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Carattere chiuso del sistema giuridico italiano


Con riferimento agli atti primari (oltre che, naturalmente, a quelli costituzionali), il sistema delle fonti del diritto deve considerarsi un sistema chiuso. Ciò significa due cose.
Innanzitutto, che non sono configurabili atti fonte primari al di là di quelli espressamente previsti dalla Costituzione.
La creazione di ulteriori atti fonte primari richiederebbe perciò una revisione costituzionale. Il fatto che la Costituzione individui il catalogo delle fonti primarie non significa però che le norme costituzionali esauriscano la disciplina dei procedimenti di formazione dei rispettivi atti. Sotto questo profilo, la Costituzione si limita a stabilire la disciplina essenziale, all’interno della quale possono essere fissate regole ulteriori. Così infatti norme sulla produzione sono contenute in altre fonti, le quali svolgono la funzione di integrare e completare gli spazi lasciati aperti dalla disciplina costituzionale. Ad esempio, il procedimento di formazione delle leggi ordinarie dello Stato è disciplinato in dettaglio dai regolamenti parlamentari; il procedimento di formazione delle leggi regionali dagli statuti di ciascuna regione; i procedimenti con cui sono adottati i decreti legislativi e i decreti legge dalle disposizioni della legge 400/1988 sulla potestà normativa del governo.

In secondo luogo, il carattere chiuso delle fonti primarie significa che ciascun atto normativo non può disporre di una forza maggiore di quella che la Costituzione ad esso attribuisce: nel senso, cioè, che un atto legislativo non potrebbe attribuire ad altri atti fonte una capacità pari alla propria di innovare al diritto oggettivo o di resistere all’abrogazione.
Agli atti primari va riconosciuta forza di legge. Alla «forza di legge» (o anche al «valore di legge», termini che si possono ritenere intercambiabili) fanno riferimento, in particolare, l’art. 77 Cost., al fine di individuare gli atti normativi del governo equiparati alla legge del Parlamento, e l’art. 134 Cost., nel prevedere la competenza della Corte costituzionale a giudicare della «legittimità costituzionale delle leggi e degli atti aventi forza di legge». Questa nozione va interpretata non già facendo riferimento al contenuto di ciascun atto (l’attitudine a porre norme generali e astratte), bensì alla sua forma (anche un provvedimento amministrativo, se approvato per legge, assume forza di legge).
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