Italo Svevo è uno pseudonimo di Ettore Schmitz (cognome tedesco), nato a Trieste nel 1861. Si darà questo nome volendo sottolineare l’incontro di due culture: quella italiana (ecco Italo) e quella tedesca per natura (ecco Svevo).
Nasce a Trieste e fu educato in Baviera in lingua tedesca e quindi la sua formazione tedeschi e per essere precisi è mitteleuropea (=dell’Europa centrale). Cultura mitteleuropea è un concetto non solo geografico, ma anche culturale, perché è la cultura in lingua tedesca, con apporti filosofici tedeschi.
Altri autori mitteleuropei sono Kafka a Praga e Musil a Vienna.
La città di Trieste non è un caso perché intanto non apparteneva all’Italia e non ci apparterrà fino alla fine della guerra mondiale; Trieste apparteneva all’impero asburgico e era necessaria a quell’imperio che non aveva sbocchi sul mare. Era ed è una città multietnica e multiculturale, come lo sono in genere le realtà di frontiera.

Ha le caratteristiche di una città proiettata più verso l’Europa che non verso l’Italia. Le sue caratteristiche sono più da città mitteleuropea che non da città italiana.
Questo è importante per il fatto, ad esempio, che Svevo l’italiano lo impara successivamente; qualche critico dice anche che scrive un brutto italiano. Sicuramente non ha il senso della tradizione letteraria italiana.
Ci sono degli aspetti positivi in questo essere diverso ad esempio Trieste meno provinciale, meno arretrata (finchè in Italia c’era il fascismo e il superomismo d’annunziano, erano quelli i modelli culturali, a Trieste si era in un’altra dimensione).
A Trieste lavora e opera Joyce che insegna inglese in una scuola e che Svevo conosce personalmente perché va a lezione di inglese. Non è letterato, ha fatto studi tecnici, lavora in banca, poi farà un matrimonio ricco per lui perché il suocero aveva una ditta di vernici per sottomarini. Non è un letterato di professione, ma si dedica agli affari.
Ha bisogno di conoscere l’inglese e quindi va a lezione da Joyce.
A Trieste entra in contatto con la psicanalisi attraverso un allievo di Freud presso il quale era in cura un cognato di Svevo. Quindi viene a conoscenza della psicanalisi , delle sue tecniche, di quello che si prefigge. Non crederà alla psicanalisi (ha un atteggiamento ironico nei suoi confronti) come strumento che risolva i problemi però è un oggetto che usa nella sua letteratura.
Quindi per certi aspetti è un ambiente all’avanguardia e infatti se facciamo un confronto delle tematiche tra d’Annunzio e Svevo, pur essendo quest’ultimo più vecchio di due anni, quando si va a leggere si trova che svevo è molto più moderno perché d’Annunzio è legato alla tradizione mentre Svevo è proiettato in un mondo che deve ancora venire. Questo dà l’impressione di una grande differenza.
Svevo non è un letterato di professione, ma scrive per passione, perché tutto ciò che non viene fissato dalla letteratura si perde inesorabilmente, tutto ciò che non viene letteraturizzato (cioè trasformato in letteratura) è soggetto alla totale dispersione cioè all’oblio. Noi stessi, per i fatti personali, perdiamo il senso della continuità a distanza di anni.
La letteratura per Svevo è una necessità anche se per lui non è un mestiere.
Scrive tanto; si parla sempre dei romanzi però lui ha scritto dal teatro a racconti a romanzi. Ci si concentra sui romanzi perché vengono considerati una sorta di trilogia in qualche senso; non che ci sia una continuità. La continuità è data dal tema dell’inettitudine, tema incarnato in personaggi diversi

I romanzi sono:
- Una vita (1892) : in realtà lo aveva intitolato Un inetto, ma l’editore Treves lo costrinse a cambiare titolo perché secondo lui non attirava il lettore a comprare il romanzo e così diventa Una vita. È la storia di un giovane di provincia, Alfonso Nitti, che lavora in banca a Trieste e di cui si innamora la figlia del proprietario della banca, Annetta Maller, che è un po’ svampita ma comunque un buon partito. Quando si tratta di venire al dunque, di concludere l’affare in una società borghese in cui i soldi sono il valore primo, Alfonso sceglie la via di fuga e se ne torna nel suo paese con la scusa che la madre non stava bene, ma è solo un pretesto. Il motivo vero è che lui è un inetto cioè non sa trattare la vita, ne ha in un certo qual modo paura e nei momenti risolutivi preferisce fuggire. Quando torna a Trieste è cambiato tutto, Annetta si è già sposata e è rilegato in un ruolo secondario.

