Benedetto sia 'l giorno 'l mese e l'anno


“Benedetto sia ‘l giorno ‘l mese e l’anno” è il sessantunesimo sonetto del Canzoniere, raccolta di liriche scritte in volgare da Francesco Petrarca tra il 1335 e il 1374, anno della sua morte. Nel sonetto proemiale di quest’opera, lo scrittore utilizza l’espressione “rime sparse” per definire il genere letterario del liber: un insieme di poesie autonome che acquistano però un significato aggiuntivo a seconda della loro collocazione.
Il fatto che la composizione Padre del ciel, dopo i perduti giorni segua quella qui analizzata, serve infatti a conferire loro un significato più profondo. Entrambe trattano del medesimo argomento, ossia l’amore per una donna di nome Laura, ma la tematica viene concepita in due modi completamente differenti: nella prima lo scrittore svaluta del tutto non solo la sua esperienza terrena, ritenendo perduti i giorni passati ad amare Laura, ma anche la sua attività poetica, poiché a lei dedicata. Inoltre il sonetto è strutturato come una preghiera, nella quale Petrarca chiede a Dio perdono e pietà per essersi abbandonato al fero desio (amore passionale), e aiuto per riuscire in futuro a dedicarsi totalmente a Lui. Nella seconda composizione invece, l’autore arriva addirittura a benedire sia il momento in cui ha conosciuto la donna (‘l punto, v.2), che fa simbolicamente risalire al venerdì santo del 1327 nella chiesa di S. Chiara in Avignone (‘l bel paese, v.3), sia le sue liriche (tutte le carte, v.12). Il fatto che le due poesie affrontino con atteggiamento opposto il medesimo tema, testimonia la frammentazione psicologica di Petrarca, conosciuto anche come “uomo del dubbio”. Le passioni terrene, difatti, provocano in lui emozioni contrastanti, dovute al suo essere ancora uomo medievale e quindi fortemente legato alla religione.
Le quattro strofe sono scandite dall’anafora del termine Benedetto (alternato a Benedette) che riprende la struttura della preghiera del sonetto precedente, conferendo un tono solenne al testo e sottolineando l’importanza dell’incontro con Laura; inoltre la ripetizione della congiunzione “e” dà l’idea di accumulo, e quindi rimarca ancora una volta la rilevanza di quel momento.
Nella poesia si possono individuare due principali nuclei tematici: il primo, che si articola nelle due quartine, descrive il momento dell’innamoramento, mentre il secondo si snoda nelle due terzine e tratta degli effetti dell’amore sullo scrittore (sospiri, lagrime, desio v.11) e dell’unicità dell’amata (sì ch’altra non v’à parte, v.14). Il fatto che, nella seconda e nella terza strofa, si benedicano anche le conseguenze negative del sentimento provato per Laura, fa emergere la voluptas dolendi (compiacimento del dolore) dell’autore, atteggiamento che gli impedisce di riscattarsi e provoca in lui assuefazione al suo tormento interiore. Tale concetto, che emerge in particolar modo al verso 5 nell’ossimoro dolce affanno, rimanda ad un’espressione del sonetto proemiale (quei sospiri ond’io nudriva ‘l core, v.2) nella quale il poeta ammette di aver alimentato il suo cuore con i sospiri causati dal tormento amoroso. Nonostante Petrarca possa essere considerato per molti aspetti l’anticipatore dell’Umanesimo, è ancora un uomo medievale; se così non fosse non si rammaricherebbe dell’attrazione nei confronti di Laura, tema centrale del sessantaduesimo sonetto. Si noti inoltre il ricorrere del termine sospiri, tipico dei poeti stilnovisti.
Una particolarità di questa lirica sono le rime, tutte o inclusive (giunto-congiunto vv.3-6, anno-vanno vv.4-8, sparte-parte vv.10-14, io-desio vv.9-11) o identiche (anno-anno vv.1-4, punto-punto vv.2-7) tranne carte, v.12: questa scelta dell’autore rende il sonetto molto compatto dal punto di vista fonetico e ne rallenta il ritmo.
In ultima analisi, il componimento è particolarmente significativo in quanto sintetizza gli aspetti principali della figura di Petrarca: il suo essere ancora condizionato dall’epoca medievale, la sofferenza e la profonda gioia generate dall’amore per Laura. Dalla poesia è possibile notare l’influenza dello stilnovista Cavalcanti; in particolare al verso 4 (duo begli occhi che legato m’ànno) emerge il tema dello sguardo, fulcro del sonetto Voi che per li occhi mi passaste ‘l core e al verso 6 la personificazione di Amore, tipicamente utilizzata dallo scrittore per descrivere gli effetti sconvolgenti che questo sentimento provoca in lui.

