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Placito di Capua

Con il termine placito, nel Medioevo si intendeva il parere di un giudice su una disputa.
L'autore del suddetto documento è il giudice di Capua Arechisi,, chiamato a risolvere una diatriba fra l'abbazia di Montecassino e un privato, Rodelgrimo.
Egli aveva preteso che gli fosse riconosciuta la proprietà di alcune terre rivendicate dagli abati.
Nel documento è trascritta la testimonianza di un chierico e di alcuni abitati del luogo a favore dell'abbazia.
Il magistrato, in assenza di prove dalla controparte e dopo le testimonianze, decise di aggiudicare i latifondi ai monaci benedettini, applicando una legge emanata dal re Astolfo nel 754 (in realtà ripresa dalla lex romana), secondo la quale un longobardo che possedeva un appezzamento di terra ricevesse una contestazione da parte di un'autorità religiosa e mostrasse un documento di appartenenza da trent'anni, il terreno sarebbe rimasto suo, e viceversa.

Il Placito di Capua è considerato il primo documento ufficiale di volgare italiano, risalente al 960-963.
Essendo un documento ufficiale, la lingua utilizzata è prevalentemente latina. Quando però il giudice dovette ascoltare le testimonianze a favore dell'abbazia, decise di trascrivere le testimonianze con il volgare campano, lingua utilizzata dai testimoni che non conoscevano il latino.
Il magistrato ne correggete la forma ortografica, avendo così il primo uso autentico del volgare illustre.

È qui riportata la parte più rilevante del documento:

Facemmo restare innanzi a noi il predetto Mari chierico
e monaco e lo ammonimmo che sotto il timor di Dio
ci precisasse quel che della questione sapesse in verità.
Egli, tenendo in mano la predetta memoria prodotta
dal sopra menzionato Rodelgrimo, e toccandola con
l'altra mano, rese la seguente testimonianza:

«Sao ko kelle terre, per kelle fini quei ki contene trenta anni le possette parte Sancti Benedicti».

Traduzione

So che quelle terre con quei confini che qui (nella carta) si contengono, le possedette per trent'anni la parte di San Benedetto (il monastero benedettino di Montecassino)


L'uso di un volgare illustre si denota da alcuni latinismi, come fini (fines, confini) e dalla solennità con cui è impostata la frase.
Nonostante le tracce latineggianti siano evidenti, altrettanto evidenti sono gli elementi dialettali: l'utilizzo della k e della congiunzione ko, per esempio.

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