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Cesare Pavese


Cesare Pavese è stato una delle voci più autorevoli del clima culturale del Novecento italiano. Nacque nel 1908 e morì nel 1950 togliendosi la vita. Egli ebbe una personalità particolarmente fragile sin da piccolo, per lui vivere era come un mestiere. Nacque a Santo Stefano Belbo, in provincia di Cuneo, il cui paesaggio è caratterizzato dalle langhe, ambientazione che farà da sfondo alle sue opere. Successivamente la famiglia si trasferì a Torino, tornando a Santo Stefano soltanto per le vacanze. Quando Pavese aveva otto anni, il padre morì e la sua educazione fu affidata alla madre (che si adatta con difficoltà alla morte del marito), la quale divenne molto dittatoriale e questo fatto non aiutò Cesare, che ebbe molti problemi di adattamento. In seguito venne venduta la casa natia di Santo Stefano e da quel momento Cesare visse solo a Torino. Egli quando viveva in città si comportava come un ragazzo di campagna e viceversa (non riusciva ad adattarsi). Frequentò il liceo classico D’Azeglio ed ebbe come maestro un grande intellettuale antifascista, Augusto Monti, molto importante perché gli fece conoscere altri intellettuali antifascisti (Pavese non fu un attivo antifascista, ma fu solo un militante e per questo venne anche arrestato). Attivi antifascisti di quel periodo furono: Leone Ginzburg, marito di Natalia Ginzburg (autrice del romanzo “Lessico famigliare”), Giulio Einaudi (fondatore dell’omonima casa editrice), Norberto Bobbio… che collaborarono tutti alla casa editrice Einaudi (conosciuta per essere completamente antifascista). La contrarietà al regime della Einaudi si manifestava anche in un altro modo: gli scritti degli autori nordamericani e inglesi erano stati importati e tradotti dalla casa editrice, e uno dei più importanti traduttori fu lo stesso Pavese. Egli si laureò in lettere e filosofia, facendo la sua tesi su Walt Whitman (autore di “Capitano mio capitano”), autore nordamericano che scrisse in onore di Lincoln. Einaudi fondò una rivista culturale, chiamata “La cultura” e la direzione fu affidata a Pavese (dove pubblicherà i suoi lavori). Nel 1935 egli fu arrestato solo perché aveva contatti con gli antifascisti e venne mandato al confino in Calabria (a Brancaleone Calabro). Nel frattempo continuò a scrivere e pubblicò un primo volume di poesie intitolato “Lavorare stanca” (per lui lo scrivere era molto faticoso) e iniziò la scrittura di un diario, “Il mestiere di vivere”, che lo accompagnerà per tutta la vita. Nel 1936 ottenne la grazia da Mussolini e tornò a Torino, dove continuò le sue attività. Durante la Seconda Guerra Mondiale Torino e la Einaudi vennero bombardate e la sede fu trasferita a Roma e Pavese la seguì (1943). Molti dei suoi amici divennero partigiani, ma egli scappò (con un forte senso di colpa), rifugiandosi nel Monferrato dalla sorella. Quasi tutte le poesie di Pavese hanno un andamento più prosastico che in versi (fa uso della paratassi), per questo vengono chiamate poesia narrativa (lontano dall’impegno politico). Terminata la guerra egli scrisse anche qualche saggio politico per pareggiare i conti con la resistenza italiana. Nel frattempo egli conduce studi sociologici, antropologici, psicologici e mitologici (conoscendo così la mitologia classica e facendone spesso ricorso, tanto da pubblicare “I dialoghi con Leucò”). L’archè è il motivo per cui l’uomo ha fatto ricorso al mito, ossia per spiegare l’origine del mondo utilizzando strumenti irrazionali. Il compito della poesia è riportare la pagina razionale in mito (irrazionale). Il romanzo più famoso è “La luna e il falò”, dove si parla di Anguilla. Finita la guerra Pavese riorganizza la sede torinese della Einaudi, seguendo anche quella di Roma e vivendo tra le due città. A Roma conobbe Bianca Garuffi, segretaria della sede romana, che diventerà la musa dei suoi versi, pubblicati in “La terra e la morte” (egli ha un rapporto con l’amore di tipo leopardiano). Nel frattempo egli sentì l’esigenza di saldare il debito con la politica, aderendo al Partito Comunista e scrivendo numerosi articoli per il quotidiano “L’unità”. Secondo lui l’intellettuale non deve asservire passivamente il partito, bensì deve essere la voce del popolo, senza distinzioni di classe sociale. Pavese scrisse molto, tuttavia nonostante la notorietà (egli ottenne il Premio Strega nel 1950, premio molto criticato perché dietro di esso vi sono delle case editrici che lavoravano per partiti politici) non riuscì a superare la crisi esistenziale che lo ha dilaniato per tutta la vita. Egli sin da giovane aveva la pretensione al suicidio (che egli chiamava “il vizio assurdo”), come Leopardi (che però riuscì a superare questa fase), tanto che morì proprio di questo nel 1950 in una stanza d’albergo dopo aver preso dei barbiturici. Nella sua vita si innamorò anche di Constance Dowling.

