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Dibattimento



Il Presidente della Repubblica può essere incriminato solo dalla Corte Costituzionale, dopo una procedura contraddittoria presso il Parlamento in seduta comune.
La fase più delicata del procedimento svolto presso la Corte costituzionale è il dibattimento, durante il quale le parti (i commissari parlamentari per l’accusa, gli avvocati del presidente per la difesa), in contraddittorio fra loro, discutono sulle risultanze dell’istruttoria e fanno le loro richieste.

La Corte si riunisce quindi in camera di consiglio per la decisione finale, che potrà essere di assoluzione o di condanna.
In caso di condanna potranno essere applicate le pene fino alla misura massima prevista dalla legislazione vigente al momento della commissione dei fatti. Inoltre potranno essere applicate le sanzioni civili, amministrative e costituzionali (la destituzione) adeguate al caso (v. art. 15 l. cost. 1/1953).

La sentenza così emessa è definitiva e non può essere impugnata in alcun modo, ad eccezione delle ipotesi di revisione (la revisione, che non comporta un nuovo giudizio sui medesimi fatti, è ammessa solo se dovessero emergere elementi nuovi, prima non considerati perché non conosciuti, suscettibili di provare la non colpevolezza del presidente: v. art. 29 l. 20/1962).
I precedenti in questa delicata materia sono assai limitati. Un’indagine da parte del comitato parlamentare per i procedimenti d’accusa fu avviata nel 1991 nei confronti dell’allora presidente Cossiga, le cui iniziative (per esempio sulla riforma della Costituzione) e prese di posizione avevano suscitato la reazione del maggior partito di opposizione. Ma fu poi archiviata.