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Canto VI


Siamo nel cielo di Mercurio, qui ci sono gli spiriti attivi che in vita hanno conseguito onore e gloria. Il canto è costituito dal discorso diretto di un solo personaggio: Giustiniano. Lo stile è elevato, le espressioni sono solenni, per cui siamo in un registro epico. Nel canto vi è tutta la sequenza storico-celebrativa di Roma. Dante interpreta a suo modo la teoria del trasferimento dell’impero dai romani ai bizantini, fino a Carlo Magno che lo restaurò con il nome di Sacro Romano Impero. La storia di Roma è una storia di valori e vittorie. Gli aspetti negativi (come le persecuzioni contro i cristiani) sono volutamente taciuti: a Dante interessa la storia eroica dell’impero. Prendendo le distanze da S. Agostino e dalla sua teoria espressa nel De civitate dei, secondo cui l’impero romano si era affermato con la violenza, Dante ne colloca invece l’azione all’niterno del piano divino: quello di Dante è un impero di diritto, ha unificato il mondo nella giustizia e nella pace, ha creato le condizioni storiche perché Cristo potesse nascere, diffondere la sua parola e salvare l’intero genere umano con la sua morte.
Giustiniano
“Dopo che Costantino portò l’insegna imperiale (aquila) da Occidente a Oriente, in senso contrario al movimento del cielo, che per più di 200 anni fu trattenuta nell’estrema parte dell’Europa da cui era partita (con Enea), e passando di mano in mano giunse fino a me. Io fui l’imperatore Giustiniano, che per volere dello spirito santo tolsi l’inutile e il superfluo dalle leggi romane, componendo il Corpus civilis Iustinanei. Prima che io potessi dedicarmi a quest’opera credevo che in Cristo c’era una sola natura e non due, ma papa Agapito, con le sue parole, mi indirizzò verso la giusta fede e così vidi chiaramente tutto. Non appena mi convertii, Dio volle ispirarmi la grande opera e mi dedicai ad essa affidando la gestione militare e politica al generale Belisario”.
Storia dell’Impero
Giustiniano termina la sua risposta ma egli è spinto a proseguire, affinché Dante capisca quanto ingiustamente agiscono contro il sacro simbolo dell’aquila, chi se ne appropria (ghibellini) e chi si oppone (guelfi). Tutto iniziò alla morte di Pallante: l’aquila imperiale si stabilì ad Albalonga per oltre 300 anni, fino al giorno in cui i tre Orazi combatterono i tre Curazi per appropriarsene. L’aquila passò attraverso il rapimento delle Sabine, fino all’oltraggio subito da Lucrezia, durante l’epoca dei sette re. L’aquila atterrò l’orgoglio dei Cartaginesi, che passarono le Alpi a seguito di Annibale, sconfitto da Scipione a Zama (202 a.C.). sotto il segno dell’aquila trionfarono Scipione e Pompeo. Le imprese che fece Cesare furono viste da tutte le valli da cui il Rodano viene alimentato; quello che poi compì Cesare quando varcò il Rubicone fu così veloce che non potrebbero seguirlo né le parole né la penna. Vinse poi Pompeo a Durazzo e a Farsalo. Pompeo si era rifugiato in Egitto presso Tolomeo che però lo uccise a tradimento. Cesare punì questo delitto affidando il trono a Cleopatra (sua amante). Successivamente l’aquila passò nelle mani di Ottaviano, di cui si lamentano ancora Bruto e Cassio nell’Inferno, e ne soffrono Modena e Perugia, dove fu sconfitto Marco Antonio. Ne piange ancora Cleopatra, costretta a scappare, fu uccisa da un serpente. Con Augusto l’aquila corse fino al Mar Rosso e portò tanta pace nel mondo. Ma le gloriose imprese di Augusto vengono annullate a causa di quello che fece poi Tiberio, terzo imperatore. Dio concesse a lui la gloria di infliggere la punizione per placare la sua ira (Cristo viene crocefisso sotto Tiberio). Con Tito, poi, inflisse la giusta punizione distruggendo Gerusalemme. E quando i longobardi attaccarono la Santa Chiesa con Desiderio, Carlo Magno intervenne vincendoli.
Invettiva contro guelfi e ghibellini
“Adesso puoi esprimere un giudizio sui guelfi e i ghibellini che sono causa di tutte le sventure umane. I guelfi contrappongono all’aquila i gigli d’oro del re di Francia; i ghibellini se ne appropriano per fare interessi di partito: continuino pure le loro attività politiche, ma con un altro simbolo. E guai a Carlo II d’Angiò che cerca di abbattere l’aquila, poiché molti figli piangono per la colpa dei padri; non si illuda Carlo II che Dio voglia cambiare lo stemma dell’aquila con i gigli di Francia”.
