Ominide 1009 punti

Dante Alighieri (Firenze 1265 – Ravenna 1321)

Biografia: nato da famiglia guelfa di piccola nobiltà, la sua carriera politica iniziò nel 1295 con l’elezione nel Consiglio speciale del popolo, e culminò con l’incarico di priore nel 1300. Si svilupparono dei costrasti fra Cerchi e Donati, e Dante in qualità di priore esiliò alcuni capi delle opposte fazioni, fra cui anche l’amico Cavalcanti. Poco dopo Carlo di Valois entrò in Firenze, i Neri presero il potere e saccheggiarono anche la casa del nemico Dante. Questi fu condannato per baratteria e opposizione, ma non si discolpò, accollandosi anche una multa, due anni di confino e l’interdizione perpetua dagli uffici pubblici. Non pagò, e così fu ordinato al rogo se mai fosse venuto in potere della Signoria. Da esiliato, girovagò presso vari mecenati e svolse mansioni disparate: funzionario diplomatico, redattore di documenti ufficiali, militare. Forlì, Verona, Treviso, Venezia, Lucca, Ravenna: qui s’ammalò di febbri e morì.

Le opere. Vita Nuova (1293-94): è un’antologia di rime giovanili di Dante inserite in un contesto in prosa (42 capitoli), che fornisce insieme un’esile trama narrativa e un commento ai versi. L’amore esemplare fra Dante e Beatrice, disinteressato, produce un rinnovamento spirituale, da cui nascono le rime in lode della donna, il “dolce stil novo” dantesco.

Il titolo dell’opera e il primo incontro con Beatrice nella chiesa di Santa Margherita dei Cerchi (I-II): “Nel libro della mia memoria, si trova una rubrica la quale dice: Incipit vita nova. A nove anni, mi apparve per la prima volta la gloriosa donna, che di anni ne aveva otto e mezzo. Apparve vestita di nobilissimo colore, umile e onesto, sanguigno, cinta e ornata. Lo spirito della vita mi cominciò a tremare sì fortemente, e lo spirito animale disse: ‘Apparuit iam beatitudo vestra’. Lo spirito naturale cominciò a piangere e disse: ‘Sarò spesso impedito’. D’allora Amore segnoreggiò la mia anima. Come disse Omero ad Ettore: ‘Ella non parea figliuola d’uomo mortale, ma di deo’”.

Il primo saluto e la “maravigliosa visione” (III-IV): Nove anni dopo il primo incontro, Dante riceve il saluto. “Apparve a me vestita di colore bianchissimo. Mi salutoe molto virtuosamente, tanto che me parve allora vedere tutti li termini de la beatitudine. Mi sopragiunse uno soave sonno, ne lo quale m’apparve una maravigliosa visione. Amore diceva: ‘Ego dominus tuus’. Ne le sue braccia mi parea vedere una persona dormire nuda (nel sonetto: madonna involta in un drappo). E pareami che mi dicesse queste parole: ‘Vide cor tuum’. E mangiava questa cosa che in mano le ardea. La sua letizia si convertia in amarissimo pianto. E se ne andarono”. Cavalcanti attribuisce il pianto d’Amore al dispiacere per l’imminente risveglio del poeta, Dante da Maiano invece attribuisce il sogno ad una malattia fisica o mentale. Per D’Annunzio è la prefigurazione della morte di Beatrice.

La donna-schermo (V-IX): durante una funzione religiosa, Dante guarda sovente in direzione di Beatrice: ma l’oggetto della sua attenzione viene da tutti frainteso, e individuato in una “gentile donna di molto piacevole aspetto”. Nasce così in Dante l’idea di servirsi dell’equivoco per meglio celare l’identità dell’amata (regola dell’ideologia e della produzione cortese), usando quella donna come schermo della verità.

La negazione del saluto – Effetti del saluto (X-XI): Dante, privato del saluto beatifico di Beatrice in seguito alle voci insistenti di una sua relazione “disonesta” con una seconda donna schermo, si diffonde nella descrizione degli effetti che il saluto dell’amata provocava in lui: “Quando ella apparia, mi giugnea una fiamma di caritade, e chi allora m’avesse domandato di cosa alcuna, la mia responsione sarebbe stata solamente ‘Amore’, con viso vestito d’umilitade. E quando ella fosse propinqua a salutare, uno spirito d’amore, pingea fuori li deboletti spiriti del viso, e dicea loro: ‘Andate a onorare la donna vostra’. Ne le sue salute abitava la mia beatitudine”.

