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Contrasti tra leggi ordinarie e direttive


Nel caso in cui vi sia un contrasto tra legislazione interna e direttiva, il giudice può sollevare questione di costituzionalità davanti alla corte, la quale si assume l’onere di verificare la compatibilità tra legge ordinaria e direttiva.
Oggi, dunque, la situazione è la seguente:
- Qualora persista un’antinomia tra legge ordinaria e regolamento dell’UE, il giudice comune può disapplicare, caso per caso, la legge ordinaria;
- Se il contrasto, però, riguarda una legge ordinaria e una direttiva, la decisione di legittimità spetta sempre e solo alla corte.
Nel corso del tempo, la comunità europea ha individuato dei principi fondanti dei trattati stessi: essi sono i principi che, nel corso degli anni, quasi per osmosi, gli ordinamenti giuridici interni hanno immesso nell’ordinamento comunitario dell’UE. I regolamenti dell’UE, pertanto, non possono entrare in contrasto con la costituzione interna agli stati aderenti poiché i principi supremi da essi evocati sono ormai inclusi all’interno dei trattati che disciplinano i regolamenti dell’UE. Nel 2000, a Ginevra, è stata pubblicata la Carta dei diritti fondamentali dell’UE. Si tratta di un documento molto articolato, che ha la stessa efficacia giuridica dei trattati (quindi delle fonti originarie).
La sentenza 269 del 2017 ha esaminato l’eventuale caso in cui vi sia un’antinomia tra legge ordinaria e carta dei diritti fondamentali dell’UE. Tramite questa sentenza, la corte ha stabilito che la decisione deve essere sempre affidata alla corte costituzionale. Per guidare la relazione tra legge ordinaria e carta dei diritti fondamentali, essa deve attenersi sia al diritto costituzionale che al diritto dell’Ue, configurandosi dunque come strumento volto a garantire un equilibrio tra diritto soprannazionale e ordinamento giuridico interno.
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