Gli spiriti attivi di Mercurio
Mercurio si adorna di spiriti virtuosi che furono attivi per conseguire onore e gloria, e quando i desideri tendono a questi scopi, deviandosi dal vero fine che è Dio, è inevitabile che si innalzino con minore vivacità. La giustizia divina purifica i loro sentimenti in modo che questi non possano rivolgere verso il male. Come le voci diverse di un coro producono una dolce melodia, così i diversi gradi di beatitudine generano una dolce armonia tra questi cieli. E in questo cielo brilla la luce di Romeo di Villanova, la cui opera virtuosa fu mal ricompensata. I nobili che agirono contro di lui non ebbero piacere. Raimondo Berengario, conte della Provenza, ebbe quattro figlie che divennero tutte regine, e questo fu il risultato dell’opera di Romeo. Ciò fece scattare l’invidia di voci calunniose nella corte, di conseguenza Romeo fu costretto ad andarsene, povero.
Storicamente Romeo di Villanova era un nobile ministro del conte di Provenza (Raimondo Berengario IV); amministrò la contea per opera della figlia di Raimondo. La leggenda dice che Romeo fosse un pellegrino, che di ritorno dal santuario di Santiago di Compostela, si fermò alla corte di Raimondo. Qui ottenne la fiducia del principe e divenne ministro e tesoriere, suscitando l’invidia dei cortigiani. Romeo preferì lasciare la corte, povero così come era venuto.
Commento
Giustiniano risponde al desiderio di Dante di conoscere la sua identità. Costantino trasferì la sede dell’impero romano da Roma a Bisanzio (Costantinopoli) nel 330 d.C. muovendosi contro il corso naturale del Sole (da est a ovest). Nel 313 Costantino emanò l’editto di Milano, con il quale il cristianesimo veniva riconosciuto libero. Dante mette Costantino tra gli spiriti giusti, però viene ritenuto responsabile del potere temporale della chiesa, a causa della cessione delle terre occidentali a papa Silvestro, e quindi all’inizio della corruzione della chiesa. Il simbolo dell’aquila è collegato ad Enea, fondatore della stirpe romana, poiché il fratello fu trasformato in un’aquila da Giove, che lo portò nell’Olimpo.
Giustiniano pensava che Cristo avesse solo una natura (quella divina), trascurando quella umana, infatti aderiva alla filosofia monofisita (propugnata dal monaco Eutiche): fu il papa Agapito che lo indirizzo verso la retta via, quando si recò a Costantinopoli per discutere della pace tra Giustiniano e i Goti. L’eresia monofisita fu condannata nel Concilio di Calcide nel 451.
Belisario, nipote di Giustiniano, fu perseguito dallo stesso zio per invidia, che lo depose e lo mise addirittura in carcere: fatti che probabilmente sfuggono a Dante.
Pallante era figlio di Evandro, alleato di Enea, e fu sconfitto da Turno. I tre fratelli Orazi erano romani: due furono subito sconfitti, mentre il terso sconfisse i tre Curazi, che erano albani, conquistando la supremazia di Roma. Il Ratto della Sabine è avvenuto sotto il regno di Romolo, che invitò i Sabini a Roma per una festa, ma poi rapì tutte le donne. Lucrezia, violentata dal figlio Tarquinio il Superbo, ultimo re di Roma, si suicidò: da questo ci fu la cacciata dei Tarquini da Roma e la proclamazione della Repubblica. Giustiniano ci parla poi delle varie vittorie dell’esercito romano, tra cui le guerre puniche.
C’è poi una contraddizione. Siccome doveva nascere Cristo, l’impero doveva essere in pace, quindi l’aquila andò nelle mani di Augusto. Dante afferma che poi sono state fatte molte imprese, anche sotto Tiberio (dal 14 al 37 d.C.). Durante il suo principato venne ucciso Cristo: la sua morte ha vendicato lo sdegno arrecato dal peccato originale di Adamo; quindi con la morte del figlio, Dio placa la sua ira verso il peccato originale. Tito ha poi distrutto Gerusalemme, così facendo Dio rivendica la morte del figlio, con la quale era stato pulito il peccato originale: apparentemente sembra una contraddizione. La spiegazione sta nel fatto della doppia natura di Cristo: fu giusto ucciderlo in quanto uomo, poiché si veniva a punire il peccato originale commesso da Adamo, ma fu ingiusto ucciderlo in quanto figlio di Dio: ai romani viene riconosciuto il merito di aver vendicato il peccato di Adamo, mentre agli ebrei va il demerito di aver ucciso Cristo, non avendolo riconosciuto come Messia, e di conseguenza Gerusalemme è stata punita.
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