Lavorare stanca


Il paesaggio delle langhe ritornerà in molte delle sue produzioni e si contrapporrà alla città. Torino è l’altro punto cardine di Pavese, dove conobbe le persone che influirono di più durante l’età adulta. Alcune poesie della sua prima raccolta (“Lavorare stanca”) verranno censurate dal regime. Questa prima raccolta fu pubblicata nel 1936 su una rivista culturale, contenente 45 testi che comprendevano anche storie travagliate. Quando si trovava in Calabria scrisse poesie che verranno pubblicate nel 1943 nella Einaudi come ampliamento della vecchia raccolta, arrivando a 70 poesie e due prose. Questa edizione venne divisa in sezioni a seconda dei temi: la campagna, simbolo dell’infanzia (in contrapposizione alla città, simbolo dell’età adulta), il lavoro (ma anche il suo contrario, l’ozio), la sessualità (in contrapposizione all’amore come sentimento), la fecondità della terra e la donna e infine la solitudine (di cui fa parte questa poesia. Le poesie di “Lavorare stanca” sono delle poesie-racconto: non vi è metrica né rima e i versi sono molto lunghi (il ritmo è disteso ma marcato), infatti assomigliano più alla prosa che alla poesia, anche per l’utilizzo del linguaggio colloquiale, con molti regionalismi (dialetto). Pavese usa queste tecniche per porsi in antitesi alla poesia ermetica. Egli manifesta nella sua poetica il suo disagio esistenziale (attraverso i temi sopra elencati), al contrario dei suoi contemporanei che esprimevano il disagio dei poeti (egli è più vicino a Leopardi come ideali).
Il titolo della poesia “Lavorare stanca” è stato oggetto di discorsi di Calvino, che sosteneva che Pavese avesse due punti di riferimento, Monti e Whitman, entrambi scrissero romanzi dove si parlava di due personaggi in antitesi (l’uomo senza pensieri e l’uomo lavoratore, che costituiscono un dualismo), e Cesare si muove tra queste due figure, anche se nel suo caso non è presente la “gaiezza” e la spensieratezza, ma vi è solo malinconia. Il tema principale della poesia è la solitudine e la necessità di una scelta e di avere una compagna di vita. L’arte di Pavese è stata collocata nel Neorealismo per queste immagini che rappresentano il reale, anche se lui ne prese le distanze.
Pavese, nella poesia, sembra voler dire che la via per uscire dalla solitudine è conoscere una donna. Egli identifica la vita con l’amore (della donna), non a caso le colline rappresentano la donna. Egli identifica il fare poesia con l’amare.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Composta il 22 marzo del 1950 (qualche mese prima della sua morte), con un tocco sconsolato per l’abbandono di Constance. Pavese, in un passaggio del diario “Il mestiere di vivere” scrisse “...nulla, non scrive nulla, potrebbe essere morta, devo avezzarmi a vivere come se questo fosse normale…”. Questa raccolta (la terza) venne pubblicata dopo la sua morte, insieme alla raccolta “La terra e la morte”. Il verso si è ridotto: nell’ultima raccolta Pavese torna sul solco della tradizione, recuperando metriche tradizionali, infatti qui il metro è il novenario, tipico della poesia. Il tema è il binomio amore-morte (anche qui si vede il recupero della tradizione). Anche il tema degli occhi è un classico, di matrice stilnovistica. Tutta la produzione pavesiana è scandita dai suoi studi di carattere antropologico. Egli utilizza molte metafore.
Nella poesia si fa riferimento al mito di Narciso, che si innamora di sé stesso allo specchio, compiendo un grande atto di egoismo. Pavese identifica la vita con la morte, ma siccome amare significa annullare sé stessi, porta con sé la morte.

