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Guido Guinizelli (Bologna 1230 – Monselice 1276) – Dolce Stil Novo

Introduzione: poeta di grande novità rispetto alla precedente Scuola siciliana e a quella toscana: è considerato l'iniziatore e il teorizzatore del Dolce Stil Novo, la corrente letteraria italiana del XIII secolo di cui la sua canzone "Al cor gentil rempaira sempre amore" può essere considerata il manifesto. Guinizelli occupa un posto molto rilevante all'interno del genere della lirica d'amore, apprezzata molto anche dai contemporanei e dallo stesso Dante Alighieri, che lo dichiara maestro suo e degli altri compagni fiorentini nel canto XXVI del Purgatorio. Nel canto XI invece viene citato con Cavalcanti: “Così ha tolto l'uno a l'altro Guido la gloria de la lingua; e forse è nato
chi l'uno e l'altro caccerà del nido…”.

Biografia: le informazioni biografiche riguardo al poeta sono quasi inesistenti. Guido sarebbe figlio di Guinizzello di Magnano e di un'esponente della famiglia ghibellina dei Ghisilieri, ideologia politica che lo vorrà anche partecipe alla politica cittadina. Dal 1266 al 1270 è giurisperito. In seguito è nominato podestà di Castelfranco Emilia. Nel 1274 è in esilio a Monselice a causa della sconfitta ghibellina dei Lambertazzi contro i guelfi Geremei. Sappiamo della sua morte nel 1276 grazie ad un documento di affidamento della tutela del figlio minorenne alla moglie .

Opere: il Canzoniere. Si compone di ventiquattro testi. Si può definire una distinzione tra la prima giovinezza del poeta, di stampo guittoniano, e una seconda fase, che anticipa lo stilnovismo. La prima opera di certa datazione è il sonetto A frate Guittone, che ne attesterebbe la sua adesione ai canoni guittoniani: rientrano nel primo periodo i sonetti, in settenari. Al secondo periodo, quello che si può definire come prestilnovista, appartengono le canzoni (in endecasillabi e settenari), i diversi sonetti il cui tema centrale è la lode dell'amata, quelli che anticipano le tematiche svolte in seguito da Guido Cavalcanti.

“Al cor gentil rempaira sempre amore”. Il componimento è teso a dimostrare la veridicità del concetto di intima compenetrazione tra amore e cuore gentile. Come dimostrazione, il poeta si avvale di una serie ordinata e progressiva di analogie (“Al cor gentile rempaira sempre amore / come l’ausello in selva a la verdura […] né lo splendore fu davanti al sole […] prende amore in gentilezza loco come calore in clarità di foco”). Con lo stesso procedimento, stabilisce la biunivocità dei concetti di gentilezza-nobiltà e donna-angelo.

Dante menziona questa canzone per la sua esemplarità linguistica e stilistica (De Vulgari) e ne sviluppa il tema centrale nella Vita Nova, XX.

“Lo vostro bel saluto e ‘l gentil sguardo”. I temi del saluto e della gentilezza, individuati nell’incipit, rimangono sullo sfondo: prevalgono gli effetti d’amore. Sono dichiarati così intimamente dolorosi e fatali (“Lo vostro bel saluto e ‘l gentil sguardo m’ancide […] Amor m’assale […] per mezzo lo cor me lanciò un dardo […] pene io ardo come quelli che sua morte vede”), da far presagire il motivo della morte.

“Io vogl’ del ver la mia donna laudare”. Il tema della lode della donna è esplicito, e verrà ripreso da Dante nella Vita Nuova. Nelle terzine di questo sonetto, gli effetti d’amore sono antitetici rispetto a quelli descritti ne “Lo vostro bel saluto”: qui la donna ha un potere nobilitante (“più che stella diana splende […] abassa orgoglio a cui dona saluto […] null’om po’ mal pensar fin che la vede”).

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