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Diritti spettanti ai cittadini dell’Unione Europea


La Corte di giustizia ha ampliato in modo significativo la gamma dei diritti che spettano ai cittadini europei, specialmente al fine di tutelare la libertà di circolazione di coloro che si spostano all’interno dell’Unione. Argomentando che «lo status di cittadino dell’Unione è destinato a essere lo status fondamentale dei cittadini degli stati membri» (sentenza Grzelczyk, causa C-184/99, del 2001), la Corte ha progressivamente valorizzato la dimensione civile, politica e sociale della cittadinanza europea.

Così, ad esempio, il cittadino europeo ha diritto a essere processato nella sua lingua in uno stato membro diverso dal suo, se questo diritto è già garantito dalla legislazione nazionale a una minoranza linguistica (come nel caso dei cittadini di lingua tedesca nella provincia di Bolzano: sentenza Bickel e Franz, causa C-274/96, del 1998); ha diritto a non essere discriminato nell’esercizio del diritto di voto per il Parlamento europeo (sentenza Eman e Sevinger, causa C-300/04, del 2006); ha diritto ad accedere alle prestazioni familiari assicurate ai cittadini dello stato in cui risiede (sentenza Martínez Sala, causa C-85/96, del 1998). Importante è poi la sentenza Zambrano, causa C-34/09, del 2011, con cui la Corte ha riconosciuto il diritto di soggiorno anche al genitore extracomunitario di figli minori cittadini dell’Unione, per non escluderli dal godimento «reale ed effettivo» dei diritti attribuiti ai cittadini europei.
Se tali sviluppi evidenziano una crescente importanza della cittadinanza europea, tuttavia resta il fatto che essa costituisce uno status derivato, cioè dipendente dal possesso della cittadinanza di uno stato membro. L’Unione non è quindi in grado di dettare direttamente i criteri per l’acquisto (e la perdita) della cittadinanza europea, spettando agli stati membri stabilire chi, in quanto cittadino di quello stato, sia anche cittadino europeo.
La Corte di giustizia si è anzi ritenuta priva del potere di sindacare la compatibilità con il diritto dell’Unione della decisione adottata da uno stato membro di revocare la cittadinanza a un cittadino naturalizzato, sebbene l’effetto fosse di privarlo anche della cittadinanza europea (sentenza Rottmann, causa C-135/08, del 2010).
Infine, va aggiunto che la Corte di giustizia ha di recente interpretato in maniera più rigida le norme dell’Unione in relazione ai fenomeni di cosiddetto «turismo sociale»: il diritto a non essere discriminato garantito dallo status di cittadino europeo non può essere invocato per ottenere prestazioni sociali se il cittadino non gode del diritto di soggiorno secondo le condizioni previste dalla normativa Ue (la persona interessata deve essere economicamente attiva o, in caso non lo sia, deve dimostrare di avere risorse sufficienti al proprio sostentamento). La disparità di trattamento, rispetto ai cittadini nazionali, è giustificata dall’esigenza di non creare oneri eccessivi per il sistema di assistenza dello stato ospitante (sentenza Dano, causa C-333/13, del 2014).
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