Video appunto: Canto 3 Inferno - Analisi (5)

Inferno, canto terzo: analisi



Il canto terzo è ambientato nell’antinferno, la sera dell’8 aprile del 1300.

Il canto si apre con l’iscrizione che è presente su una porta: è un’iscrizione oscura e minacciosa, che intima a chiunque “lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”.
A causa di questa iscrizione, Dante chiede delucidazioni a Virgilio, il quale spiega a Dante che quella è la porta dell’inferno e lo fa entrare.


Dapprima si sentono solamente frastuoni, pianti e lamenti confusi, associati al buio che circonda i personaggi: questa oscurità caratterizzerà poi tutto il canto. Virgilio quindi dice a Dante che nel suo viaggio attraverso l’Inferno dovrà abbandonare ogni timore, dato che ogni anima ha perso il proprio intelletto, ovvero la capacità che permette all’uomo di scegliere tra bene e male.

Dante allora chiede ancora spiegazioni a Virgilio, il quale afferma che si tratta dei vili, o ignavi.

Si introduce in questo canto la “legge del contrappasso”, la quale domina i rapporti tra peccato e pena sia nell’inferno, che nel purgatorio, producendo un allegorismo drastico e concreto.
Il contrappasso può essere per analogia o per antitesi: per analogia si intende che la pena equivale al peccato commesso, mentre per antitesi si intende che la pena è l’opposto del peccato.
La scelta delle pene è dotata di una ricchezza fantastica e dall’invenzione dell’orrendo, che dimostrano il genio di Dante nella sua versatilità. Le pene applicate sfruttano il materiale mitico, le credenze popolari e la fantasia, ma poggiano comunque su una severa e accurata riflessione sul peccato commesso.

Per quanto riguarda gli ignavi, essi non vengono nemmeno considerati da Virgilio, il quale dice “non ragioniam di lor, ma guarda e passa”. Dante, infatti, prova talmente tanto disprezzo per questi, i quali hanno la colpa di aver rinunciato al libero arbitrio, facoltà dell’uomo ritenuta sacra da Dante, che una parte della loro pena, è quella di essere dimenticati dai vivi. Per Dante questa è una delle pene maggiori: infatti, le altre anime, seppur in modo negativo, sono ricordate dai vivi, mentre gli ignavi no.
Il resto della pena dei vili consiste nell’inseguire un’insegna, senza mai raggiungerla, dato che in vita non ebbero mai una bandiera; sono poi inseguiti da vespe e mosconi, che li stimolano a correre, dato che in vita non ebbero alcun stimolo ideale; infine, dato che in vita non ebbero pensieri colti, ora arrancano in una poltiglia di vermi lacrime e sangue.

Durante il passaggio di fianco ai vili, Dante riconosce un’anima, probabilmente quella di Celestino V, il papa che Dante incolpa per il suo esilio perché dopo che abdicò, cosa vile, divenne pontefice Bonifacio VIII, papa che poi lo fece esiliare. Altra ipotesi è che Dante abbia voluto alludere ad Esaù.

Oltrepassati i vili, Dante e Virgilio giungono alla riva del fiume Acheronte e una seconda folla, che corrisponde alle anime che attendono di attraversare il fiume. Dante scorge poi l’arrivo a riva di un’imbarcazione, quella di Caronte, il demonio traghettatore.
Caronte ammonisce la folla, Dante e Virgilio. A questo punto interviene Virgilio, il quale tranquillizza Caronte dicendogli che Dante è lì per volere di Dio. È in questo punto che Dante introduce una similitudine, che ha il fine di paragonare le anime che si imbarcano sul traghetto al modo in cui in autunno cadono le foglie: questa similitudine è ispirata ad un passo dell’Eneide. Viene inoltre paragonato il modo in cui le anime obbediscono a Caronte, al modo in cui l’uccello da caccia obbedisce al falconiere.

Caronte quindi traghetta le anime nell’altra sponda del fiume: non è ancora completamente convinto di ciò, perché non riesce a comprendere la presenza di Dante.

A proposito di Caronte, è il primo dei personaggi mitologici posti come guardiani dell’inferno: Caronte compare infatti all’interno dell’Eneide di Virgilio.

A questo punto Dante percepisce un terremoto, un turbine di vento e nota un lampo rosso, quindi sviene.

Il modello presentato da Dante è ancora molto legato al modello virgiliano dell'Eneide, ma più incentrato sui riflessi interiori dell’autore. Un'ulteriore differenza rispetto all'opera virgiliana è l’accento descrittivo e pittorico utilizzato da Virgilio, che nella Commedia di Dante diventa drammatico e concitato.