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Tra ricostruzione storica ed equilibri politici


Nel novembre 1520 lo Studio fiorentino (l’università) conferisce a Machiavelli, ormai lontano dalla politica da più di sette anni, l’incarico di redigere una storia di Firenze, compito che si profila per lui come un’occasione per riacquistare l’autorevolezza perduta, ponendosi nel solco di illustri umanisti quali Leonardo Bruni e Poggio Bracciolini, ex cancellieri come lui ed essi pure storici della città. Nel 1525 Machiavelli presenta gli otto libri delle Istorie al suo committente, Giulio de’ Medici, divenuto intanto papa con il nome di Clemente VII.
La ricostruzione delle vicende fiorentine prende avvio dal 1215, anno in cui, con l’omicidio di Buondelmonte de’ Buondelmonti, si apre il lungo periodo di discordie cittadine che è all’origine dell’antagonismo tra guelfi e ghibellini. L’avvio delle Istorie risponde dunque a un disegno interno: non solo Machiavelli pone le discordie cittadine come centrali nella valutazione delle vicende storiche fiorentine, ma insiste anche per contrasto, sull’esigenza di un ordinatore che possa rifondare la repubblica fiorentina, mettendo fine alle discordie che minano la città da secoli. Un ruolo per cui un possibile candidato avrebbe potuto essere proprio Giulio de’ Medici, che ha commissionato l’opera; al tempo stesso, però, la presenza del committente induce Machiavelli a trattare e valutare con grande cautela gli eventi politici legati alla famiglia dei Medici. Anche per questo la narrazione si ferma alla morte di Lorenzo il Magnifico, avvenuta nel 1492, sebbene in vari punti delle Istorie l’autore affermi la volontà di giungere con il resoconto degli eventi fino al 1494, ovvero fino all’epoca del primo principato mediceo.
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