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Canzoniere


Sonetto: Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono


E’ il sonetto proemiale (cioè introduttivo) che introduce tutta l’opera. Riassume buona parte dei motivi che attraversano il Canzoniere. La colloca all’inizio del libro poiché gli attribuiva un valore di manifesto, poiché alla morte di Laura fa un bilancio della sua vita, del suo amore e della vergogna che prova in sé stesso per essersi dedicato troppo ai beni terreni piuttosto che all’amore verso Dio, ma lo scrisse piuttosto tardi. Si pensa dopo la morte di Laura, visto che il tema principale del sonetto è un bilancio sull’amore passato. E’ un sonetto con quartine a rima incrociate (ABBA) e terzine a rima replicata (CDE CDE).
E’ un sonetto costruito in maniera particolare :
Le prime due quartine hanno una struttura bipartita. Nella prima quartina, Petrarca ci esprime l’ errore che ha fatto, rivolgendosi ad un pubblico generico. C’è da dire che i suoi sonetti hanno un valore universale, ossia hanno un valore in tutti i tempi, in tutti i luoghi e per tutti gli uomini, in particolare per chi come lui ha provato quest’amore. Nella seconda quartina esprime la sua vergogna per essersi interessato ed aver provato così tanto amore verso i beni terreni. Queste due prime quartine sono costruite a chiasmo : nella prima l’interlocutore si trova all’inizio del verso, nella seconda alla fine del verso.
Nella prima quartina è come se stesse facendo un bilanciamento della sua vita e si stesse rivolgendo verso coloro (VOI) che in quel momento possono ascoltarlo e capire la sua esperienza.
Ascoltate: si riferisce al fatto che la dolcezza dei suoi versi colpisce non solo la vista di chi legge, ma proprio l’udito.
Rime sparse: si riferisce alla frammentarietà della sua opera.
Dice quindi perciò : “O voi che ascoltate nelle mie liriche i sospiri (termine stilnovistico) amorosi di cui nutrivo il mio cuore al tempo del mio errore giovanile, quando ero in parte diverso da come sono ora.”
Con il termine giovenile vuole in qualche modo giustificare il suo errore dando la colpa al fatto che fosse giovane.
Nella seconda quartina chiede se c’è qualcuno che sappia cosa sia l’amore per esperienza diretta e spera di trovare pietà e perdono per lo stile vario in cui si lamenta e parla sospeso fra inutili speranze di felicità e inutili sofferenze amorose.
Vane: anafora.
Nella prima terzina si rende conto di come per la gente è stato oggetto di derisione e scherzo, tanto che adesso si vergogna di se stesso.
Me medesimo meco: allitterazione.
Nella seconda terzina dice che il risultato del suo smarrimento è la vergogna, il pentimento e il sapere con chiarezza (variamo di ben veggio or si) che le passioni per i beni terreni sono solo cose vane. Abbiamo un rimando ad Orazio : egli diceva “fabula quanta fui”, perciò c’è un eco oraziana perché anche lui parlando d’amore aveva espresso questo concetto di diventare oggetto di derisione da parte degli altri.

Sonetto: Movesi il vecchierel canuto et biancho


E’ un sonetto con quartine a rima incrociata (ABBA) e terzine a rima replicata (CDE CDE).
Il tema principale è la ricerca del volto di Laura da parte del poeta.
Il motivo viene rivelato dopo un lungo paragone tra Petrarca stesso e un pellegrino che si reca a Roma per contemplare l’immagine del volto di Cristo, impresso della famosa reliquia della “Veronica”.
Si pensa che il sonetto sia stato scritto durante il primo viaggio di Petrarca a Roma, ma egli non vi si recò per compiere un pellegrinaggio religioso. E’ un’ unica similitudine dove nelle prime tre strofe viene espresso solo il primo termine di paragone, nell’ultima verrà espresso il secondo termine di paragone, ossia Petrarca. Il primo termine di paragone è il vecchierello. Nella prima quartina dice che il vecchierello, con i capelli bianchi e pallido se ne va dal dolce luogo dove ha trascorso la sua vita e dalla sua sgomenta famiglia, la quale vede l’amato padre allontanarsi. Dalla sua casa, trascinando il suo vecchio corpo nelle ultime giornate della sua vita, con tutte le sue forze si dà coraggio, con la volontà rivolta al bene, stremato per l’età avanzata e indebolito dal cammino. Arriva a Roma realizzando il suo desiderio, e contempla l’immagine di Cristo, che spera di rivedere nel Cielo. ( si reca a Roma per vedere il velo della Veronica. Si racconta che ella, nel cammino di Gesù verso il Calvario, si fosse avvicinata per asciugargli il sudore e il sangue, e che in tale panno fosse rimasto impresso il volto di Gesù). Nell’ultima terzina scopriamo il secondo termine di paragone che è Petrarca. Dice che allo stesso modo, lui cerca, per quanto è possibile, nel viso di altre donne, la desiderata immagine di Laura.

