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Divergenze fra la giurisprudenza costituzionale italiana e quella europea



Nel corso degli anni, le sentenze emesse dalla Corte costituzionale italiana sono state spetto oggetto di condanna da parte della Corte di giustizia dell’Unione Europea. Le divergenze hanno riguardato, in particolare, l’istituto dell’insindacabilità parlamentare (ex art.
68 Cost.). Dell’argomento, infatti, non si è occupata solo la giurisprudenza costituzionale: su questa è intervenuta anche la Corte europea dei diritti dell’uomo. Essa ha più volte condannato l’Italia per l’interpretazione estensiva che le Camere avevano dato alla prerogativa dell’art. 68.1, di fronte a decisioni della Corte costituzionale che avevano a loro volta confermato le delibere parlamentari di insindacabilità.
In questi casi la Corte europea ha dichiarato la violazione del diritto della parte offesa di avere accesso a un tribunale, come sancito dall’art. 6 della Cedu (sentenze Cordova I e II del 2003, De Jorio del 2004, Ielo del 2005, Patrono, Cascini e Stefanelli del 2006, Cgil e Cofferati I e II del 2009 e 2010, Onorato del 2011). Le pronunce citate hanno registrato una divergenza fra le due Corti, seguendo una linea ancor più severa, fondata su una sorta di presunzione di estraneità alle funzioni parlamentari delle opinioni espresse al di fuori delle sedi proprie.

La Corte costituzionale ha dovuto tenere conto di tale divergente orientamento, anche considerato il rilievo giuridico più stringente che la Cedu e la connessa giurisprudenza della Corte europea dei diritti hanno assunto nell’ordinamento italiano alla luce dell’art. 117.1 Cost., e ha così iniziato a richiamare le decisioni del giudice europeo. Nella sent. 313/2013 (caso Storace) ne sono testualmente riportati alcuni passaggi significativi, laddove si sottolinea come «non si possa giustificare un rifiuto di accesso alla giustizia per il solo fatto che la disputa possa essere di natura politica oppure connessa ad un’attività politica». Il giudice costituzionale ha quindi affermato che lo scrutinio relativo alla sussistenza del nesso funzionale «va in ogni caso condotto in termini particolarmente rigorosi, secondo un parametro che questa Corte ha da tempo individuato nella corrispondenza sostanziale» (fra opinioni e atti tipici), con ciò ponendosi esplicitamente «in linea con la giurisprudenza della Corte di Strasburgo, ove, nel bilanciamento tra le contrapposte esigenze, si richiede la sussistenza di un legame evidente tra l’atto in ipotesi lesivo e l’esercizio della funzione tipica del parlamentare». Successive sentenze hanno ormai ribadito questo allineamento (v. ad es. la sent. 59/2018 sul caso Calderoli).