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La canzone

La canzone è a forma più alta della nostra tradizione letteraria. I primi a servirsene in Italia furono i poeti della Scuola siciliana (fiorita verso la metà del XIII secolo presso la corte di Federico II di Svevia) che scrissero canzoni prendendo a modello la canzà provenzale; attraverso i poeti dello Stilnovo la canzone giunse a Francesco Petrarca (1304-74) con il quale ottenne la sua forma canonica, da cui il nome di canzone petrarchesca.
La canzone petrarchesca è formata da alcune strofe di endecasillabi e settenari, dette stanze (in genere da cinque a sette), uguali fra loro per numero dì versi e schema delle rime, e da una strofa finale, più breve, detta congedo. Le stanze presentano due parti: la fronte (suddivisa a sua volta in due piedi identici fra loro) e la sirma
Tra fronte e sirma si trova spesso un verso che rima con l’ultimo della fronte e prende il nome di concatenazione o chiave.

La proporzione di enedecasillabi e settenari è variabile: la prevalenza di endecasillabi produce un ritmo più solenne, quella di settenari un ritmo più leggero, cantabile.
Il modello petrarchesco soprawisse fino all’Ottocento quando Giacomo Leopardi (1798-1837) sperimentò la canzone libera, formata da un numero variabile di stanze, composte a loro volta da un numero variabile di endecasillabi e settenari liberamente alternati e liberamente rimanti fra loro, al di fuori di qualsiasi schema prestabilito.
Alla fine dell’Ottocento la forma metrica della canzone è stata ripresa da Giosue Carducci (1835-1907) e nel corso del Novecento da Vincenzo Cardarelli (1887-1958) nell’ambito di un processo di recupero dei metri classici.

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