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Francesco Petrarca - Biografia


Nasce ad Arezzo, poi si trasferisce ad Incisa, un paese in campagna vicino a Firenze. Poi a otto anni si trasferisce a Pisa e infine ad Avignone. Questa città è secondo lui il tipico luogo di corruzione e degrado. Lì infatti era stata spostata la corte papale. Tanto è vero che nel 1336 indirizzerà due lettere a papa Benedetto XII per indurlo a tornare a Roma.
Successivamente si reca a Montpellier. Notiamo che è un uomo che viaggia tanto, vede tanto. È molto colto anche perché durante i suoi viaggi visita moltissime biblioteche. Il suo spirito umanistico, che lo portava alla ricerca della classicità, ha fatto sì che frequentasse luoghi di grande interesse culturale, quindi è decisamente colto anche per questo motivo. A Montpellier studia diritto, per volere del padre, ma con scarso successo. Da lì si sposta a Bologna, dove impiega tre anni per imparare l’intero esame di diritto civile, poiché molti credevano che potesse ricavare grandi profitti da questi studi, se avesse perseverato. Tuttavia sono studi che non gli si addicono e li abbandona non appena vengono meno le pressioni dei genitori (quando il padre muore). Questo soggiorno è però importantissimo. L’università di Bologna infatti era una delle più grandi e prestigiose università del tempo ed era quella che aveva formato Guinizzelli, influenzando tutta la letteratura del dolce stil novo. Inoltre lì era diffusa tutta la lirica Toscana. È quindi un centro culturale a tutto tondo, nel quale entra a contatto con questo tipo di letteratura. È a questo punto che comincia ad essere conosciuto e a diventare famoso per le sue capacità letterarie e viene richiesto il suo servizio dall’illustre famiglia Colonna, che frequentava l’ambiente della curia papale. In particolare va al servizio del cardinale Giovanni Colonna, con il quale ha una grandissima sintonia. Egli lo lascia infatti girare per tutta Europa (a volte accompagnato dal cardinale, ma spesso da solo).
Fui richiesto, innanzitutto, dall’illustre e generosa famiglia Colonna, che allora frequentava la curia romana: o, per meglio dire, nobilitava. Partito di lì, rimasi per molti anni sotto la protezione del fratello di lui, il cardinale Giovanni Colonna, non già come sotto un signore, ma come sotto un padre; che dico, nemmeno un padre, fui piuttosto insieme a un fratello carissimo, anzi con me stesso nella mia propria casa. In quegli stessi anni l’ardore giovanile mi spinse a visitare successivamente la Francia e la Germania. Messomi così in viaggio, visitai innanzitutto Parigi, e mi divertii a cercare di scoprire quanto su quella città si raccontasse di vero e quanto di fantastico. Ripartito di là, andai a Roma, che ardevo dalla smania di vedere da quando ero bambino.

Visita quindi la Francia, la Germania e poi torna a Roma.

E ripartii di nuovo; e siccome non riuscivo a sopportare una fastidiosa antipatia, in me connaturata, per la noiosissima Avignone in primo luogo, ma del resto per tutte le città, cominciai a cercarmi un rifugio, quasi un porto. Finalmente trovai una valle, piccola ma solitaria e amena, detta appunto Valchiusa, a 15 miglia da Avignone, dove nasce la Sorga, regina di tutte le sorgenti. Affascinato dalla bellezza del posto, mi trasferii lí con i miei cari libri, quando già mi ero lasciati trentaquattro anni dietro le spalle. Quasi tutti gli scritti che mi è accaduto di comporre, vennero condotti a termine lì, o cominciati o ideati lì; scritti cosí numerosi, che quasi ancora oggi continuano a tenermi impegnato e a non darmi tregua.


Torna infine ad Avignone, ma non sopportando più la vita lì condotta ha bisogno di un rifugio, un luogo tranquillo in cui lavorare in solitudine e si trasferisce a Val Chiusa. Quasi tutti i suoi testi sono stati ideati, iniziati o completati lì.

