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Leon Battista Alberti


Leon Battista Alberti fa parte della seconda generazione di umanisti. È un personaggio sicuramente molto versatile e poliedrico. Ebbe moltissimi interessi in campi diversi. Anche dal punto di vista degli spostamenti ebbe una vita piena di peripezie. È conosciuto soprattutto per l’architettura, ma si dedicò anche allo studio delle camere oscure, fu il primo archeologo subacqueo, oltre ad essere un importante letterato.

Il concetto che lui fa trapelare in tutte le sue opere, che appartengono a campi ben diversi, è quello che l’artista non è un artigiano. Introduce un nuovo concetto di artista: l’artista non è un artigiano, ma è un preparato intellettuale. Egli infatti prima di essere architetto era anche un intellettuale preparato. Quello che applica nella pratica in campo architettonico infatti, lo teorizza prima nei suoi libri. Scrive il “De architectura”, il “De pictura” e il “De statua”, andando a ricoprire le tre grandi arti figurative del tempo.

Nelle sue opere letterarie riflette molto anche riguardo a un concetto che si è sviluppato in questo periodo e verrà ripreso ulteriormente nei periodi successivi, cioè quello del rapporto fra virtù e fortuna. Come per Boccaccio, anche per lui la virtù è la volontà, l’intraprendenza, l’industria. La fortuna invece, come in Boccaccio, sono quegli ostacoli che la vita ci pone di fronte che si contrappongono a progetti dell’uomo. Anche qua non c’è mai nulla di trascendente, non è una volontà divina, non c’è un destino provvidenziale, ma esistono solo incidenti, cose che capitano, i casi fortuiti, che contrastano quelli che sono i nostri progetti. In questo rapporto fra virtù e fortuna inizialmente L.B.A ha una visione fortemente pessimistica, come si evince da un testo che ha scritto dal 1426 al 1429: “De commodis litterarum atque incommodis” = riguardo i vantaggi e gli svantaggi degli uomini di lettere. Questo testo ha una visione particolarmente pessimistica, perché sostiene che gli intellettuali, nonostante abbiano grande virtù, grande capacità, grande intraprendenza e voglia di emergere, non sempre trovano le condizioni ideali per esprimere il loro talento. L’intellettuale è quindi rappresentato come solitario, insoddisfatto, malinconico, in un mondo che è dominato dal denaro.

Questo testo iniziale con una visione pessimistica ha la stessa impostazione di un secondo testo, intitolato “Intercenales”. In questo testo prosegue il discorso sul rapporto tra virtù e fortuna, dicendo che purtroppo l’uomo è per sua natura soggetto al dolore. Sottolinea quindi come il fallimento della virtù contro alla fortuna sia insito nella natura umana e come l’uomo non riesca quasi mai a raggiungere i propri obiettivi. Non abbiamo il 50 % di Boccaccio o di Machiavelli, ma c’è una visione decisamente più pessimista, tanto è vero che, così come l’intellettuale non riesce ad esprimere le sue capacità, anche l’uomo in generale è soggetto alla sofferenza e al dolore.

Subentra poi una fase di maggiore ottimismo, in un testo che si intitola: “Della tranquillità dell’anima”. In questo testo Alberti sembra cambiare la sua posizione, sostenendo che la sorte non arbitra degli eventi umani. Non siamo quindi in balia del destino, possiamo intervenire in qualche modo sulla nostra vita, ma dobbiamo cercare di non sfidare i destino. In che modo qui sembra che si vada a riprendere qualcosa di Dante. L.B.A dice che l’uomo si deve preoccupare di ottenere beni che non gli possano essere portati via (anche Dante, quando gli era stato tolto il saluto, aveva detto di dover basare la sua felicità su qualcosa che non gli potesse essere portato via, cioè la lode unidirezionale della donna). C’è quindi una visione più ottimista, perché l’uomo può fare qualcosa contro la sorte, contro il destino, la fortuna: non sfidarla e basare la sua felicità su elementi che possono essere difficilmente portati via. Secondo lui questi elementi sono: la cultura, la scienza e la virtù.