Sonetto: Solo et pensoso i più deserti campi


E’ un sonetto costituito da quartine incrociate (ABBA) e terzine replicate (CDE CDE).
Il tema principale è il colloquio dell’anima con se stessa e con l’Amore (personificato) in luoghi solitari e più adatti alla confessione e all’autoanalisi.
E’ di forte contenuto psicologico, una delle vette del Canzoniere.
In questo sonetto esprime la solitudine come momento di grande riflessione e meditazione.
Nella prima quartina, Petrarca va solitario e pensieroso, percorrendo lentamente la campagna più deserta e suoi occhi ricercavano affannosamente i luoghi dove le orme umane non segnano il terreno.
Nella seconda quartina dice di non trovare alcun riparo che eviti che la gente si accorga della sua sofferenza, poiché nei gesti senza gioia da fuori si capisce come lui sia consumato dalla fiamma dell’amore. Nella prima terzina dice che ormai crede che i monti, i campi, i fiumi e i boschi sappiano di quale genere sia la sua vita che è nascosta agli altri.
Nell’ultima terzina, Petrarca dice che non riesce a trovare luoghi così impervi e deserti che impediscono all’Amore di continuare a seguirlo, parlando con lui, ed egli con lui.

Sonetto: Erano i capei d’oro a l’aura sparsi


E’ un sonetto con due quartine a rima incrociata (ABBA) e due terzine con due rime invertite e la terza replicata (CDE; CDE).
Questo sonetto di innamoramento è stato scritto tanti anni dopo il primo incontro con Laura, quando ormai la sua bellezza era sfiorita, ma nella memoria del poeta la figura di Laura si trova intatta, con la sua bellezza e la sua bontà. Il suo amore verso di lei non sfiorisce mai.
Nella prima quartina abbiamo il tema della rimembranza, tema molto caro ai poeti. I capelli biondi di Laura erano scompigliati dal vento che li intrecciava in mille dolci nodi, e la luce ammaliante dei suoi occhi belli, che ora è diminuita (a causa del tempo che passa), splendeva in modo straordinario. A Petrarca sembrava, non sa se fosse realtà o illusione; c’è da meravigliarsi se lui, che era pronto all’amore si innamorò subito?
ESCA : ci deve far ricordare il cuore gentile. L’esca amorosa sta a indicare il suo cuore nobile, che era appunto un’esca amorosa.
Nella prima terzina vi è un eco stilnovista, che si rifà al sonetto “chi è questa che vien, ch’ogn’om la mira” e ci fa pensare a Laura come un essere divino. Dice infatti che il suo incedere non era quello di un essere terreno, ma come quello di un angelo (donna-angelo) e le sue parole avevano un suono diverso da quello di una semplice voce umana. Quello che vide fu uno spirito celeste, un vivo sole, e anche se ora non fosse più così, la ferita non si rimargina per il fatto che l’arco (dal quale fu scoccata la freccia) adesso sia meno teso. (metafora dell’arco, Dio amore che sfrecciava le sue frecce).

