Movesi il vecchierel canuto e bianco

“Movesi il vecchierel canuto e bianco” è il sedicesimo sonetto del “Canzoniere”, raccolta di liriche scritte in volgare da Francesco Petrarca tra il 1335 e il 1374, anno della sua morte. La poesia si fonda sulla similitudine tra la ricerca di un “vecchierel” (al quale Petrarca dedica ben tre strofe) e quella stesso poeta.
Al verso uno si trova il primo termine di paragone, seguito da una dittologia sinonimica (“canuto e bianco”) legata al verso successivo da un forte enjambement. Nei versi successivi si dice che il protagonista sta lasciando il “dolce loco” in cui aveva trascorso la sua vita e la “famigliuola”, stupita dalla sua partenza. In questa prima quartina emerge la fatica emotiva del “vecchierel” nell’intraprendere questo viaggio, evidenziata dai termini affettivi (“dolce” v.2, “famigliuola” v.3, “caro” v.4) e da un tono malinconico (“canuto e bianco” v.1, “venir manco” v.4).
La congiunzione “indi” v.5 introduce la seconda quartina, che dà invece l’idea della fatica fisica del cammino (“traendo” v.5, “quanto più po” v.7, “stanco” v.8) provata dal protagonista a causa della vecchiaia; riguardo quest’ultimo tema, di particolare rilievo sono: la sineddoche “antiquo fianco” v.5 e le espressioni “estreme giornate di sua vita” v.6 e “rotto dagli anni” v.7. Il nucleo semantico del tempo e quello della fatica confluiscono nel chiasmo tra “rotto” - “stanco” e “dagli anni” - “dal cammino”.
Al verso successivo ha inizio la prima terzina, nella quale si esplicita la meta del viaggio (“Roma” v.9) e il suo obiettivo: ammirare la Veronica

O cameretta che già fosti un porto

“O cameretta che già fosti un porto” è il trecento trentaquattresimo sonetto del Canzoniere, raccolta di liriche scritte in volgare da Francesco Petrarca tra il 1335 e il 1374, anno della sua morte.
Nella prima strofa, il poeta si rivolge alla sua cameretta, evidenziando come il suo ruolo sia cambiato con il tempo: se prima era un luogo sicuro (porto v.1) per i suoi tormenti interiori (gravi tempeste, v.2), ora è la causa delle lacrime che nasconde durante il giorno per la vergogna, v.4. Questa prima quartina è particolarmente significativa, poiché sintetizza alcune delle principali caratteristiche dello scrittore. In primo luogo emerge uno degli aspetti che rende Petrarca anticipatore dell’Umanesimo: il fatto di essere un intellettuale cosmopolita che non si sente radicato in alcun luogo, tanto da definirsi più volte peregrinus ubique. Questa condizione lo spinge da un lato a viaggiare molto, ma dall’altro si contrappone al bisogno di chiudersi nella sua interiorità in luoghi appartati, come Valchiusa, Arquà o, come si evince dal sonetto, nella sua cameretta, v.1. La rima antitetica diurne-notturne rimanda alla frammentazione psicologica dell’autore, causata dall’amore per una donna di nome Laura e dai sentimenti contrastanti che questo amore provoca nel poeta in quanto chierico. Infine, il termine vergogna v.4 è un forte richiamo al sonetto proemiale, nel quale Petrarca si pente di essersi abbandonato alle passioni terrene (me medesmo meco mi vergogno, v.11, del mio vaneggiar vergogna è ‘l frutto, v.12), dimostrando di essere ancora in parte uomo medievale: se così non fosse, non si rammaricherebbe dell’attrazione provata nei confronti di Laura.
Nella seconda strofa il poeta si rivolge al letticciuol v.4, distinguendo, come nella prima quartina, i due ruoli che ha svolto nel tempo: se prima era per lui fonte di riposo e conforto (requie e conforto v.5), ora viene bagnato dalle lacrime (dogliose urne v.6) provocate da Amor, v.7. I versi 7 e 8 si riferiscono alla donna amata, indirettamente definita crudele dal momento che in vita non ha ricambiato il sentimento provato dallo scrittore nei suoi confronti. Inoltre, dall’espressione mani eburne, si può affermare che si tratta di un sonetto in morte di Laura.
Nella prima terzina al verso 9 vengono riprese in maniera ordinata le due strofe precedenti: il mio secreto si riferisce alla cameretta, mentre ‘l mio riposo al letto. Subito dopo, il poeta afferma di non voler fuggire da questi due luoghi ma da se stesso e dai pensieri che lo tormentano, concetto evidenziato dal parallelismo il mio secreto e ‘l mio riposo-me stesso e ‘l mio pensiero, vv.9-10.
Nonostante la strofa precedente si concluda con un punto forte, la seconda terzina è introdotta dalla congiunzione e, come spesso accade nelle liriche di Petrarca. In questi ultimi versi, l’autore dice che, per paura di rimanere solo, cerca consolazione e rifugio nella gente (vulgo, v.12), nonostante questa abbia sempre suscitato in lui sensazioni negative (a me nemico e odioso, v.12). Questo atteggiamento è in forte contrasto con ciò che il poeta stesso scrive nel sonetto Solo e pensoso i più deserti campi, dove dice di rifugiarsi in luoghi appartati per sfuggire alle maldicenze della gente (mi scampi dal manifesto accorger de le genti, vv.5-6), e con il tema fondamentale del De vita solitaria, opera in latino che esalta la vita condotta in modo appartato lontano dalle città, ritenute alienanti; la paura della solitudine è qui talmente forte da indurlo a rifugiarsi in qualcosa che aveva, fino a quel momento, tentato di evitare.
In ultima analisi, la struttura del sonetto è molto ordinata: le quartine sono scandite/ bipartite dai due nuclei temporali presi in considerazione (fosti, v.1, se’ or, v.3, eri v.5, ti bagna, v.7); per quanto riguarda le terzine, entrambe sviluppano un argomento nei primi due versi e un secondo argomento nel terzo.
Tra le rime, particolare rilevanza hanno le inclusive (diurne-notturne, vv.2-3, urne-eburne, vv.6-7) e le equivoche (porto-porto, vv.1-4).
La focalizzazione della composizione sull’io del poeta emerge principalmente nelle ultime due strofe (mio secreto v.9, mio riposo v.9, me stesso v.10, mio pensiero v.10, me nemico v.12, mio refugio v.13, ritrovarmi v.14) ed è dovuta al fatto che Petrarca, come si può leggere nell’epistola a Giovanni Colonna, utilizza la poesia per sfogare se stesso e consolarsi con gli scritti.
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