Questa sua inettitudine si risolve con la sua scelta di suicidarsi. Ecco il titolo una vita, come dire spesa inutilmente e un inetto incapace di vivere. Questo è il primo protagonista, l’inetto giovane.
-Senilità (1898) questo è l’inetto maturo (30 anni)
-La coscienza di Zeno (1923) questo è l’inetto più maturo (50 anni) e di successo

La letteratura in Svevo non è un’attività, un mestiere, ma una necessità e quindi scriverà per tutta la sua vita (scrive molte opere, anche novelle, opere di teatro, ma ci si sofferma sui romanzi) come terapia, come forma di sfogo; per lui la letteratura è essenziale. Svevo viene a conoscenza di Joyce e frequenta i suoi corsi di inglese alla Berlitz school di Trieste e della psicanalisi attraverso il cognato che entra in terapia psicanalitica.
L’ultimo romanzo è La coscienza di Zeno, pubblicato nel 1923. Svevo lo manda anche da leggere a Joyce, che allora si era trasferito in Francia, a Parigi, e Joyce lo fa conoscere a due critici, Cremieux e Larbaud,che lo recensiscono positivamente mentre in Italia il romanzo passa inosservato a parte la segnalazione positiva di Eugenio Montale, per il resto la critica e il pubblico italiani ignorano quest’opera. La lettura comincerà dopo il ’50 quindi Svevo non ha neanche la fortuna di godersi la popolarità perché nel 1928 muore di incidente stradale (è un anticipatore anche in questo senso). C’è qualcosa di ironico in questa sua fine, in linea anche con il personaggio che era molto ironico e autoironico.

Svevo ha una formazione mitteleuropea, sostanzialmente come lingua quella tedesca, poi ci sarà anche lo studio dell’italiano ma la critica sottolinea che quello di Svevo non è un italiano buono, quantomeno è un italiano duro, soprattutto se facevano il confronto con l’italiano di d’Annunzio.
Nella sua formazione c’è tutta la cultura 800centesca, da Darwin (determinismo) agli autori dell’area tedesca cioè Nietzsche, Freud, Schopenhauer quindi si appropria di molti elementi, a volte anche contraddittori e che lui rielabora; in realtà non segue sistematicamente nessuno di questi elementi, li rielabora in modo critico, in modo suo.
Pagina 322: → Da Schopenhauer riprende la capacità di cogliere gli autoinganni che l’uomo opera nei propri confronti oltre che nei confronti degli altri e inoltre coglie il carattere inconsistente, vano dei desideri umani.
Da Freud prende come modello di riferimento la psicanalisi come tecnica della conoscenza, ma la rifiuta sia come terapia medica sia come interpretazione ideologica della vita. È interessante la concezione che dà Svevo del cosiddetto malato nevrotico, quello che ha patologie di tipo nervoso. In realtà la nevrosi è il segnale di uno che non vuole arrendersi. È il sano che è organico a sistema, docile, reso obbediente al sistema stesso perché il sistema richiede lavoro, disciplina, obbedienza alle leggi della società.
Il nevrotico è colui che attraverso la nevrosi manifesta la sua volontà di non sottostare, di non adeguarsi, di non stringere gli istinti vitali. Quindi anche qui abbiamo il rovesciamento della concezione di malattia e di sanità come in Pirandello c’è il rovesciamento della concezione delle pazzia.

