Concetti Chiave
- Il Placito di Capua è un documento medievale che testimonia una decisione giudiziaria sulla proprietà di terre tra l'abbazia di Montecassino e un privato.
- Considerato il primo documento ufficiale in volgare italiano, risale al periodo 960-963 e utilizza il volgare campano per le testimonianze.
- Il giudice Arechisi ha trascritto le testimonianze in volgare per facilitare la comprensione di chi non conosceva il latino, segnando un uso innovativo della lingua.
- Il documento presenta una combinazione di latinismi e elementi dialettali, come l'uso della "k" e della congiunzione "ko", riflettendo la transizione linguistica dell'epoca.
- La decisione del giudice si basa su una legge longobarda del 754, che stabilisce i diritti di proprietà in caso di contestazione da parte di autorità religiose.
Qual è l'origine del Placito?
Con il termine placito, nel Medioevo si intendeva il parere di un giudice su una disputa.
La disputa e la decisione del giudice
L'autore del suddetto documento è il giudice di Capua Arechisi,, chiamato a risolvere una diatriba fra l'abbazia di Montecassino e un privato, Rodelgrimo.
Egli aveva preteso che gli fosse riconosciuta la proprietà di alcune terre rivendicate dagli abati.
Nel documento è trascritta la testimonianza di un chierico e di alcuni abitati del luogo a favore dell'abbazia.
Il magistrato, in assenza di prove dalla controparte e dopo le testimonianze, decise di aggiudicare i latifondi ai monaci benedettini, applicando una legge emanata dal re Astolfo nel 754 (in realtà ripresa dalla lex romana), secondo la quale un longobardo che possedeva un appezzamento di terra ricevesse una contestazione da parte di un'autorità religiosa e mostrasse un documento di appartenenza da trent'anni, il terreno sarebbe rimasto suo, e viceversa.
Il Placito di Capua e il volgare
Il Placito di Capua è considerato il primo documento ufficiale di volgare italiano, risalente al 960-963.
Essendo un documento ufficiale, la lingua utilizzata è prevalentemente latina. Quando però il giudice dovette ascoltare le testimonianze a favore dell'abbazia, decise di trascrivere le testimonianze con il volgare campano, lingua utilizzata dai testimoni che non conoscevano il latino.
Il magistrato ne correggete la forma ortografica, avendo così il primo uso autentico del volgare illustre.
È qui riportata la parte più rilevante del documento:
Testimonianza e uso del volgare
e monaco e lo ammonimmo che sotto il timor di Dio
ci precisasse quel che della questione sapesse in verità.
Egli, tenendo in mano la predetta memoria prodotta
dal sopra menzionato Rodelgrimo, e toccandola con
l'altra mano, rese la seguente testimonianza:
«Sao ko kelle terre, per kelle fini quei ki contene trenta anni le possette parte Sancti Benedicti».
So che quelle terre con quei confini che qui (nella carta) si contengono, le possedette per trent'anni la parte di San Benedetto (il monastero benedettino di Montecassino)
Elementi linguistici del documento
L'uso di un volgare illustre si denota da alcuni latinismi, come fini (fines, confini) e dalla solennità con cui è impostata la frase.
Nonostante le tracce latineggianti siano evidenti, altrettanto evidenti sono gli elementi dialettali: l'utilizzo della k e della congiunzione ko, per esempio.
per approfondimenti vedi anche:
Origini del volgare italiano - Placito capuano
Domande da interrogazione
- Qual è il significato del termine "placito" nel contesto medievale?
- Quale fu la decisione del giudice Arechisi riguardo alla disputa tra l'abbazia di Montecassino e Rodelgrimo?
- Perché il Placito di Capua è considerato un documento importante per la lingua italiana?
- Quali elementi linguistici caratterizzano il volgare utilizzato nel Placito di Capua?
Nel Medioevo, il termine "placito" si riferiva al parere di un giudice su una disputa, come evidenziato nel documento del giudice di Capua Arechisi.
Arechisi decise di assegnare i latifondi all'abbazia di Montecassino, applicando una legge del re Astolfo che favoriva la parte religiosa in assenza di prove contrarie.
Il Placito di Capua, risalente al 960-963, è considerato il primo documento ufficiale in volgare italiano, poiché include testimonianze trascritte in volgare campano, utilizzato da testimoni che non conoscevano il latino.
Il volgare del Placito presenta latinismi e elementi dialettali, come l'uso della "k" e della congiunzione "ko", evidenziando una forma di volgare illustre con influenze locali.