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Italo Svevo

Svevo è famoso soprattutto per i romanzi, Una vita (1892), Senilità (1897) e La coscienza di Zeno (1923) nei i quali i personaggi sono metafora di un percorso che porta l’individuo dal sentirsi inferiore perché inadeguato alla vita, a ritenersi man mano un privilegiato: ne La coscienza di Zeno l’inettitudine non è più un marchio di inferiorità, ma è una fortuna, un privilegio, è la possibilità per l’uomo di essere nuovo, di non rimanere fissato in una forma. Zeno è un inguaribile bugiardo, aggressivo, impulsivo, ma si ribella alle certezze del mondo borghese. Svevo accompagna l’evoluzione del personaggio con il cambiamento della forma narrativa: i primi due romanzi sono narrati in terza persona mentre La coscienza di Zeno è in prima persona, con un personaggio–narratore poco attendibile, inaffidabile, che alterna verità a bugie, ma che scopriamo uomo dotato di una visione acuta della vita, di umorismo corrosivo e diventa simpatico ed accattivante. Svevo usa la tecnica di presentare Zeno come un personaggio inattendibile, di cui non sappiamo mai se dice la verità o stia mentendo, per realizzare la metafora dell’ambiguità del reale, della mobilità e relatività della verità, della moltiplicazione dei punti di vista.

Per Svevo l’esperienza familiare è rilevante al fine della comprensione della sua estetica: nel 1880, a soli diciannove anni, Hector Schimtz, dopo aver studiato in Germani e aver capito che la sua ispirazione era la scrittura, a seguito del fallimento dell’impresa del padre, conosce l’esperienza della declassazione passando dall’agio borghese ad una condizione di ristrettezza (come per Pirandello); fu costretto a cercare lavoro e si impiegherà in banca a Trieste; per lui il lavoro impiegatizio era arido e opprimente e troverà conforto nella che letteratura. Parlerà di questa condizione nel romanzo Una vita che pubblicherà con lo pseudonimo Italo Svevo.
Nel 1896 il matrimonio con una cugina, figlia di un facoltoso industriale inserito nel mercato internazionale, segna per Svevo un salto di classe sociale ( matrimonio calcolato) e una svolta fondamentale nella vita: in primo luogo, l’inetto, roso da infinite insicurezze, può finalmente dimostrare di essere anch’egli in grado ricoprire quel ruolo sociale che convenzionalmente è simbolo di virilità, cioè essere marito, padre, pacato dominatore di un nucleo domestico; ma soprattutto cambia la condizione sociale: Svevo si ritrova ad appartenere alla alta borghesia, abbandona l’impiego in banca ed entra nella ditta dei suocere per diventare un uomo d’affari, dirigente di industria; questo periodo coincide con un momento di crisi del rapporto con la attività letteraria; gli sembrò poco produttiva e noiosa e certamente su questa considerazione influì il fallimento della pubblicazione del secondo romanzo Senilità del 1898. La crisi del rapporto con la letteratura va letta come simbolo della più generale crisi dell’intellettuale dell’epoca che avverte un senso di fallimento di fronte al dinamismo ed alla concretezza dell’era industriale; Svevo lascia la scrittura per dedicarsi proprio all’opposto, all’industria, alla merce, al profitto. Il bisogno di scrivere però non lo abbandona; era latente e ossessivo; inizialmente Svevo lo mascherava come necessità di conoscere se stesso e di ritirarsi a colloquio con sé, ma in realtà il manager Ettore Schmitz aspettava l’occasione per riprendere a scrivere; intanto la sua formazione intellettuale fu arricchita addirittura da:
- un incontro con James Joyce (1905); Joyce era esule volontario dalla sua opprimente cattolica Irlanda e insegnava all’università di Trieste dove Svevo prese da lui lezioni di Inglese; tra loro nacque una profonda amicizia nonostante la differenza anagrafica (Joyce era di venti anni più giovane)
- un incontro con la psicoanalisi di Freud (1910); il cognato aveva sostenuto una terapia a Vienna con il grande psicanalista e le teorie freudiane scatenarono in Svevo la curiosità per le tortuosità della psiche di cui si era già accorto con genialità prima della nascita delle teorie psicoanalitiche e ne aveva fatto motivo di scrittura in Una vita e Senilità; Svevo però non accettò mai l’idea che la psicoanalisi potesse essere una terapia salvifica; poteva essere solo uno strumento conoscitivo

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