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Diritto alla riservatezza e all’oblio


Diritto alla riservatezza


Il diritto alla riservatezza, cioè alla segretezza e all’intimità della vita privata, trova oggi un’applicazione e una necessità di una garanzia molto più ampie rispetto al suo ambito di intervento nel passato. A causa del sopravvento e dello sviluppo dei social network, la privacy e l’intimità del singolo tendono ad essere sempre più pubbliche. La libertà evocata dall’articolo 15, all’epoca della stesura della carta costituzionale, era riferita alla sfera personale, domiciliare o epistolare; oggi, invece, essa inerisce a molti più fattori ed elementi messi in luce dalla nascita dei social network. L’ordinamento italiano riconosce il diritto alla riservatezza in base all’articolo 8 della CEDU e alla convenzione di Strasburgo del 1981. Su pressione dell’Ue, la Corte costituzionale ha annoverato tra i diritti inviolabili della persona il diritto alla riservatezza, con un contenuto più ampio e riconducibile all’inalienabilità evocata dall’articolo 2. Il decreto legislativo 196 del 2003 contiene il codice in cui è inclusa la normativa in materia di privacy, le cui disposizioni sono state superate in seguito all’entrata in vigore, il 25 maggio 2018, del nuovo regolamento dell’Unione europeo. Tale regolamento propone una più stringente tutela alla luce di vicende clamorose, come ad esempio l’uso dei dati personali raccolti su Facebook da parte di aziende e banche. Tra i dati meritevoli di protezione particolare vi sono quelli che vengono definiti «dati sensibili» o, appunto, «dati particolari», capaci di rivelare abitudini, status sociale, condizione sessuale e di salute delle persone.

Diritto all’oblio


Alla luce della lettura dell’articolo 2 come clausola a fattispecie aperta è sorto un diritto strettamente connesso alla tutela della riservatezza: il diritto all’oblio. Tale diritto si affermò in seguito a una sentenza emessa dalla Corte di giustizia dell’Ue tramite cui essa ha condannato Google a causa della continua riproposizione di notizie scomode e passate riguardanti persone note. Inizialmente, Google ha sostenuto di non poter essere condannato dall’Ue perché esso risiede in America. La Corte ha respinto la supposizione dicendo che, avendo Google diverse succursali in ogni Paese del mondo, la condanna fosse lecita. Ai sensi della normativa europea sulla protezione dei dati, è stato stabilito che ogni notizia trascorsa, avendo perso attualità e non perseguendo altro scopo che causare nocumento al soggetto cui la notizia si riferisce, deve essere rimossa. Nell’ambito di questa normativa, dunque, è lecito che ogni persona possa veder rimossa dall’indicizzazione una notizia riguardante un remoto passato che, visto il tempo trascorso, non rappresenti più la sua identità attuale.
Il diritto all’oblio, dunque, consiste nel diritto a ottenere, senza ingiustificato ritardo, la cancellazione dei propri dati personali quando non siano più necessari alle finalità per cui sono stati raccolti o in caso di revoca del consenso.
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