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Il pessimismo di Machiavelli tra vicende biografiche e concezione della natura umana

Niccolò Machiavelli era convinto che gli uomini fossero malvagi per natura, quando si trova esiliato a San Casciano e scrive a Vettori sottolinea la sua visione pessimistica, dove descrivendo le sue giornate evidenzia come la sua permanenza in quel luogo lo porta a diventare volgare, a confondersi con la quotidianità del popolo di lavoratori, persone che non aveva mai frequentato nel suo passato vissuto nelle corti.
In quella stessa lettera descrive la sua frustrazione per l’esilio che lo porta a passare le giornate osservando i falegnami che comunque continuano a discutere tra loro e solo la sera il suo animo trova la pace, quando passa del tempo nella solitudine degli studi.
L’autore subisce la fortuna e la condanna ad assistere passivamente alle vicende politiche, questa situazione è ben descritta nella dedica, testo con cui cerca di avvicinarsi ai Medici, dedicando il Principe a Lorenzo II de Medici. Gli intellettuali sono sottomessi ma anche riconoscenti nei confronti del potere, essi hanno bisogno di protezione per cui dedicano le loro opere ai potenti. Machiavelli vuole distinguersi dai cortigiani, non scrive per avere protezione, ma vuole donare la sua conoscenza pratica e teorica per aiutare il signore. Nella parte finale, è evidente la passione politica dell’autore e come sia rammaricato di non poter partecipare attivamente ad essa a causa di una condanna che ritiene ingiusta. Chiude la dedica con delle parole che evidenziano il suo essere orgoglioso ma anche privato di ciò che ama di più, sottolineando anche l’ingiustizia della punizione da lui subita.

Machiavelli disprezza il popolo, nella sua opera principale i cittadini vengono descritti come una massa di individui influenzabili e vittime di egoismi personali, che i governanti possono controllare e ingannare con facilità. Questo giudizio è evidente anche nella lettera a Vettori quando con una nota di critica sottolinea la sua insofferenza a dover passare le giornate in mezzo a uomini esponenti del vulgo.
L’autore definisce l’uomo come naturalmente malvagio, e portato dalla natura ad esprimere questa sua cattiveria, è compito del principe accorgersi come l’individuo stia tramando qualcosa nel momento in cui non dimostra questa crudeltà e fermarlo. Machiavelli con questa visione si allontana dalla letteratura precedente, e teme di non essere ascoltato, ma comunque predilige la sua opinione. Tutti cercano di far trasparire la bontà ma il principe deve sapersi allontanare e se necessario mostrare il suo essere malvagio, per natura l’uomo non può avere tutte le qualità “buone” e nessuna cattiva, il governante non deve nascondersi dietro false caratteristiche, ma mostrarsi per quello che è realmente.
Infine il pessimismo di Machiavelli si evidenzia anche nel ruolo che ha la casualità del destino, essa è capace di rovesciare i progetti dell’uomo anche di chi ha sempre attuato scelte seguendo la virtù politica.
Niccolò Machiavelli nella sua visione pessimistica sottolinea molto la malvagità dell’uomo e la sua sottomissione alla fortuna, ma comunque lascia aperta la possibilità dell’esistenza di un principe capace di riunificare il territorio italico, scoprendo le sue vere caratteristiche, e quindi senza dover evitare la crudeltà e la violenza che il destino ti spinge ad utilizzare, un uomo capace di controllare il popolo, di capire quando deve essere fermato, per portare la libertà alle città italiane che subiscono nel 1500 le ambizioni di espansione di due grandi potenze quali la Francia e la Spagna, che già in quegli anni si erano unificate in importanti stati moderni.

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