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I poeti arabi di Sicilia

L'antologia dei poeti arabi di Sicilia: un'operazione doppiamente interculturale


Nel 1987 l'arabista Francesca Maria Corrao ha curato un'antologia di poeti arabi di Sicilia tradotti da importanti poeti italiani del Novecento. Si è trattato di un'operazione doppiamente interculturale: per la conoscenza dell'ambiente arabosiciliano, ponte tra la cultura araba e quella romanza, e per il tipo di traduzione, affidata a poeti italiani contemporanei che recuperano, all'interno delle loro differenti sensibilità, temi e linguaggi di quell'antica poesia . In questa opera di traduzione, che in realtà è spesso rifacimento, poeti come Luzi, Fortini, Sanguineti, Zanzotto, Giudici, Magrelli e altri tentano di gettare un ponte tra testi di diversa provenienza culturale, un ponte che permette il transito di parole e di esperienze. t questo d'altra parte uno dei compiti delle traduzioni, le quali costituiscono un prodotto intimamente interculturale .


'Ali-al-Ballanubi : «Gioisci delle arance che raccogli»


La poesia che segue, presentata qui nella traduzione di Valerio Magrelli, unisce la semplicità della gioia per la bellezza di un dono naturale (le arance) e la raffinatezza delle metafore: le arance sono definite «guance dei rami» per la loro forma tondeggiante, e sono definite «stelle» e poi «oro» per il loro rilievo cromatico.

Gioisci delle arance che raccogli:
dalla loro presenza viene gioia.
Oh, siano benvenute
queste guance dei rami,
benvenute le stelle di quest'albero.
Si direbbe che il cielo abbia versato oro,
e che per noi la terra abbia forgiato pomi.

Ibn Hamdis: «La civettuola, eccola»
La poesia che segue viene presentata nella traduzione di Andrea Zanzotto, uno dei maggiori poeti contemporanei. La raffigurazione di una fanciulla che si diverte a tormentare il suo spasimante richiama la semplicità e l'intensità emotiva dei lirici greci antichi. Quasi ogni coppia di versi presenta una contrapposizione: ora fra l'indole della donna e quella del poeta (vv. 1-2, 5-6), ora su aspetti diversi della donna stessa (vv. 3-4), ora tra la dura realtà presente e la possibile felicità futura (vv. 7-8), ora infine tra la colpa della donna e la sua impunità (vv. 11-12).

La civettuola, eccola, che non molla dal far giocare
la sua indole asprigna contro la mia dolce indole
Com'è slanciata nel suo muovere, col rametto di salice che le dà grazia,
ma nel muovere è pur flessuosa con la duna di sabbia
Quando persiste nel non darmi bado, né inclina
al trepidare che unisce, persisto io nel voler unire
E mi dico forse al disdegno seguirà almeno uno sguardo
e quanta mai verzura crebbe dopo lo sterile secco
Tu che annullasti il mio sonno e il mio sangue versasti,
che il nodo scorsoio stringesti dicendo "sì" alla mia morte
Con il tuo raggiante occhio volutamente m'hai messo a morte
e non c'è nemmeno taglione per chi d'occhi uccide.


5 non darmi bado: non badarmi.
5-6 né inclina...unisce: e non si presta alle emozioni che determinano il legame d'amore.
7 disdegno: disprezzo.
8 verzura: vegetazione.
12 taglione: punizione

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