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Diritti di terza generazione


I diritti di terza generazione o diritti sociali si affermarono in particolare dopo la II Guerra mondiale, sebbene essi fossero già stati sperimentati nel 1919 tramite la costituzione della repubblica di Weimar. Tali diritti sono definiti «di terza generazione» o «libertà attraverso lo stato», poiché è proprio lo stato, tramite (appunto attraverso) mezzi economici e sociali, a farsi carico dei bisogni legati al diritto al lavoro, alla salute, all’assistenza, alla provvidenza, ecc. Nell’esercizio della propria autonomia individuale, tali bisogni, infatti, non sono garantiti. Affinché si tutelino le esigenze messe in luce dalla nascita dei diritti di terza generazione, dunque, è necessario che lo stato intervenga attivamente dal punto di vista economico per garantirne attuazione.
Lo stato si assume il compito di verificare se per condizioni economiche, sociali e culturali vi siano alcuni soggetti che, sul piano dei fatti, si trovino in una situazione di svantaggio rispetto ad altri. È proprio in tal senso che la partecipazione attiva dello stato nell’ambito della tutela dei diritti di terza generazione si propone come strumento garante dell’uguaglianza sociale. I principali diritti sociali sono: il diritto alla salute; il diritto all’istruzione; il diritto alla previdenza; il diritto all’assistenza.
Il diritto all’istruzione è tutelato dagli articoli 33 e 34, i quali affermano che «la Repubblica istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi».
Sono proprio la gratuità e le garanzie economiche riservate ai «capaci e meritevoli» ad annoverare il diritto all’istruzione tra i diritti sociali, poiché è lo Stato che, attraverso l’elargizione di cospicue somme di denaro, garantisce l’attuazione pratica di tale diritto. Per l’assegnazione delle borse di studio il costituente pensò a un metodo comparativo, sulla base del quale esse devono essere assegnate, in parità di condizioni economiche, ai più «capaci e meritevoli».
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