La sofferenza del poeta (XII-XVI): dopo che Beatrice gli ha negato il saluto, Dante si addolora e piange, chiuso nella sua camera, invocando Amore. Nella sua testa vi sono pensieri contrastanti: Amore è giusto o ingiusto? Successivamente, condotto da un amico in un luogo dove sono adunate molte donne, Dante vede Beatrice. Poiché i suoi spiriti sono distrutti dalla forza di Amore, le donne si accorgono della sua trasformazione e lo deridono. Il poeta si rifugia nella solita “camera de le lagrime”. Dante si chiede perché volerla ancora vedere nonostante le umiliazioni. E conclude dicendo che il pensiero della mirabile bellezza della donna gli procura un desiderio così forte da fargli dimenticare le sofferenza passate. Infine esprime quattro “cose” sulla sua condizione: il dolore, la forza sfinente d’Amore, la ricerca di Beatrice quale difesa da Amore e l’effetto invece ancora più distruttivo degli incontri con lei.

Matera nuova e più nobile: la loda (XVII-XIX): “Lo fine del mio amore fue lo saluto di questa donna, e in quello dimorava la beatitudine, ch’era fine di tutti li miei desideri. Beatitudine sta in quelle parole che lodano la donna mia”.
“Donne ch’avete intelletto d’amore, i’ vo’ con voi de la mia donna dire. Dirò del suo stato gentile. Dice Amore: ‘Cosa mortale come esser po’ sì adorna e sì pura?’. Color di perle ha. De li occhi suoi escono spirti d’amore inflammati”.

La natura d’Amore (XX): su richiesta di un amico, forse Cavalcanti, Dante scrive un sonetto sulla natura d’Amore. Ispirandosi ad “Al cor gentil”, egli ripropone e radicalizza l’inseparabilità di amore/cuore gentile. Inoltre enfatizza lo stretto rapporto fra amore e ragione, il fatto che la bellezza deve essere unita alla saggezza e al valore, e il fatto che il desiderio deve essere duraturo per risvegliare l’amore.

La lode di Beatrice (XXI): il potere miracoloso di Beatrice non solo risveglia Amore dove questi è in potenza, ma addirittura crea la capacità di amare.
“Ne li occhi porta la mia donna Amore, e quando saluta fa tremar lo core. Bassando il viso, tutto smore. Fugge dinanzi a lei superbia ed ira. Ogne dolcezza, ogni pensero umile nasce nel core a chi parlar la sente”.

La malattia di Dante e la visione della morte di Beatrice (XXII-XXIII): è una dolorosa malattia a sollecitare in Dante la meditazione sulla fragilità della vita e sulla ineluttabilità della morte. Di qui prende avvio il suo “vano imaginare”.
“Ne lo cominciamento de lo errare che fece la mia fantasia, apparvero a me visi di donne scapigliate, che mi diceano: ‘Tu pur morrai’. Mi apparve un amico che mi venne a dire: ‘Or non sai? La tua mirabile donna è partita di questo secolo’. Allora cominciai a piangere pietosamente. Parea che gli angeli cantassero: ‘Osanna in excelsis’ (parallelismo Beatrice-Cristo). In questa imaginazione, mi giunse tanta umilitade per vedere lei, che io chiamava la Morte, e dicea: ‘Dolcissima Morte, vieni a me, che ti disidero’. Riscotendomi apersi li occhi, e vidi che io era ingannato”.

Altre poesie in lode di Beatrice (XXVI-XXVII): qui Dante riprende lo “stile de la loda”.
“Questa gentilissima donna, che quando passava per via, le persone correano per vedere lei. Ella coronata e vestita d’umiltade s’andava. ‘Questa non è femmina, anzi, è uno de li bellissimi angeli del cielo’”.
“Tanto gentile e tanto onesta pare / la donna mia quand’ella altrui saluta, / par che sia una cosa venuta / da cielo in terra a miracol mostrare. / Par che de la sua labbia si mova / un spirto soave pien d’amore, / La vista sua fa ogne cosa umile”.

Morte di Beatrice e simbolismo del numero nove (XXVIII-XXIX): “Trattare alquanto della sua partita da noi, non è lo mio intendimento”. Così Dante elude la morte dell’amata e tratta il numero 9, ricorrente nel suo repertorio simbologico.
“Io dico che, secondo l’usanza d’Arabia, l’anima sua nobilissima si partio nel nono giorno del mese, e secondo l’usanza di Siria, ella si partia nel nono mese dell’anno, e secondo l’usanza nostra è nata nel nono decennio del secolo”.

La donna pietosa. “Videro li occhi miei quanta pietate” (XXXV): è il capitolo della svolta. Dante vede per la prima volta una “gentile donna giovane e bella molto” che lo guarda con evidente compassione. La palese dimostrazione di simpatia, dopo tanta sofferenza, provoca il pianto del poeta, che attribuisce la pietà della donna ad Amore.
Ma ben presto Dante è preso dai rimorsi: la vista di quella donna ormai è un piacere per i suoi occhi, i quali invece non dovrebbero mai smettere di piangere Beatrice.

