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L’ermetismo è un gusto poetico il cui termine, coniato da Francesco Flora nel 1936 fa riferimento alla figura mitica di Ermete trismegisto (Ermes, il tre volte grandissimo) che richiama i riti interpretativi della tarda antichità secondo i quali per interpretare il volere degli dei si facevano dei riti magici. Questa divinità complessa era il messaggero degli dei e quindi chiamato a portare il messaggio divino sulla terra. Questo messaggero doveva tradurre nel linguaggio umano la volontà illimitata degli dei: il modo sarà sempre limitante rispetto al messaggio originale dunque nel passaggio interpretativo tra la voce del dio, la verità assoluta, e l’interpretazione umana è evidente che qualcosa si perdeva. Infatti tutto viene filtrato e modellato in base all’uomo che interpreta questo messaggio. La poesia si pone sullo stesso piano dell’oracolo (si veda l’oracolo di Delfi che era oscuro). La sacerdotessa solitamente era invasata, aveva dei momenti di ispirazione in cui il dio le parlava anche se in realtà era drogata e profetava il futuro con frasi possibili di interpretazione doppia, trasmetteva un messaggio ambiguo. Se la soluzione che l’interprete aveva dato risultava sbagliata, l’oracolo sosteneva che non aveva sbagliato a profetare ma qualcuno a interpretare.

Sul piano letterario con il termine ermetismo si sottolinea una poesia dal carattere chiuso (ermetico) e volutamente complesso, solitamente ottenuto attraverso un susseguirsi di analogie di difficile interpretazione.
Alla base di questo movimento, che ebbe come modello i grandi del decadentismo francese come Mallarmé, Rimbaud, Verlaine e Valéry, si trova un gruppo di poeti affiliati all’ermetismo tra i quali ricordiamo Quasimodo, Mario Luzi e Alfonso Gatto. Ungaretti e Montale invece ebbero esperienze poetiche sui generis, talmente individuali che non possono essere ascritte a un movimento poetico preciso. Di Ungaretti sono ermetiche le liriche di ‘Vita di un uomo’.
Tale poesia, per l'assoluta ricerca di essenzialità, ha assunto il nome di poesia pura libera da ogni finalità pratica in cui la parola poetica ha una magia evocativa e dove l'analogia e l'armonia della parola hanno il compito di svelare l'ignoto. Ne risulta una poesia concentrata ed essenziale che contiene una tensione metafisica proiettata verso l'ineffabile, verso il silenzio e l'assenza. È quindi presente un fondo misticheggiante. Caratteristiche ermetiche sono la chiusura dello scrittore in una forma di individualismo totale e la scelta di un linguaggio arduo, difficile, oscuro, al limite dell’incomunicabilità. La poesia si rivolge ad un ristretto numero di persone.
Il tema centrale della poesia è il senso della solitudine disperata dell'uomo moderno che ha perduto fede negli antichi valori, nei miti della civiltà romantica e positivistica e non ha più certezze a cui ancorarsi saldamente. L'uomo vive in un mondo incomprensibile, sconvolto dalle guerre e offeso dalle dittature, per tanto ha una visione sfiduciata della vita, priva di illusioni. Gli ermetici rifiutano la parola come atto di comunicazione per lasciarle solo il carattere evocativo. Come aveva insegnato Ungaretti, il centro su cui converge questa ricerca è costituito dalla parola che si fa evocatrice ed allusiva per caricarsi di significati molteplici e indefiniti.

A questo proposito è significativa l’esperienza poetica di Quasimodo.
Ed è subito sera - già pubblicata nel 1930 quando originariamente gli intensi versi liberi di questa breve poesia costituivano la terzina finale di una poesia più lunga intitolata "Solitudini" contenuta in Acque e terre – fa parte della raccolta omonima, pubblicata nel 1942.
È diventata la poesia manifesto del modo di fare poesia ermetica: in soli tre versi la descrizione di un tramonto si carica di forti connotazioni esistenziali e simboliche. L’estrema brevità del testo si combina con l’assenza di dettagli concreti, antefatti temporali o riferimenti narrativi alla situazione e al contesto della percezione del poeta. Ne deriva quindi uno scenario fortemente astratto in cui l’immagine poetica vuole generare un’atmosfera sospesa e quasi surreale. Affronta la tematica, su cui si è incentrata anche la poetica leopardiana e montaliana, della brevità delle illusioni.
Quasimodo esprime la condizione esistenziale universale della solitudine dell’uomo e della precarietà della vita, e lo esprime in maniera estremamente concisa come una "sentenza", una "massima" che con poche, significative parole sintetizza una amara verità eterna.
La lirica si riferisce a un soggetto collettivo (“ognuno” del v. 1): l’io del poeta sembra sciogliersi in una specie di fratellanza universale, basata sulla comune esperienza del dolore. Se insomma sviluppa alcuni temi tipicamente ermetici, non bisogna dimenticare che l’autore, in saggio del 1946 che sicuramente risente anche della tragedia del secondo conflitto mondiale, spiega che la sua attività vuole contribuire alla ricomposizione e alla ricostruzione dell’uomo contemporaneo:

Rifare l’uomo: questo è il problema capitale. Per quelli che credono alla poesia come a un gioco letterario, che considerano ancora il poeta un estraneo alla vita, uno che sale di notte le scalette della sua torre per speculare il cosmo, diciamo che il tempo delle ‘speculazioni’ è finito. E poi conclude: Rifare l’uomo, questo è l’impegno.

Ed è subito sera rimane comunque un testo esemplare della fase ermetica e ha valore programmatico rispetto alle soluzioni stilistiche adottate in questo periodo: la concisione estrema dell’espressione, il significato profondo della parola, la problematica interiore ed esistenziale, l’uso di immagini astratte (il “cuor della terra”), la retorica preziosa e raffinata, la sintassi paratattica e la ricerca fonico-timbrica. L’estrema brevità del testo mette in evidenza la trama di corrispondenze foniche come allitterazioni e insistenze timbriche. La sintassi paratattica e le soluzioni prosodiche creano un effetto musicale di “staccato” che conferisce ai versi un andamento grave e sentenzioso.
In questa poesia il poeta ha racchiuso i tre momenti della vita dell'uomo: la solitudine, derivata dall'incomunicabilità; l'alternarsi della gioia e del dolore; il senso della precarietà della vita. Ognuno, dice il poeta, pur vivendo in mezzo agli uomini (sul cuor della terra) si sente fortemente solo a causa dell'impossibilità di stabilire un rapporto duraturo con qualcuno. L'ipotesi più accreditata del significato di star solo "sul cuor della terra" attribuisce alle parole il significato di star solo nel momento individuale ed intimo della ricerca del senso dell'esistenza, ovvero di ciò che permette all'uomo di sorpassare la morte. Tuttavia, pur essendo solo, viene stimolato dalle illusioni (un raggio di sole), dalla ricerca di una felicità a volte apparente. Questa ricerca è nello stesso tempo gioia e dolore, perciò il poeta usa il termine "trafitto", cioè, ferito dal raggio di sole stesso. E intanto, come alla luce del giorno succede rapidamente l'oscurità notturna, per la vita dell'uomo giunge la morte: ed è subito sera.

È evidente l’influsso della lezione ungarettiana e non c’è dubbio che il precedente più diretto di questi versi è costituito da Mattina ma al tentativo di cogliere un frammento di verità, Quasimodo sostituisce qui una sintetica riflessione sulla condizione umana.

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