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L’esigenza fondamentale della seconda parte dell’Ottocento è rappresentare il vero. La verità è caratterizzata dall’irrompere delle masse nella letteratura e dell’arte. Nella letteratura il romanzo è il genere che permette di esprimere meglio le sfaccettature della realtà.
Si sviluppa così il Verismo, movimento italiano legato prevalentemente a Verga, ma fondato da Capuana.
Prima del Verismo ci sono gli studi del Naturalismo francese dai quali il Verismo, “prende spunto”.
I grandi modelli francesi sono: Flaubert, i fratelli De Goncourt, Guy de Maupassant e Zola.
Il Naturalismo vuole analizzare in modo scientifico la natura delle cose, vuole far parlare i fatti, essere impersonale e di pari passo impassibile, tutto ciò era ambientato soprattutto nei sobborghi francesi, dove al meglio si viveva di espedienti.
Zola aveva appunto analizzato e teorizzato l’impersonalità dell’arte: l’arte doveva essere impersonale e oggettiva.
Federico de Roberto, uno dei primi veristi, per perseguire l’impassibilità e l’impersonalità scrive “Processi Verbali” (raccolta di racconti), quasi interamente dialoghi.

Il corrispettivo della letteratura naturalista e verista nell’arte sono i movimenti impressionisti e macchiaioli. Anche questi avevano la necessità di rappresentare il vero.
Nel Verismo c’è un movimento che è il Regionalismo, nel quale ogni autore si occupa della propria regione, in maniera linguistica, dialettica e folkloristica.
Graziadio Isaia Ascoli prende posizione contro l’idea di Manzoni di formare gli insegnanti con la lingua fiorentina.

Per far sentire gli italiani uniti in una nazione bisognava creare dei miti comuni, monumenti a Dante e a Petrarca, essi dovevano sentire di avere una base culturale e un’origine comune, come le lingue e la letteratura.
Nella poesia si ha il compito di sostenere questa unione, nasce così il poeta vate, che nell’antichità era il grande narratore o intrattenitore (Omero) e spingeva all’orgoglio nazionale, e più in generale, anche nella modernità, colui che celebra un’epoca e i sentimenti.
Il poeta veggente ha dentro di se una parte infantile e vede al di là della realtà, quindi ciò che gli adulti non vedono più come le paure irrazionali.
E’ più facile dire cosa il poeta non è piuttosto che definirlo, Montale: “Ti posso dire solo ciò che il poeta non è” .

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