ERA VENUTA NE LA MENTE MIA - DANTE ALIGHIERI


Il sonetto “Era venuta ne la mente mia”, tratto dal XXXIV capitolo della “Vita nuova”, è stato composto da Dante Alighieri, esponente del Dolce Stil Nuovo, nasce nel 1265. Il poeta fiorentino, oltre a coltivare il suo interesse per la scienza e la filosofia, intraprende il corsus honorum nella sua città: viene eletto nel Consiglio speciale del Popolo, poi nel Consiglio dei Savi e in seguito diviene priore. Dal 1302 inizia il doloroso esilio del poeta, che muore a Ravenna nel 1321.
Il Dolce Stil Novo è una corrente letteraria nata alla fine del 1200 a Bologna ma sviluppatasi a Firenze, in un circolo letterario composto, oltre che da Dante Alighieri, da Guido Cavalcanti, Lapo Gianni, Cino da Pistoia e Dino Frescobaldi. Con lo Stilnovismo si afferma un nuovo concetto di donna, concepita come dalle parvenze angeliche: la donna, attraverso lo scambio di una occhiata fugace, ha la straordinaria virtù di nobilitare l'animo dell'uomo e di operare da tramite fra questo e Dio.

La “Vita nova” è un prosimetro, un genere misto di prosa e poesia, che raccoglie la storia dell'amore di Dante per una giovinetta, Beatrice, incontrata per la prima volta quando questa aveva nova anni. Di questo amore si seguono gli sviluppi interni ed esterni, sempre filtrati attraverso lo stato d'animo e la memoria del protagonista: le ansie, i timori, gli eventi principali che lo hanno unito alla donna amata, la morte di questa e il dolore del poeta.

COMPRENSIONE COMPLESSIVA DEL TESTO

La parafrasi del sonetto composto da Dante Alighieri è la seguente: Era tornata alla mia mente quella donna gentile che Amore piange, nel momento in cui il suo valore si occupò di guardare quello che io stavo facendo./ Amore, che la sentiva nella mente, si era svegliato nel cuore distrutto, e a sospiri diceva: - Andate fuori-; affinché ciascuna sofferenza si allontanasse. / Piangendo uscivano fuori dal mio petto con una voce che sovente induceva a piangere gli occhi tristi. / Ma quelli che uscivano fuori con maggiore pena, venivano dicendo: - O intelletto nobile, oggi è passato un anno da quando tu sei salita in cielo-.
Il sonetto “Era venuta ne la mente mia” si compone di tre sequenze. La prima sequenza, comprendente la prima quartina, con il titolo “Dante ricorda Beatrice”, illustra il ricordo dell'immagine della donna amata, che affiora nella mente dell'autore. La seconda sequenza, comprendente la seconda quartina, con il titolo “L'intimidazione di Amore”, espone la reazione del Dio Amore il quale si risveglia e cerca di allontanare i tormenti che riempiono l'autore. L'ultima sequenza, comprendente le due terzine, con il titolo “Primo anniversario della morte di Beatrice”, espone l'incontenibile sofferenza provata da Dante un anno dopo la morte della donna amata.

Il sonetto è stato composto da Dante Alighieri in occasione del primo anniversario della morte di Beatrice; infatti, nell'ultima quartina, all'autore viene riferito chiaramente che ricorreva il primo anno dalla morte di Beatrice.
Nella prima quartina del componimento di Dante Alighieri sono presenti i termini “gentil” e “valore”; il primo, riferito alla donna, palesa che questa è capace di sentimenti nobili ed elevati, benevoli e magnanimi, il secondo rappresenta un complesso di doti e capacità, ma esprime anche rilevanza e autorevolezza. Nell'ultima terzina del sonetto è presente il sintagma “nobile intelletto”, che si riferisce all'autore stesso ed esprime sia la nobiltà d'animo che le numerose conoscenze acquisite da Dante.

ANALISI DEL TESTO

Nella prima quartina del sonetto “Era venuta ne la mente mia” è presente la perifrasi temporale “entro 'n quel punto” che stabilisce un rapporto di contemporaneità tra il ricordo della donna e gli eventi che si svolgono nel presente; infatti, come Dante spiega nel capitolo introduttivo al sonetto, egli sta compiendo altre attività mentre affiora al suo ricordo l'immagine di Beatrice.
Nel sonetto tratto della “Vita Nova”, poiché tratta della ricorrenza della morte della donna amata dall'autore, sono presenti numerose espressioni che rimandano alla sfera semantica del dolore e del pianto: piange (v.2), nel destrutto core (v.6), diceva a' sospiri (v.7), ciascun dolente (v.8), piangendo (v.9), mena le lagrime dogliose (v.10-11), occhi tristi (v.11), con maggior pena (v.12).

Nell'opera di Dante Alighieri è evidente l'eco della poetica di Guido Cavalcanti, anch'egli esponente del Dolce Stil Novo. In questo componimento, infatti, è presente il tema della disgregazione dell'io che evoca una forte drammatizzazione del poeta fiorentino: “piangendo uscivan for de lo mi petto” (v.9), “m'uscian for con maggior pena” (v.12).
Il sonetto “Era venuta ne la mente mia” costituisce la glorificazione e l'elevazione dell'amore per Beatrice, rappresentata nella sua funzione allegorica; infatti, attraverso la sofferenza l'amore di Dante si rafforza e si sublima. L'animo del poeta è profondamente commosso e solo Beatrice occupa la sua mente e le sue impressioni. L'amore di Dante si riconferma caratterizzato da adorazione e ammirazione piuttosto che carnale e passionale.

INTERPRETAZIONE COMPLESSIVA E APPROFONDIMENTI

L'opera di Dante Alighieri, tratta dalla “Vita nova”, presenta numerose affinità con la lirica amorosa, ma anche elementi di novità introdotti dallo stesso poeta fiorentino. Dante riprende il tema della scomposizione dell'io elaborato da Guido Cavalcanti, e il binomio amore – cuor gentile concepito da Guido Guinizzelli. Sono presenti anche i topoi della donna angelo e dell'inavvicinabilità della donna tipici della poesia provenzale e il soggettivismo introdotto dalla scuola siciliana. Dante, invece, introduce i topoi della lode e della sublimazione della donna.
L'opera “Vita nova” di Dante Alighieri si apre con la descrizione del primo incontro con Beatrice all'età di nove anni, e del secondo incontro all'età di diciotto anni. Successivamente Dante sogna la fanciulla e il Dio Amore che la tiene in braccio. Lo scrittore è profondamente turbato, ma l'amico Cavalcanti interpreta il sogno dicendogli che si tratta dell'inizio del sentimento amoroso. L'opera prosegue con una serie di capitoli riguardanti il galateo cavalleresco, nei quali si alternano incontri con Beatrice e donne schermo. Beatrice, però, indispettita dalla presenza delle donne schermo toglie il saluto a Dante. Dal diciottesimo capitolo iniziano le rime di lode; per lo scrittore amare non significa più esser ricambiati, bensì lodare la donna amata. Inaspettatamente Beatrice muore, provocando dolore e sofferenza in Dante. Lo scrittore, nel frattempo, incontra la donna pietosa, ma prima di cadere in una nuova tentazione, sogna nuovamente Beatrice e decide che non parlerà più di lei, finché non troverà un opera degna di lei.

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