Sonetto: Chiare, fresche et dolci acque


E’ una canzone costituita da 5 stanze di 13 versi ciascuna, quattro endecassilabi e nove settenari. Il congedo è costituito da tre versi (fronte primi 6 versi, sirma gli altri).
Questa canzone risale all’epoca del primo soggiorno di Petrarca ad Avignone. Il poeta rievoca il giorno in cui vide l’amata in tutto il suo fulgore sulle rive del fiume Sorga, il quale fu un momento, il quale fu un momento di grande commozione. E’ una delle poesie più famose. Anche qui abbiamo una partecipazione della natura la quale gioisce alla sua presenza. Nella fronte abbiamo il divagare di quel momento passato in cui immagina di vederla, mentre nella sirma si ha il ritorno all’età presente. E’ una canzone in cui prevale il sogno, ciò che viene fuori è tutta un immaginazione. Nel congedo Petrarca si riferisce alla canzone.
Nella prima stanza il poeta chiama a colloquio il paesaggio naturale in cui un giorno vide Laura. “O chiare, fresche e dolci acque (del fiume Sorga), nelle quali immerse le sue belle membra colei che per lui è la sua unica dama a mondo (Laura) ; o ramo che ha avuto l’onore di sentire il suo corpo appoggiato a te; erba e fiori che Laura ricoprì con il lembo candido e grazioso del suo vestito; o cielo, reso santo dalla sua apparizioni, dove l’Amore mi apri il cuore per mezzo dei suoi bei occhi. Ascoltate tutti le mie dolenti e ultime parole.
Nella seconda stanza il poeta desidera essere seppellito in quel luogo, solo così le sue pene d’amore avranno pace. Dice che il suo destino è quello di morire, quando il Dio Amore vedrà i suoi occhi chiudersi per sempre, almeno dice di fare la grazia e ricoprire il suo corpo fra le acque, le erbe e i fiori, e la sua anima così può liberarsi dal corpo e tornare in Cielo. La morte sarà per lui meno crudele se lo accompagneranno alla morte questa speranza di essere seppellito lì, poiché lo spirito affranto non potrebbe abbandonare il corpo tormentato dalle passioni né in un posto più sicuro di questo, né in una tomba che dà più serenità di questa.
Nella terza stanza fa come un sogno ad occhi aperti. Dice che forse verrà un giorno in cui Laura, bella e mite, ma lui crudele come un animale feroce, tornerà in quel luogo abituale. E avverrà che in quel momento, in cui Laura girerà i suoi occhi desiderosi di rivederlo, cercandolo e forse accadrà che, vedendolo che lui ormai è polvere tra le pietre, l’Amore la ispiri, in modo che possa sospirare, chiedendo perdono al cielo per suoi peccati e per non averlo amato, asciugandosi gli occhi con la bella veste.
Nella quarta stanza ricorda il giorno in cui lì vide Laura. Dai rami scendeva una pioggia di fiori sul suo grembo. Un fiore cadeva sul lembo della veste, un altro sulle bionde trecce , le quali quel giorno sembravano oro lucido; un altro fiore si posava a terra l’altro sull’acqua e un altro con il suo grazioso volteggiare sembrava dire : “questo è il regno dell’Amore.”
Nella quinta stanza il poeta riflette su quante volte si sia smarrito davanti alla bellezza di Laura, e pensa che un essere celestiale come lei è sicuramente nato in Paradiso. Il suo aspetto celestiale, il suo viso, le sue parole e il suo dolce sorriso lo avevano riempito di oblio (mi avevano fatto dimenticare ogni altre cosa) e si chiedeva in che modo fosse giunto in quel luogo, credendo di essere in cielo e non dove si trovava. Da quel giorno in poi, gli è sempre piaciuto quel luogo erboso, tanto che altrove non trovava pace.
Nel congedo si rivolge alla sua poesia dicendo che se avesse bellezza quanto ne desidera potrebbe uscire senza paura nel bosco e andare tra la gente, però non è abbastanza curata per essere diffusa fra i lettori di città.

Sonetto: O cameretta che già fosti un porto


E’ un sonetto con quartine a rima incrociata (ABBA) e terzine a rime replicate (CDE). Fa parte della sezione finale delle rime in vita di Laura. A differenza di solo et pensoso, adesso trova conforto nello stare in mezzo agli altri.
“O mia cameretta, che un tempo fosti un luogo di pace e serenità per i miei affanni durante il giorno, ora sei causa di lacrime durante la notte, che durante il giorno celo per la vergogna. “
“O mio lettino, che eri un luogo di riposo e di consolazione per i miei affanni, con quanti vasi colmi di lacrime di dolore ti bagna l’Amore, con quelle sue mani bianche come l’avorio, crudeli solo verso di me, così ingiustamente.
“ E non fuggo solo il mio segreto e il mio riposo, ma soprattutto me stesso e il mio pensiero che talvolta, seguendoli, mi fanno compiere dei voli”
“ E la gente che considerò mia odiosa nemica, chi lo avrebbe mai pensato, lo cerco per trovare rifugio, tanta è la paura di ritrovarmi da solo”.

