Breve biografia di Giorgio Caproni
Giorgio Caproni (1912-90), livornese, ma genovese d’adozione (nel capoluogo ligure aveva infatti vissuto dal 1922 al 1938), è poeta dalla forma cantabile, malinconica, discreta, difficile da collocare in movimenti e correnti ben definite. Il suo esordio nel mondo delle lettere avvenne mentre era in pieno svolgimento l’esperienza ermetica, alla quale tuttavia rimase estraneo, più sensibile a descrivere gli aspetti più minuti e di solito poco avvertiti della realtà. Semmai su di lui agì l’influenza di Umberto Saba e della grande tradizione letteraria italiana. A questa poetica si ispirano le raccolte di versi Come un’allegoria (1936), Ballo a Fontanigorda (1938) e Finzioni (1941). Dopo aver combattuto nella seconda guerra mondiale e aver partecipato anche alla Resistenza, nel 1946 si trasferì a Roma dove, per vivere, fece i mestieri più vari (tra i quali il violinista, l’impiegato, l’insegnante elementare) e fu anche un efficace traduttore. Nel secondo dopoguerra, Caproni si è misurato, con i versi de Gli anni tedeschi (1943-47) – pubblicati, insieme alle Stanze della funicolare (1952), nel volume Il passaggio di Enea (1956) –, con il tragico tema della guerra, di cui ha sottolineato, con sensibilità e umana partecipazione, il terribile costo in termini di sangue e di sofferenza. Altri temi da lui prediletti, che formeranno altrettanti nuclei problematici della sua poesia, saranno quelli della città, della madre, del viaggio, quali vengono cantati ne Il seme del piangere (1959), e nei versi poi raccolti in “Terzo libro” e altre cose (1968). A partire dai suoi libri più recenti, da il Congedo del viaggiatore cerimonioso e altre prosopopee (1965) a Il muro della terra (1975), per giungere fino a L’ultimo borgo (1980), Il franco cacciatore (1982) e a Il conte di Kevenhuller (1986), Allegretto con brio (1988), al sentimento di ricerca-perdita di Dio subentra nel poeta il sentimento raggelante del nulla e della morte. Ad esso sembra piegarsi anche la parola, divenuta scabra ed essenziale, che pare così meglio rappresentare l’espressione di un dolore al quale non c’è rimedio, eccettuato quello di una grande forza morale.Proposta poetica - Versicoli quasi ecologici
Questa poesia fu scritta nel 1972 e fa parte della raccolta Res amissa, pubblicata postuma nel 1991. Res amissa rappresenta l’estrema espressione del rapporto del poeta con la propria creazione, la poesia, e con il mondo in cui la poesia stessa deve vivere.Res amissa è un’espressione latina che letteralmente significa “cosa perduta”. Essa indica di volta in volta la nostra identità, il luogo che siamo chiamati a occupare nel mondo, la dimensione del sacro, la grazia e, infine, la poesia stessa, incapace di trovare cittadinanza in un mondo privato ormai di umanità.
Non uccidete il mare,
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto! ) del lamantino.
Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto
l’uomo.
E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere
del lavoro.
L’amore
finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto: Come
potrebbe tornare a essere bella,
scomparso l’uomo, la terra.
Il poeta ammonisce gli uomini invitandoli a non devastare l’ambiente e a non esaltare chi per profitto non rispetta flora e fauna. Il peggio infatti verrà qualora venissero a mancare la flora e fauna, elementi assoluti per la biodiversità naturale, l’anello magico che è alla base della vita di tutte le specie presenti sulla Terra.