Non solo, i pericolosi sono i cosiddetti sani che sono pericolosi per il mondo, per il suo futuro, per il suo destino. Proprio alla conclusione della coscienza di Zeno c’è una pagina profetica che dice che qualcuno si arrampicherà sulla cima del mondo e innesterà un ordigno di devastante distruzione (è una specie di profezia di guerra atomica molto prima che ci fossero gli elementi per poterla fare) e lo faranno i cosiddetti sani. C’è questo rovesciamento di prospettiva per cui diventa positiva la posizione del malato nevrotico, dell’inetto cioè il non adatto a vivere, perché ne coglie le contraddizioni che vede in lui, negli altri, nelle situazioni perché l’inetto è spietatamente lucido nel giudicare. Il pensiero blocca l’azione (come diceva Leopardi) e quindi non è adatto per vivere perché la vita non richiede riflessione. Quindi anche qui c’è questa esaltazione dell’inetto: in realtà l’inettitudine è una forma di resistenza all’alienazione. L’individuo normale è un alienato, alienato da sé stesso prima di tutto, perché è costretto in un certo sistema, non è padrone di sé stesso. Questa è l’alienazione.
Questa constatazione non appartiene solo a Svevo, sono molti gli autori di questo stesso periodo che dicono questi concetti, ovviamente perché l’artista ha una sensibilità maggiore rispetto all’individuo comune, quindi avverte il dramma dell’esistenza (Kafka, Musil).

Letteraturizzazione della vita

In Svevo c’è poi la letteraturizzazione della vita, quindi per lui scrivere è una necessità, non una fonte di guadagno, non c’è neanche riconoscimento, almeno finchè lui è vivo, della sua grandezza e quindi non c’è l’aspirazione alla gloria. È una necessità perché come lui dice “solo la letteratura salva l’esistenza vissuta” perché la fissa sulla pagina. L’esistenza vissuta altrimenti diventa morta, nel senso che l’individuo stesso non la sente più come sua perché l’individuo non rimane sempre uguale a sé stesso e quello che gli può sembrare fondamentale in un momento della sua vita, in un altro momento magari non gli dice più nulla. Siamo soggetti a un continuo flusso del divenire e se non interviene la letteratura a salvare queste parti di vita vissuta, questa vita vissuta muore definitivamente perché non è più significativa nemmeno per lo stesso individuo. È lontano dall’estetismo di d’Annunzio che scrive per il gusto della bella parola, perché èè un narciso che ama mettersi in mostra quindi per motivi diversi da quelli di Svevo. Questo lo dice anche nell’introduzione dell’opera Le confessioni del vegliardo

I romanzi


Una vita 1892 (che si intitolava Un inetto).
Il romanzo risente ancora degli influssi del naturalismo (più facilmente conosceva il naturalismo che non il verismo italiano, per la sua formazione), del determinismo (anche darwiniano per cui l’inetto non può che finire male) e, infatti, il protagonista Alfonso Nitti si suicida. Il protagonista è un bancario (non banchiere che è quello che possiede la banca), lavora nella banca Maller di Trieste (Svevo mette a frutto le sue conoscenze di questo ambiente) e si innamora della figlia del banchiere, ma essendo un inetto non sa sfruttare la situazione e fugge nel senso che prendendo a pretesto la malattia della madre torna al suo paese e lascia che le cose procedano per conto loro. Quando torna a Trieste Annetta si è fidanzata con un altro, lui viene declassato all’interno della gerarchia del personale della banca e lui chiuderà questa esistenza con il suicidio.
Alfonso Nitti è un piccolo borghese, la vicenda si potrebbe leggere come l’inadeguatezza dei piccoli borghesi e dei loro valori rispetto la realtà del momento. C’è inoltre l’inadeguatezza dell’aspirante letterato (perché Alfonso ha delle velleità letterarie = aspirazioni a cui non corrispondono capacità) che è inadeguato in questo momento storico (a parte d’Annunzio che si propone come vate gli altri hanno la percezione dell’inutilità del loro ruolo).

