Paolo Sarpi e il suo dissenso dalla Chiesa della Controriforma


Il periodo storico denominato “Età della Controriforma”, che si estende dalla seconda metà del Cinquecento alla prima metà del Seicento, fu caratterizzato dal dominio della Chiesa sulla cultura ufficiale. Non mancò, tuttavia, una letteratura d’opposizione la quale, pur non potendo contare su protezioni di potenti, accademie, circoli letterari ed artistici, si oppose al conformismo culturale imperante, anche se non riuscì a scalfire il consenso conquistato dalla reazione cattolica. Più di una vera e propria corrente letteraria, si può parlare pertanto di alcuni autori di rilievo che, producendo opere di argomento filosofico, storico, politico, scientifico, ma destinate ad un pubblico non specialistico, polemizzarono contro la cultura ufficiale e le autorità istituzionali e furono da queste ostacolati, perseguitati, censurati, non di rado condannati.
Il più importante di questi coraggiosi scrittori fu Paolo Sarpi. Nato a Venezia nel 1552 e ivi morto nel 1623, fu un frate servita, storico e scrittore politico. Soggiornò a Mantova, come teologo della famiglia Gonzaga, quindi a Milano, dove collaborò con Carlo Borromeo; infine, tornato a Venezia, fu consigliere del governo della Serenissima. Tra il 1585 ed il 1588 visse a Roma frequentando l’ambiente della Curia pontificia, dove ebbe testimonianza dell’irrigidimento dottrinario della Chiesa. Di quest’ultima auspicò un rinnovamento che le permettesse di misurarsi non solo con le questioni evidenziate dalla Riforma protestante, ma anche con quelle poste dalla scienza e dallo Stato moderno. Il suo obiettivo fu di rapportare le tensioni morali e religiose dell’epoca a concreti problemi politico-giuristi e storici.
Tra le maggiori opere del Sarpi, ricordiamo le Considerazioni sopra le censure della Sanità di Paolo V a la Serenissima Repubblica di Venezia, la Historia dell’interdetto e la Historia del Concilio tridentino. Sono testi che si basano, come si può evincere dai titoli, sulla vicenda dell’interdetto con cui il pontefice Paolo V colpì nel 1606 la Repubblica di Venezia e sulle riflessioni conseguenti al Concilio di Trento, che si tenne con alcune interruzioni tra il 1545 e il 1563, durante il quale si realizzò definitivamente la frattura all’interno del mondo cristiano.
Per comprendere meglio la questione dell’interdetto, bisogna ricordare che Venezia, all’epoca della Controriforma, godeva di una relativa autonomia politica e culturale rispetto al resto della Penisola, sottomessa alla monarchia spagnola ed alla reazione cattolica. La repubblica veneziana, che sorgeva su basi aristocratiche, sopravvisse alla crisi economica che investì l’Italia, facendo leva sulla forza della sua produzione manifatturiera, sia pure limitata a beni di lusso. Inoltre, allo scopo di difendere i propri interessi commerciali nel Mediterraneo orientale dalla minaccia dell’espansionismo turco, strinse alleanze diplomatiche non solo con la Spagna, ma anche con la Francia ed i principi protestanti di Germania.
Diretta conseguenza di questa condizione privilegiata fu una certa autonomia culturale. Venezia, più di ogni altro Stato italiano, seppe sfruttare l’invenzione della stampa, avvenuta verso la metà del XV secolo in Germania, per sviluppare l’attività editoriale e tipografica mediante le numerose stamperie che si aprirono in città nella prima metà del Cinquecento: ricordiamo, a tal proposito, le celebri Edizioni Aldine, che riscossero una fama mondiale.
Contro il Senato della Serenissima Repubblica, negli anni fra il 1605 e il 1607, entrò in conflitto il pontefice Paolo V, a causa di due ecclesiastici arrestati a Venezia per reati comuni. Il papa voleva che i due imputati fossero giudicati dal Tribunale ecclesiastico e non da un tribunale della Repubblica, ma il Senato si oppose a quella richiesta considerandola un’indebita ingerenza della Chiesa nella propria autonomia. Il Sarpi, che all’epoca era uno dei consiglieri del governo veneziano, intervenne con scritti polemici, sostenendo l’indipendenza, sul piano giuridico, dello Stato rispetto alla Chiesa. Quando Paolo V emanò un provvedimento con il quale interdiva qualsiasi cerimonia religiosa sul territorio della Repubblica, lo scrittore protestò, nelle sue opere, con maggiore veemenza, tanto che fu scomunicato nel 1607 e perfino fatto oggetto di un attentato da parte di sicari mandati da Roma.
Il Sarpi era un sostenitore dell’assoluta separazione di Stato e Chiesa: al primo spettava la sovranità nella sfera civile e alla seconda la competenza nelle questioni teologiche e di fede. Egli auspicava un complessivo progetto di riforma religiosa che, grazie anche al contributo dello Stato moderno, avrebbe dovuto rinnovare la Chiesa, liberandola dall’irrigidimento dottrinario e gerarchico in cui era precipitata con il Concilio di Trento. Nella Historia del Concilio tridentino, il Sarpi affermò la necessità, per il mondo religioso, di reagire alla Riforma promuovendo un avvicinamento tra cattolici e protestanti. Celebre è rimasto il giudizio che lo scrittore veneziano diede del Concilio di Trento, dopo aver esaminato accuratamente tutto il materiale documentario che aveva potuto raccogliere su quell’avvenimento: “la grande occasione fallita di rinnovare la Chiesa”. Il Concilio apparve insomma al Sarpi come l’elemento che, nella storia della Chiesa cattolica, determinò la fine dell’antica tradizione comunitaria pastorale e l’avvio del nuovo centralismo pontificio, contraddistinto dalla brama di potere temporale della Curia romana.
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