Dimoravo ancora in quei luoghi, quando in uno stesso giorno incredibile a dirsi! mi giunsero due lettere: dal senato di Roma e dalla cancelleria di Parigi, che a gara mi invitavano a ricevere, l’una a Roma, l’altra a Parigi, la corona d’alloro di poeta. Sebbene io mi allietassi di esse con giovanile esultanza, e mi ritenessi degno di essere apprezzato da uomini cosí grandi (senza stare insomma a ponderare il mio merito effettivo quanto piuttosto le attestazioni altrui), ebbi tuttavia un po’ di esitazione per decidere a chi dare ascolto. Mi risolsi a chiedere consiglio per lettera al cardinale Colonna più su ricordato. Egli per l’appunto risiedeva talmente vicino, che, nonostante gli avessi scritto sul tardi, ricevetti la risposta già il mattino dopo, prima delle nove. Seguii il suo suggerimento e decisi che a tutte le altre andava preferita l’autorità di Roma. Presso di lui tuttora si conservano le mie due lettere, sulla richiesta e sull’accoglimento del suo consiglio. Vi andai dunque; e pur essendo un giudice molto benevolo delle mie cose (come è proprio dei giovani), tuttavia mi vergognai di confidare nel giudizio che di me stesso davo io, o che ne davano coloro dai quali appunto ero invitato: i quali indubbiamente non l’avrebbero fatto, se non mi avessero ritenuto degno dell’onore concesso. Decisi comunque di presentarmi innanzitutto al cospetto di quel grandissimo e re e filosofo che fu Roberto, famoso nelle lettere non meno che per la politica del suo regno, ai nostri tempi unico sovrano ad essere egualmente amico del sapere e della virtù. Perciò mi recai a Napoli da lui, e gli chiesi il suo parere su di me. Del modo in cui io fui giudicato e di quanto gli sia stato ben gradito, oggi mi meraviglio, e credo che anche tu, o lettore, nel saperlo ti meraviglierai. Ascoltato dunque il motivo della mia visita, si rallegrò indicibilmente, sia ponendo mente alla mia fede giovanile, sia considerando non privo per lui di possibile gloria l’onore che gli chiedevo, avendolo scelto solo fra tutti i mortali quale degno giudice.

Va quindi da Roberto d’Angiò a sottoporsi a questo esame. Dice che il lettore stenterà a credere a come venne accolto, tanto è vero che Roberto d’Angiò considerò addirittura una gloria che lui venisse alla sua corte. Esaminare Petrarca diventa quasi un motivo di gloria per lui piuttosto che il contrario. Egli infatti era già decisamente famoso, aveva già una notorietà letteraria notevole, essendo anche stato nominato per la corona d’alloro.

Dopo aver lungamente discusso degli argomenti più disparati, io gli feci ascoltare la mia Africa, di cui s’entusiasmò tanto, da chiedermi di dedicargliela, in conto di grande cortesia e io non potevo e d’altra parte non volli dir di no. Finalmente mi assegnò un giorno esatto per il preciso motivo per cui ero venuto; e siccome il tempo sembrò subito breve in rapporto agli argomenti sempre nuovi da affrontare, si regolò allo stesso modo per i due giorni successivi. Pertanto, dopo aver frugato per ben tre giorni nella mia ignoranza, al terzo mi ritenne degno della corona d’alloro. Avrebbe voluto offrirmela a Napoli, e mi pregò ripetutamente di accettare: ma l’amore per Roma vinse la veneranda insistenza di tanto re. Egli allora, prendendo atto dell’inflessibilità del mio proposito, mi consegnò una lettera e inviò dei messaggeri al senato romano, in tal modo attestando il suo parere estremamente favorevole al mio riguardo. Il giudizio del re fu insomma concorde con quello di tanti altri, e in primo luogo fu concorde proprio con il mio: mentre oggi non approvo il giudizio né suo, né mio, né di quanti la pensavano allo stesso modo.


L’esame dura tre giorni e sappiamo anche quali furono i temi della discussione: riguardava innanzitutto il significato della poesia, e poi fu interrogato sui testi di Livio e di Virgilio, quindi testi latini. Ovviamente sapeva di essere uno dei più grandi letterati del periodo ed era solo un modo per fingersi umile.

Da Roma si reca poi a Parma, dove vive per un po’ presso i Da Correggio. Lì riprende e completa l’ “Africa” e scrive il “De viris illustribus”. Dopodiché torna a Val Chiusa. Si sposterà poi a Padova, e poi di nuovo in Francia. Qui, ancora a Val Chiusa, nel 1345, scrive alcune delle sue opere più importanti: “De vita solitaria”, il “De otium”, il “Secretum”. Dal 1351 al 1353 sarà il periodo del suo ultimo soggiorno a Val Chiusa, perché poi si trasferisce definitivamente ad Arquà, sui colli Euganei vicino a Padova. Qui muore nel 1374.
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