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Analisi del testo: Trionfo di Bacco e Arianna

Il Trionfo di Bacco e Arianna fu composto da Lorenzo De Medici per il carnevale del 1490, fa parte dei Canti carnascialeschi (carnevaleschi) ed è una “canzone a ballo”; la sua struttura metrica è una ballata di ottonari piani, formata da una ripresa di quattro versi e da sette stanze di ottonari. Gli ultimi due versi di ogni strofa ripetono gli ultimi due della prima strofa e il terzultimo verso di ogni strofa termina con la parola “tuttavia”, (“continuamente”), tranne l’ultima strofa i cui VV. 58-59 hanno l’identica rima (“sia/sia”). Le rime seguono lo schema xyyx / ababbyyx (si tratta di una “frottola” metro tipico della tradizione popolare toscana). I Canti carnascialeschi erano canti molto in voga tra il XV e il XVI secolo presso la corte dei Medici a Firenze nel periodo rinascimentale. Erano canti che accompagnavano la sfilata dei carri allegorici e maschere durante il carnevale ed erano di argomento quotidiano o mitologico. In particolare il Trionfo di Bacco e Arianna celebra il “trionfo” del dio Bacco e della sua sposa Arianna che su un carro festoso aprono il corteo carnevalesco con altri personaggi della mitologia classica.
La ballata rappresenta i tipici temi trattati nella poetica umanistica: l’edonismo, il naturalismo, la caducità della vita umana (carpe diem), l’esaltazione della bellezza e giovinezza, dei piaceri della vita terrena quali il vino e l’amore, inteso come gioia, allegria, spensieratezza.
Alcuni di questi temi sono rappresentati da personaggi propri della mitologia classica inseriti come protagonisti in quest’opera. Bacco e Arianna appaiono allegri e felici, festanti, fortemente innamorati l’uno dell’altro, rappresentano la massima espressione dell’amore giovanile allegro, gioioso, incurante del tempo ingannatore e fuggente. Le ninfe, creature piene di grazia e leggerezza sono ben contente di subire gli agguati amorosi che tendono loro i satiretti, figure mitologiche per metà uomo e metà caprino; le ninfe, cosi come anche Arianna, rappresentano l’amore, la grazia associata alla bellezza e giovinezza. Bacco, essendo il Dio del vino nella mitologia greca, rappresenta quindi, oltre all’amore, anche il pieno godimento dei piaceri terreni, quali feste, vino, gioia, balli; i satiretti rappresentano gli impulsi sessuali e naturali. Tutti questi personaggi rispecchiano la concezione dell’amore propria di Lorenzo il Magnifico, secondo il quale solo le persone rozze, volgari e senza grazia sono insensibili al richiamo di questo sentimento, inteso come valore virtuoso meritevole solo delle persone d’animo gentile.
Sileno, divinità dei boschi, precettore di Bacco, secondo la tradizione popolare è raffigurato grasso, vecchio sopra il dorso di un asino; rappresenta la vecchiaia. Essendo in età avanzata, ormai non può più abbandonarsi all’amore, tipico della gioventù, e quindi per consolarsi, si lascia anch’esso trasportare dal clima gioioso e festoso, ubriacandosi e ridendo, senza alcun ritegno.
Mida, mitico re della Frigia, rappresenta l’avidità, infatti, ebbe da Bacco il dono, rivelatosi poi nefasto, di trasformare in oro tutto quello che toccava. Non potendo bere, altrimenti il vino si trasformerebbe in oro, la sua condizione appare triste e infelice, emblematica di come la sua sete di ricchezza sia fonte d’infelicità non potendo godere delle gioie delle piccole cose. Questa è anche una rappresentazione della poesia cortese secondo cui chi è nobile d’animo deve abbandonare l’avarizia.
Nel testo è ricorrente, alla fine di ogni stanza, l’anafora “Chi vuol essere lieto, sia: / di doman non c’è certezza.” L’autore, con la continua ripetizione di quest’anafora, esorta a vivere compiutamente ogni attimo della nostra vita terrena di là dalle singole condizioni, finché si è giovani e si è in tempo, perché il futuro resta incerto e nebuloso e di esso non si ha conoscenza alcuna e perciò non si sa cosa possa riservarci. L’invito a essere felice rappresenta la tipica visione del carnevale, periodo in cui ci si dimentica delle sofferenze e delle avversità, abbandonandosi, anche se per pochi giorni, alla gioia sfrenata e al divertimento.
Questo tema si riallaccia alla tradizione dei Classici antichi, con riferimento al poeta latino Orazio, che condensò nella sua celebre espressione “Carpe idem” ossia “Cogli l’attimo fuggente”, fatto proprio da Lorenzo in questa ballata. Infatti, l’autore invita tutti senza distinzioni “giovani e vecchi, femmine e maschi” a non cullarsi con le preoccupazioni del domani, a deporre ogni pensiero triste e a vivere l’oggi, continuamente in festa e allegria, assaporando in pieno i piaceri tipici della vita terrena.
Un altro tema che compare all’inizio dell’opera nei versi “Quant’è bella giovinezza, / che si fugge tuttavia!” è quello della fugacità del tempo che scorre inesorabile, l’autore fa un invito pressante, quasi ossessivo a vivere intensamente la propria giovinezza destinata a sfiorire inesorabilmente con il passare degli anni.
Nell’opera ricorre frequentemente il tema dell’edonismo idillico, cioè la ricerca del piacere, non inteso come piacere sfrenato, bensì l’esaltazione della bellezza interpretata dalla figura femminile, la cui perfezione giovanile del corpo emana una carica di spiritualità e sensualità.
La ballata contiene in se anche una leggera contrapposizione, se da un lato vi è l’esaltazione legata al pieno godimento dei piaceri terreni, dall’altro vi è una sottile malinconia derivante dalla consapevolezza del tempo che scorre e della giovinezza e bellezza destinata a svanire. Questo sentimento si deduce dall’enfasi con cui è ripetuto dall’autore l’avverbio “tuttavia”, chiaro presagio della caducità della vita umana. Infatti, all’uomo non è dato sapere, né la conoscenza del proprio futuro, né il potere di determinarlo, per questo conviene concentrarsi unicamente sul proprio agire nel presente, senza illudersi su ipotetiche speranze future e senza farsi condizionare dall’ansia e dal timore.
La ballata contiene la stessa visione mondana e umanista di altre poesie del quattrocento. In Lorenzo non è presente il sereno abbandono alle gioie della vita, come nella poesia del Poliziano, influenzato forse dal fatto che Lorenzo era già ammalato e quasi alla fine della sua esistenza. Nella sua poesia traspare una leggera vena malinconica diversa dal Poliziano.
Il lessico usato da Lorenzo è semplice, usa termini comuni e non sublimi, di facile comprensione poiché destinata al ceto popolare, è ancora scritta in volgare fiorentino del fine Quattrocento.
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