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Grazia Deledda


Nacque a Nuoro, in Sardegna, il 27 settembre 1871 in una famiglia benestante. Dopo aver frequentato le scuole elementari fino alla classe quarta, Grazia venne seguita privatamente da un professore che le impartì lezioni di italiano, latino e francese . Mosse i primi passi nel mondo della letteratura pubblicando il suo primo racconto: Sangue sardo . Successivamente nel 1890 si appassionò sempre di più all’etnologia, cioè la scienza che studia e diffonde la cultura dei popoli, fino a pubblicare nel 1895 Anime Oneste e Tradizioni popolari di Nuoro in Sardegna. Successivamente la famiglia venne colpita da una serie di disgrazie: il fratello maggiore, Santus, abbandonò gli studi e divenne alcolizzato, il più giovane, Andrea, fu arrestato per piccoli furti. Il padre morì per una crisi cardiaca il 5 novembre 1892 e la famiglia dovette affrontare difficoltà economiche, in quanto il padre era un ricco imprenditore e per un periodo fu anche sindaco di Nuoro. Quattro anni più tardi morì anche la sorella Vincenza. Il 22 ottobre 1899 si trasferì a Cagliari[8], dove conobbe Palmiro Madesani, un funzionario del Ministero delle Finanze[9], che sposò a Nuoro l'11 gennaio 1900. L’uomo successivamente abbandonò la sua professione per dedicarsi all’attività di agente letterario della moglie. Un tumore al seno di cui soffriva da tempo la portò alla morte nel 1936
Alcune delle sue opere sono: Fior di Sardegna, Racconti Sardi, Cenere, nel Deserto, Marianna Sirca, la chiesa della solitudine e la Madre.

Tra i capolavori più noti della scrittrice Grazia Deledda troviamo il romanzo dal titolo “Canne al vento”. Il libro fu pubblicato nel 1913 e ottenne un ottimo successo di critica e di pubblico; da qui nasce una notorietà e credibilità della scrittrice che la porta a ricevere il Premio Nobel per la Letteratura nel 1926.
Nel libro “Canne al vento” vengono affrontati numerosi temi come: la fragilità umana, l’amore, l’onore, la povertà e l’amara consapevolezza di un destino già segnato. Gli uomini sono visti come esseri fragili, piegati come canne al vento, dinanzi alla sorte, una forza soprannaturale che non può essere contrastata e combattuta.

Il romanzo è ambientato nel paesaggio sardo, visto come un mondo senza tempo e pervaso da una sorta di mistero. La scrittrice descrive la Sardegna, soffermandosi da una parte sulla staticità delle antiche usanze di paese e dall’altra rileva il rapido sviluppo industriale e tecnologico. Per quanto riguarda la lingua, invece, nel romanzo Grazia Deledda scrive sia in lingua italiana che in lingua sarda, utilizzando molto spesso termini dialettali.


Questo romanzo è incentrato sul personaggio di Efix, che coltiva la terra dell’ultimo podere delle tre sorelle Ruth, Noemi ed Ester Pintor discendenti da una famiglia potente e facoltosa ormai decaduta. La vita di Efix è tormentata dal segreto della quarta sorella Lia, fuggita per sottrarsi alla segregazione da parte del padre Don Zame. Efix cerca di aiutarla contrastando il suo padrone, ma durante la colluttazione Don Zame perde accidentalmente la vita ed Efix si sente responsabile di ciò e decide di mantenere questo segreto e rivelarlo solo anni dopo durante il matrimonio di Noemi.
Nel brano “una morte in solitudine” Efix sente di avvicinarsi alla morte ed è ancora fortemente ancorato al rimorso dell’omicidio involontario di Don Zame, così decide di confessare per liberarsi di questo peso che li impedisce di morire in serenità.
Nel brano vi è, inoltre, à la presentazione delle credenze e delle tradizioni popolari e della sua terra popolata da spiriti ed Efix, circondato da queste creature, vive un rapporto magico con la natura, quasi come fosse lui un elemento con la sua saggezza, la sua nobiltà e la sua forza.

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