Solo et pensoso i più deserti campi


“Solo e pensoso i più deserti campi” è il trentacinquesimo sonetto del “Canzoniere”, raccolta di liriche scritte in volgare da Francesco Petrarca tra il 1335 e il 1374, anno della sua morte.
Nella poesia emerge uno dei lati che rende Petrarca anticipatore dell’umanesimo: il fatto di essere un intellettuale cosmopolita che non si sente radicato in alcun luogo, tanto da definirsi più volte “peregrinus ubique”. Questa condizione lo spinge da un lato a viaggiare molto, ma dall’altro si contrappone al suo bisogno di chiudersi nella sua interiorità in luoghi appartati (“deserti campi”, v.1) lontano dalle città, ritenute alienanti.
Il sonetto si apre con un’endiadi (“solo e pensoso”), figura retorica tipicamente utilizzata da Petrarca come rimando alla sua frammentazione psicologica, a causa della quale è conosciuto anche come “uomo del dubbio”. Questo suo dissidio interiore si accentua tra il 1342 e il 1343, poiché si ritrova ad affrontare un periodo di grave crisi, dovuta al verificarsi di vari avvenimenti, come la morte di Roberto d’Angiò (re di Napoli) e la morte del frate agostiniano Dionigi da Borgo San Sepolcro.
Dal momento che la poesia è stata scritta nel 1342, e quindi nel pieno della crisi, troviamo al suo interno espressioni malinconiche, presenti già a partire dal primo verso (“solo”, “pensoso”, “deserti”). Nella prima quartina il poeta dice di star camminando lentamente in luoghi isolati, facendo attenzione ad evitare aree nelle quali si può avvertire la presenza dell’uomo; emerge quindi il tema fondamentale del “De vita solitaria”, opera in latino che esalta la vita condotta in modo appartato, ritenuta adatta a dedicarsi all’attività intellettuale. Al movimento “tardo e lento” dei passi descritto al verso 2, si contrappone quello più veloce degli occhi (“fuggire”, v.3).
Nella quartina successiva Petrarca definisce ciò che per lui simboleggiano i “deserti campi”: si tratta di rifugi (“schermi” v.5) che utilizza per sfuggire (“mi scampi”, v.5) alle maldicenze della gente (“manifesto accorger de le genti” v.6). Il poeta dice quindi di essere oggetto di chiacchiere, osservazione presente anche nel sonetto proemiale (“al popol tutto favola fui”). Il verso 5 è legato al verso 1 tramite la rima inclusiva scampi-campi che contribuisce a compattare il sonetto. Al verso 7 è presente un’espressione malinconica (“d’alegrezza spenti”) che risulta molto efficace in quanto il poeta non si limita ad utilizzare un termine negativo ma, accostando a “spenti” il termine positivo “allegrezza”, dà l’idea della mancanza di serenità. Nell’ultimo verso della seconda quartina i termini “fuor” e “dentro” testimoniano ancora una volta la doppia natura di Petrarca, che, pur essendo chierico, prova una forte passione amorosa (concetto a cui rimanda il verbo “avampi”, v.8) verso una donna di nome Laura. I due punti finali spostano l’attenzione sulle successive terzine.
I versi 9 e 10 sono separati da un forte enjambement che divide le due coppie di sostantivi (“monti e piagge” e “fiumi e selve”) donando equilibrio al testo.
Successivamente viene ripresentato il dissidio interiore dell’autore tramite l’antitesi tra “mia” e “altrui”, v.11, entrambi riferiti a “vita”. L’autore sostiene infatti che il suo stato d’animo sia ormai noto a tutti i luoghi che frequenta, ma cerca di nasconderlo dal pettegolezzo degli uomini.
Nell’ultima terzina il verbo “cercar”, che tramite un’anastrofe è posto in prima posizione al verso 13, introduce il tema della ricerca, già affrontato da Petrarca nel sonetto “Movesi il vecchierel canuto e bianco”, nel quale al cammino sacro del vecchio si contrappone quello profano dell’autore. Il poeta sostiene che, nonostante percorra vie pericolose (“aspre”, v.12) e isolate (“selvagge”, v.12), non riesce a non essere raggiunto dall’Amore, qui personificato. Ai versi 13 e 14 vi è un chiasmo tra Amor-meco ed io-lui, ad evidenziare ulteriormente la granzezza del sentimento provato da Petrarca.
In ultima analisi, sia le quartine che le terzine sono sintatticamente molto ordinate e l’utilizzo del fonema “s” (presente in quasi tutti i versi ad eccezione del terzo e del quattordicesimo) dona compattezza all’intero sonetto.
Hai bisogno di aiuto in Petrarca?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email