Senilità (1898)


Perché questo titolo? Il protagonista Emilio Brentani non è un vecchio, è un impiegato trentacinquenne. Senilità allude alla condizione esistenziale in cui vive il protagonista che è una condizione senile, da vecchi, non nel senso anagrafico ma che è una vita spenta senza lanci, entusiasmi, rischi, niente che la renda degna di essere vissuta. Quindi senilità è una condizione esistenziale.
Il protagonista è un impiegato (predominanza di figure legate al mondo impiegatizio) che ha scritto un romanzo e frequenta i circoli letterari di Trieste (romanzo ambientato di nuovo a Trieste). Vive con una sorella, Amalia che è una zitella. Ha una vita spenta. Stringe poi amicizia con uno scultore, che come scultore è un fallito ma in compenso è un don Giovanni fortunato. È l’opposto del protagonista che vorrebbe tenere sempre tutto sotto controllo, dominare tutto, incanalare tutto nella realtà perfino i sentimenti. Lo scultore è più estroso. A un certo momento Emilio conosce una ragazza del popolo, Angiolina, che rappresenta la vitalità, la spinta alla vita, ragazza che non si lascia disciplinare e lui pretenderebbe di educarla ma non ci riesce. Angiolina rappresenta l’istinto vitale. Lui stesso mette le premesse di un amore impossibile, perché tende ad idealizzare la donna che in verità di ideale non ha nulla quindi mette le basi del fallimento di questo rapporto. Per cui c’è un momento nella vita di questo personaggio in cui sembra possa aprirsi alla vitalità, ma lui stesso lo fa finire perchè pretende di dominare tutto, di tenere tutto sotto controllo. La sorella si innamora segretamente dello scultore, che neanche la vede. La sorella si ammalerà e morirà. Emilio dopo questa vicenda si rinchiude nella sua vita senile, nella sua condizione da cui in realtà non era mai uscito. C’era stata quella possibilità, peraltro sprecata.
Anche qui c’è il tema dell’inettitudine anche se qui l’inetto è più maturo perché ha 35 anni.
Il romanzo è fuori dallo schema naturalistico, deterministico. Qui è il protagonista che sceglie, non è condizionato da nulla. Già Montale aveva sottolineato che c’è un quadrilatero perché i due personaggi maschili e i due femminili sono antitetici perché rappresentano mondi diversi. La condizione di senilità che lui accetta è ancora la vita normale in cui accetta le regole che servono da alibi morali e che Freud aveva interpretato come scontro di principio di realtà e principio di piacere che viene sacrificato a favore di quello di realtà.

La coscienza di Zeno (1923)