La donna pietosa. “Lasso! per forza di molti sospiri” (XXXIX): L’attrazione per la donna gentile viene infine sconfitta da una visione, che rinnova nel cuore di Dante il ricordo di Beatrice.
“Contra questo avversario de la ragione si levoe un die una forte imaginazione in me, che mi parve vedere questa gloriosa Beatrice, e pareami giovane. Allora cominciai a pensare di lei, e ricordandomi di lei, lo mio cuore cominciò dolorosamente a pentere de lo desiderio a cui sì vilmente s’avea lasciato possedere. E discacciato questo cotale malvagio desiderio, sì si rivolsero tutti li miei pensamenti a la loro gentilissima Beatrice”.

I pellegrini (XL): il motivo della città dolente, del lutto generale per la morte dell’amata, è uno degli elementi tipici del compianto funebre e insieme della lode. Firenze viene ad identificarsi con la città santa e adombra l’identità Cristo-Beatrice. Dante descrive appunto un gruppo di ignari pellegrini che attraversano Firenze, la “cittade”, diretto a Roma per venerare la Veronica, “vera immagine”.
“Se restaste per volerlo audire, lo cor de’ sospiri mi dice che lacrimando n’uscireste. Ell’ha perduta la sua beatrice”.

Ultima “mirabile visione” e propositi di più alta lode (XLI-XLII): l’epilogo della Vita Nuova è costituito dai due capitoli dedicati rispettivamente alla contemplazione della Beatrice “gloriosa” e a una “mirabile” quanto misteriosa visione. La gloria e la trasfigurazione di Beatrice fra i beati sono testimoniate stavolta da un’esperienza contemplativa, da un viaggio nell’Empireo compiuto dal pensiero del poeta. Dante non è in grado di comprendere ciò che questo spirito peregrino, al suo ritorno, racconta della beatitudine celeste, cosa troppo ardua per la mente umana. Il capitolo conclusivo accenna ad un’altra visione, in seguito alla quale Dante decide di rinunciare a parlare della sua donna fino a quando non sarà in grado di “più degnamente trattare di lei”, di dire di lei “quel che mai non fue detto d’alcuna”.
“Oltre la spera che più larga gira (il Paradiso), passa ‘l sospiro ch’esce del mio core: intelligenza nova, che l’Amore piangendo mette in lui”.

Rime: l’insieme delle liriche di Dante è raccolto in un corpus omogeneo, i cui elementi, dispersi in moltissimi manoscritti, sono stati riuniti dai filologi moderni.

Guido, i’ vorrei: indirizzato a Cavalcanti, questo sonetto è un sogno d’evasione (“Vorrei che tu e Lapo ed io fossimo presi per incantamento, e messi in un vasel ch’ad ogni vento per mare andasse al voler vostro e mio”). Ispirato al tema della navigazione senza meta, Dante i due amici e le tre madonne sono immersi in una atmosfera magica ed incantata (sottolineata dalla cantilena delle anafore e delle perifrasi).
“E quivi ragionar sempre d’amore, e ciascuna di lor fosse contenta, sì come i’credo che saremmo noi”.

Deh, Violetta, che in ombra d’Amore: è indirizzato a una Violetta amata dal poeta, a cui chiede di aver pietà della sua sofferenza. Potrebbe trattarsi di una donna schermo. “Aggi pietà del cor che tu feristi, che spera in te e disiando more”.

Dalla tenzone con Forese Donati: è formata da tre coppie di sonetti scambiati fra Dante e l’amico. Si tratta di una schermaglia a base di violenti insulti e accuse ingiuriose. Ma non c’è una reale ostilità: Forese viene accusato di trascurare i suoi doveri di marito (“La moglie di mezzo agosto la trovi infreddata”), di peccare di gola e di avere un’inclinazione per i furti; Dante viene accusato di vigliaccheria e di mendicità. Ognuno dei due contendenti evita di rispondere alle accuse che gli vengono rivolte, e si preoccupa solo di rincarare la dose degli insulti contro l’avversario.

Le rime petrose: la definizione di “petrose” si applica a quattro componimenti (due canzoni e due sestine) scritti da Dante per una donna crudele, dura, indifferente al suo amore, e perciò ripetutamente paragonata ad una pietra. La critica attuale sembra orientata a ritenere che la donna Petra sia un puro pretesto, una donna ideale, che fornisce il necessario supporto al tema, comune a tutte le petrose, dell’amore non corrisposto.