La casa in collina

Nel 1948 venne pubblicato nella casa editrice Einaudi il romanzo “Prima che il gallo canti”, che conteneva al suo interno “La casa in collina” e “Il carcere”; il primo è la rielaborazione di due precedenti racconti (“La famiglia” e “Il fuggiasco”) ai quali si sommano le esperienze vissute da Pavese tra il 1943 e il 1945 (Resistenza italiana e fine della guerra). Il titolo dell’opera è molto significativo: la casa rappresenta il presente, l’età adulta, la civiltà e la collina rappresenta l’infanzia; la casa in collina invece è un rifugio per il protagonista e rappresenta la sua incapacità di confrontarsi con la società del tempo. Si parla di un quarantenne di nome Corrado che recupera tramite la memoria le esperienze di guerra e della resistenza, la sua conseguente fuga e il nascondersi per paura dell’occupazione tedesca. Nel romanzo sono presenti anche riflessioni di tipo antropologico sul destino, sull’infanzia e sulla natura (che rappresenta il passato, la mitologia, ed è il luogo del simbolo). All’epoca di Pavese la casa in città era il simbolo dei valori borghesi, ossia la certezza anche dal punto di vista economico.
Corrado, uomo sui 40 anni, insieme a dei suoi amici è costretto a scappare da Torino e insieme ad altri sfollati conosce alcuni antifascisti, riunendosi con loro (e i suoi amici) in una casa-osteria, chiamata “Le fontane”. Qui egli incontra Cate (forse diminutivo di Caterina), con cui in passato egli aveva avuto una relazione. Cate aveva un figlio, Dino (diminutivo di Corradino), nome che fece sospettare a Corrado che il ragazzo fosse suo figlio. Nel corso del romanzo egli si affeziona al ragazzo. Dal principio Corrado è staccato dal contesto storico, perché non è capace di affrontare un difficile destino, ossia la partecipazione alla guerra, tanto che vivrà con un forte senso di rimorso. Nella casa de “Le fontane” vengono trovate delle munizioni, probabilmente destinate ad antifascisti, così vennero arrestati tutti, escluso Corrado, che fuggì con Dino. I due fuggiaschi si rifugiarono in un collegio di religiosi, dove a un certo punto Corradino scompare dalla narrazione (forse per aver preso parte alla lotta antifascista). Corrado si trova solo e decide di “cambiare tana”, tornando presso la casa paterna nelle langhe. Nel suo fuggire egli vede le crudeltà della guerra attraverso i cadaveri e riflette sulle condizioni dell’uomo nella guerra, in maniera etica: si schiera dalla parte dei morti (secondo lui ogni guerra è una guerra civile, ogni morto somiglia a chi è vivo e chiede a coloro che sono rimasti il motivo della loro morte, domanda a cui non è possibile rispondere). La certezza è che la responsabilità della guerra è degli uomini e la colpa ricade su tutti. Il messaggio è che non si può dare eticamente una spiegazione alla guerra; gli antifascisti lo fecero, dicendo che il motivo è la liberazione dell’Italia. Dal punto di vista della gente delle langhe la guerra è vista come una rissa tra giovani. Il romanzo non ha una conclusione vera e propria, perché la guerra non è ancora finita.
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