonti del diritto. Potrebbero invece esserlo i contratti collettivi per la disciplina del lavoro nelle pubbliche amministrazioni.

Vari elementi fanno propendere per la tesi che li colloca fra le fonti del diritto: le procedure della contrattazione collettiva sono fissate dalla legge (d.lgs. 165/2001); la legge stessa stabilisce le norme per la rappresentanza della parte contraente pubblica (attribuita a un unico soggetto, l’Aran) e i requisiti di rappresentatività delle organizzazioni sindacali per essere ammesse al tavolo negoziale; i contratti collettivi sono vincolanti per le amministrazioni e per tutti i dipendenti pubblici; essi sono pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale; è riconosciuta la possibilità di ricorso in cassazione per violazione dei contratti. Secondo la Corte costituzionale, pur in assenza di una generalizzata previsione di obbligatorietà, il carattere vincolante dei contratti nei confronti di tutti i dipendenti discende da un preciso obbligo di conformarsi imposto alle amministrazioni datrici di lavoro (v. sent. 309/1997).
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