Sonetto a piacere: Zephiro torna e ‘l bel tempo rimena


In questo sonetto, il 310’ del Canzoniere, Petrarca descrive gli effetti positivi e rasserenanti derivanti dal ritorno della bella stagione, con l’avvento della quale i prati si riempiono di fiori, gli uccelli riprendono a cantare; ogni elemento della natura partecipa con entusiasmo al risveglio del mondo e della natura, cui corrisponde il risveglio dell’amore. Unico escluso tuttavia, il poeta, per il quale la primavera corrisponde al ricordo del primo incontro con la donna desiderata, Laura, e, al contempo, alla dolorosa rievocazione della sua morte, avvenuta nella medesima stagione. Ci sono molte rievocazioni di poeti antichi come Virgilio.

Metro: sonetto con schema ABAB ABAB( rime alternate) CDC DCD (rime incrociate).

Parafrasi


Zefiro ritorna, e conduce nuovamente con sè la bella stagione,
e i prati in fioritura, suo dolce seguito,
e il verso della rondine e il canto lamentoso dell’usignolo,
e la primavera candida e dai mille colori.
I prati sono ridenti, il cielo torna sereno;
Giove si rallegra di contemplare sua figlia;
l’atmosfera, le acque e le terre sono piene d’amore;
ogni essere vivente ritorna ad amare.
Ma per me, afflitto, tornano i sospiri più
penosi, che estrae dal profondo del cuore
colei che le sue chiavi portò con sé in cielo;
e il canto degli uccellini, i prati che fioriscono
e i modi gentili delle belle donne dignitose
sono per me un deserto, e fiere crudeli e tremende.

Zephiro: lo zefiro, vento caldo primaverile che porta con sé il ritorno della bella stagione, è qui personificato; la sua funzione di ambasciatore della Primavera è reminiscenza classica, dato che si trova in Virgilio (Georgiche, II, 330) e Lucrezio (De rerum natura, V, 738).


Si allude qui al mito delle sorelle Progne e Filomena, narrato nelle Metamorfosi di Ovidio (VI, 421-674). Filomena fu violentata dal marito di Progne, Tereo, e sebbene fosse stata privata della lingua perché non raccontasse a nessuno del misfatto, riuscì a darne comunicazione alla sorella Progne, che per vendicarsi fece a pezzi il figlio di Tereo e glielo fece mangiare, ignaro di tutto. Non rimasero impunite le due sorelle, che vennero tramutate in rondine (Progne) e usignolo (Filomela).

sua figlia : per alcuni la figlia di Giove è Venere, dea dell’amore; il riferimento è al fatto che in primavera i pianeti Giove e Venere sono vicinissimi tra loro. Per altri invece si tratta di Proserpina (figlia di Giove e Demetra) che, rapita da Plutone, dio degli Inferi, ritorna ciclicamente sulla terra determinando la Primavera.

La seconda quartina, che celebra il trionfo lieto e felice della Natura primaverile e dell'amore umano, è intessuta di richiami alle Georgiche virgiliane.

Ma: La congiunzione avversativa iniziale mette subito in evidenza l’antitesi, e concentra l’attenzione non più sul ridente paesaggio circostante ma sull’interiorità tormentata ed infelice del poeta.

i più gravi sospiri: ovvero quelli prima per l'amore infelice per Laura e poi per la sua prematura morte.

Sette aspre e selvagge: la stessa clausola (con l’evidente allitterazione della - s -) torna in Petrarca nel sonetto Solo et pensoso i più deserti campi (vv. 12-13: “Ma pur sì aspre vie né sì selvagge cercar non so”).

Figure retoriche


Anastrofe - (d'amor piena , d'amor si riconsiglia);
Enjambement - vv. 7 - 8; Endiade - (fere aspre e selvagge); Perifrasi - vv.11 ; Personificazione - vv.5;polis.
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