“Al poco giorno e al gran cerchio d’ombra”: “’l mio disio sì è barbato ne la dura petra che parla e sente come fosse donna. La sua bellezza ha più vertù che petra. Io l’ho veduta già vestita a verde, sì fatta ch’ella avrebbe messo in petra l’amore ch’io porto pur a la sua ombra. Mi terrei dormire in petra sol per veder do’ suoi panni fanno ombra”.

“Così nel mio parlar voglio esser aspro”: è un sintetico ma preciso manifesto di poetica. Afferma infatti lo stretto legame tra contenuto e forma, tra la durezza di una esperienza sentimentale con una donna crudele e uno stile aspro (“Così nel mio parlar voglio esser aspro com’è ne li atti questa bella petra”).
“Canzon, va alla donna che m’ha ferito il cor, e dàlle per lo cor una saetta: chè bell’onor s’acquista in far vendetta”.

Tre donne intorno al cor mi son venute: è una riflessione sulla giustizia. Dante infatti, vittima di una condanna ingiusta (exul inmeritus), inquadra il suo destino nell’universale rovesciamento di valori, che vede l’egemonia della violenza e della malvagità. Le “tre donne” che si rifugiano presso il cuore del poeta, lacere e piangenti, simboleggiano la Giustizia universale, la Giustizia umana e la Legge naturale, anch’esse bandite dal mondo degli uomini insieme a tutte le nobili virtù. Dante ne è orgoglioso ma gli rimane la nostalgia per Firenze e il dolore dell’esilio.

Convivio. Il Trattato I: il volgare e il ruolo dell’intellettuale: con funzione di proemio, Dante presenta la sua opera di divulgazione dottrinaria come un banchetto di sapienza, dove le “vivande” sono le canzoni, e il “pane” il commento in prosa. I convitati, accuratamente selezionati, sono tutti i nobili d’animo, uomini e donne, affamati di sapere, che gli impegni politici e civili o la rassegnazione di fronte alla mancanza di stimoli culturali hanno tenuto lontano dagli studi.
“Come dice lo Filosofo (Aristotele), tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere. Da questa nobilissima perfezione molti sono privati per varie cagioni. Ma vegna qualunque familiare o civile ne la umana fame rimaso, e ad una mensa con li altri simili impediti s’assetti. Vivanda di questo convivio sarà di 14 canzoni sì d’amor come di virtù materiate”.
“Fu piacere de li cittadini de la bellissima e famosissima figlia di Roma, Fiorenza, di gittarmi fuori del suo dolce seno. Sono stato legno sanza vela e sanza governo, portato a diversi porti e foci e liti dal vento, e sono apparito persona invilio, ma di minor pregio si fece ogni opera, sì già fatta, come quella che fosse a fare”.
Con il quinto capitolo inizia la difesa del volgare, per cui Dante adduce a tre ragioni: “l’una si muove da cautela di disconvenevole ordinazione (evitare rapporto non funzionale fra canzone e commento, che è servo subietto e obbediente delle liriche. Quindi non può essere il latino), l’altra da prontezza di liberalitade (morale: volontà di dare a molti, di dare cose utili e di dare senza esserne richiesti), la terza da lo naturale amore a la propria loquela (i malvagi italiani disprezzano la propria lingua lodando quelle altrui).

I trattati II e III: la lode della Filosofia: dopo aver ricordato la scomparsa di Beatrice (“lo primo diletto de la mia anima”) e le letture consolatorie, Dante accenna alle difficoltà incontrate nei trenta mesi della sua formazione filosofica (“avvenga che duro mi fosse ne la prima entrare ne la loro sentenza”), e poi avvia l’interpretazione allegorica secondo la quale la donna gentile della “Vita Nuova” diventa simbolo della Filosofia.
Il commento allegorico del terzo trattato, infine, nel confermare l’identità tra la donna gentile e la filosofia, si risolve in una lode di quest’ultima e della sua suprema nobiltà e perfezione: la “filosofia è uno amoroso uso di sapienza, lo quale massimamente è in Dio, però che in lui è somma sapienza e sommo amore e sommo atto”.
Dante distingue per i testi dei poeti quattro significati possibili: letterale, che concide col senso immediato delle parole; allegorico, che rivela la verità nascosta sotto la lettera; morale, se fornisce indicazioni di comportamento; anagogico, se interpreta i fatti reali come segni delle realtà spirituali.

Il trattato IV: il concetto di nobiltà: Dante abbandona il tema amoroso e intende ora definire il concetto di nobiltà vera. E’ una qualità individuale, non legata alla ricchezza o alla famiglia: è un “seme di felicitade messo da Dio ne l’anima ben posta”, che si ottiene attraverso l’esercizio delle virtù morali. Una concezione democratica, pure di rilievo politico.

Hai bisogno di aiuto in Vita ed opere di Dante?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email