Rispetto agli altri due si ha un salto, ci sono delle caratteristiche che fanno di questo romanzo un grande romanzo a livello europeo perché presenta tutta una serie di novità. Prima di tutto c’è lo scardinamento della concezione tradizionale di romanzo: il romanzo 800esco era una narrazione in genere lineare fatta da un narratore esterno onnisciente. Si parte dall’inizio poi c’è uno svolgimento e poi la conclusione, al massimo ci può essere un flashback, ma l’impianto è quello. Qui intanto salta la concezione di tempo, perché non è lineare, non si va dall’inizio della vicenda alla fine della vicenda. La vicenda procede intersecando i paini. Mentre nel romanzo ci sono i capitoli qui non c’è questa suddivisione ma la suddivisione è per temi, ad esempio l’ultima sigaretta, il rapporto con il padre, il mio matrimonio,l’amante Carla, l’avventura con il coniato, quindi non c’è un prima e un dopo, le vicende possono essere contemporanee, la narrazione non è lineare. Inoltre il narratore è il protagonista che narra in prima persona e quindi anche i tempi saltano.
Inoltre non abbiamo un narratore esterno onnisciente che narra in terza persona, ma un narratore che parla in prima persona che è il protagonista. Anche i tempi saltano perché il tempo usato è sempre il presente perché è lui che sta raccontando, può anche usare il passato ma la tendenza è di riportare al presente l’accaduto.
Quindi è un esempio di romanzo moderno.
Il fatto che il narratore parli in prima persona fa si che noi non abbiamo garanzie sulla sua attendibilità; mentre il narratore esterno onnisciente dà anche dei giudizi (Manzoni ci dice chiaramente cosa pensa dei personaggi, della vicenda, ci dà dei giudizi e sappiamo che è attendibile perché è anche appassionato di storia), quando scrive Zeno non sappiamo quanto credito possiamo dargli perché quello è il suo punto di vista. E, infatti, Svevo ci avverte all’inizio del romanzo: quando viene scritto il romanzo? Zeno si è messo in cura psicanalitica dal dottor S (=Sigmund Freud) per liberarsi dal vizio del fumo. Questo dottor S gli dice di scrivere un memoriale per liberarsi dal vizio ma siccome alla fine la cura non funziona perché non riesce a liberarsi da vizio del fumo, pianta in asso il medico, e questo si vendica pubblicando il memoriale di Zeno violando anche il segreto professionale. Quindi ci dice che quello che è scritto è il punto di vista di Zeno, che nella mente mescola verità e bugie.
Nel romanzo si mantiene una distinzione molto sottile tra l’io narrante e l’io narrato, dallo Zeno che racconta da Zeno raccontato e questo consente di far si che per quest’opera non parliamo di flusso di coscienza (come accade con Joyce) ma di monologo interiore. Il flusso di coscienza si ha quando viene annullata la distanza tra io narrante e io narrato.
I capitoli sono interessanti perché sono all’insegna della psicanalisi come tecnica di conoscenza. La psicanalisi come terapia non funzione, ma come tecnica di conoscenza è molto presente all’interno del romanzo, a cominciare dal fatto che Zeno si sottopone alla cura psicanalitica per liberarsi dal vizio del fumo. Il vizio del fumo dipende dal cattivo rapporto con il padre. Il padre lo ha sempre considerato un incapace, un inetto, e perfino sul letto di morte il padre fa lo sforzo di alzarsi e gli dà un ceffone, come dire che non lo considera all’altezza. Questo vizio del fumo è freudianamente una manifestazione del suo cattivo rapporto con il padre nel senso che si sente schiacciato dalla figura paterna, si sente incapace, non all’altezza. Lui però la figura del padre, sempre secondo l’interpretazione psicanalitica, la cerca continuamente. Per esempio prima di conoscere la futura moglie conosce il padre di lei Giovanni Malfenti, uomo d’affari con carattere forte che ha quattro figlie: una la scarta perché troppo giovane, poi punta la più bella Ada e poi sposa la più brutta che è Agusta, ma Augusta rappresenta la solidità borghese, la figura di cui ha bisogno, rappresenta la donna che non si ammala mai e quindi psicanaliticamente la sposa perché vuole una figura paterna di riferimento come Giovanni Malfenti e perché la moglie incarna tutto quello che lui non è, la sanità fisica, la solidità borghese. Non è un grande amore ma è qualcosa che funziona. Questo non impedisce di trovarsi l’amante Carla, in cui è interessante il modo in cui trova auto giustificazioni per avere sia la moglie che l’amante (tipicamente borghesi queste vicende).
Poi c’è la storia dell’avventura insieme al cognato Guido, che odia perché Guido è quello che lui non è, brillante, suona benissimo il violino, gli ha soffiato Ada e però Zeno lui si vendica. Lo dimostra sempre la psicanalisi. Il cognato Guido finge un suicidio (lo aveva già fatto) per motivi economici, ma il suicidio diventa reale e quando c’è il funerale Zeno sbaglia funerale. Ecco il lapsus freudiano che dimostra che lo odiava profondamente.
Quindi la psicanalisi come tecnica conoscitiva funziona molto all’interno del romanzo, non come terapia e infatti non si libera dal vizio del fumo.
Il romanzo ambientato a Trieste. Zeno è sempre un inetto ma è più vecchio e un inetto di successo perché è un alto borghese che a differenza dei due precedenti di cui uno è un fallito e l’altro vive male la sua esistenza, lui sta benissimo nella situazione in cui è. Quindi è un inetto di successo; qualcuno lo ha paragonato a Charlaut, ma in realtà non è così sciocco, è più sveglio di quanto dia a vedere.
L’ambientazione a Trieste fa da sfondo a questi romanzi. È il primo dei triestini, tra cui ci sarà anche Saba.
Il romanzo arriva alla grande guerra in cui Zeno si arricchisce anche con il mercato nero. Questo gli da la sensazione di essere guarito perché fa come fanno i cosiddetti sani e quindi dice che è guarito.

Hai bisogno di aiuto in Autori e Opere 900?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email