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Concetto giuridico di cartelli


Con il termine «cartelli» si indicano forme di coordinamento tra imprese volte alla restrizione della concorrenza. Tale limitazione si realizza, nella maggior parte dei casi, mediante:
– accordi sul prezzo di vendita,
– limitazione della quantità di beni immessi sul mercato,
– compartimentazione dei mercati (nelle rispettive zone, le imprese tendono a non farsi concorrenza e possono così praticare prezzi più alti).
I cartelli sono un fenomeno molto esteso e pervasivo. Il numero dei cartelli esistenti non è noto poiché, trattandosi di pratiche vietate, vengono tenute segrete. Già Adam Smith osservava che non esiste incontro tra imprenditori, che sia durante un matrimonio o un banchetto, in cui essi non comincino a discutere di questioni di mercato e di come coordinare il proprio comportamento. I cartelli consentono di incrementare il prezzo di vendita grazie alla limitazione della competizione fra le imprese. La competizione porterebbe invece ad abbassare i prezzi verso il livello dei costi. Essi permettono dunque a un’impresa di vendere a prezzi alti senza temere la concorrenza delle altre imprese. La limitazione della concorrenza dovuta ai cartelli comporta, oltre al maggior livello dei prezzi, la perdita di stimoli a innovare e a differenziare i prodotti e i servizi offerti sul mercato. Il divieto dei cartelli (disciplinata in Italia tramite la legge 287 del 1990) mira quindi a mantenere concorrenziale il mercato e tenere bassi i prezzi, con evidente vantaggio per il consumatore. Il tema della tutela della concorrenza ha una rilevanza, oltre che giuridica ed economica, anche culturale. Nella nostra tradizione imprenditoriale la concorrenza non è molto radicata: anzi il Codice civile, nelle norme relative ai consorzi, ammetteva la possibilità per gli imprenditori consorziati di fissare il prezzo del bene. La pratica di concordare il prezzo non era quindi vietata, ma anzi ammessa dal Codice civile. L’introduzione della legge 287/90 segnò il passaggio dalla disciplina codicistica (che vedeva con favore le intese fra imprese, vòlte ad aumentarne i profitti) a una nuova disciplina tesa invece a vietare le intese, a favore della posizione dei consumatori. La legge 287/1990 è improntata all’art. 101 TFUE (Trattato sul funzionamento dell’Unione europea). Il suddetto articolo vieta gli accordi tra imprese e le pratiche concordate. Il termine «accordi» offre una nozione più ampia di contratto, indica in generale un incontro di volontà. Le pratiche concordate, invece, sono forme di coordinamento grazie alle quali le imprese si scambiano informazioni superando così i rischi e le incognite della concorrenza, e decidono le loro strategie avendo un certo grado di conoscenza del comportamento che i competitor terranno sul mercato.
Sebbene la presenza dei cartelli sia vietata, nella maggior parte dei casi essa non può essere provata. I cartelli implicano sia delle conseguenze Pubblicistiche (le imprese coinvolte nei cartelli possono essere sottoposte a sanzioni pari al 10% del loro fatturato da parte della Commissione UE e, a livello nazionale, da parte dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato), sia privatistiche (la normativa italiana e quella europea prevedono la possibilità del risarcimento del danno ai consumatori i quali, pagando un prezzo maggiore di quello che pagherebbero in assenza del cartello, hanno subito un danno ingiusto). Tuttavia, i casi di azioni di risarcimento danni sono al momento ancora relativamente pochi.
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