Leon Battista Alberti ritiene poi fondamentale abbandonare l’impegno politico. L’umanesimo e il rinascimento sono secoli di grande progresso, ma non ci sono mai stati così tanti scontri come in questo periodo. Abbiamo visto che sia Poliziano che Pico della Mirandola sono morti avvelenati, ma in generale le uccisioni, gli scontri, gli avvelenamenti, erano all’ordine del giorno, per eliminare gli avversari politici. Per Alberti quindi, proprio per non sfidare la fortuna, è meglio escludersi dalla vita politica, è meglio non prendere impegni politici. Secondo lui la virtù che bisogna perseguire è quella che chiama “pazienza”. La pazienza è intesa come previdenza (qualità fondamentale, che consiste nel riuscire a capire cosa può accader come conseguenza di una mia azione. In politica è fondamentale), come avvedutezza (essere avveduti, evitare di mettersi nei pericoli, scansare i rischi della vita) e come tenacia.
Questi concetti li troviamo esplicitati in un altro suo testo importantissimo, il “De familia”. Come dice il titolo in questi testo viene presentata la famiglia ideale. È un trattato in volgare in forma di dialogo (come la maggior parte delle opere umanistiche e rinascimentali. Il dialogo rappresenta infatti il confronto, il dialogo che gli umanisti sviluppavano fra loro nei circoli e nelle accademie. Tra quelli già visti c’è il Cortegiano di Baldesar Castiglione). È ambientato a Padova nel 1421 ed è proprio in questo testo che vengono tratteggiate le virtù fondamentali soprattutto del pater familias. Tra queste la più importante è proprio la pazienza, che si deve unire al disimpegno politico.
Questo trattato inoltre è interessante anche perché il quarto libro è interamente incentrato sul tema dell’amicizia, che è fondamentale nel secolo degli umanisti per i legami fortissimi che li univano.

Un altro testo importante di Alberti è il “De iciarchia” = governo della cosa comune. Tratteggia il profilo del perfetto monarca, passando quindi da chi regge una famiglia a chi regge invece uno stato. In questo testo si dice che il re deve essere un padre per i proprio sudditi e le sue caratteristiche sono quindi molto simili a quelle del pater familias. L’unica differenza fra la famiglia e lo stato è il fatto che la famiglia è un organismo naturale, mentre lo stato è il frutto di circostanze storiche, spesso fortuite. Secondo lui lo stato a volte nasce per motivi casuali, anche di interesse personale, privato.

Nel 1441 Leon Battista Alberti si a promotore di una gara poetica in volgare sul tema della vera amicizia, e promette come premio una corona d’argento. Ecco allora che questa gara si chiamerà “Certamen coronario”. Questa gara viene organizzata a Firenze (il 22 Ottobre del 1441), nella chiesa di Santa Maria del Fiore e ad aiutarlo è Cosimo il Vecchio. Leon Battista Alberti partecipa anche lui alla gara con il quarto libro del De Familia, che trattava già di amicizia, ma alla fine non viene proclamato nessun vincitore. Viene semplicemente fatto sfoggio di bravura poetica e la corona viene donata alla Chiesa.
Questo episodio è significativo sotto due aspetti: il primo è quello della poliedricità di Leon Battista Alberti, che ha anche questa idea di promuovere una competizione poetica.
Ma l’aspetto forse più importante è che questa gara contribuisce a far diffondere l’uso del volgare in modo molto più massiccio. Questo fa capire il mutamento dei tempi: quando Dante aveva scritto la Divina Commedia in volgare era stato fortemente criticato, da Petrarca per esempio, che riteneva che il volgare dovesse essere dedicato a “rerum vulgarium fragementa”, a cose di poco conto, e non ad argomenti nobili. C’era molta ostilità nei confronti del volgare, mentre ora invece ha un’importanza diversa. Si sta diffondendo e anche le gare fra intellettuali avvengono in volgare e non in latino.
Il suo interesse per il volgare andrà avanti per molto tempo, anche grazie alla sua amicizia con Poliziano. Nel 1476 Leon Battista Alberti invia a Federico d’Aragona una raccolta di poesie in volgare, che verrà poi portata avanti e completata da Lorenzo il Magnifico. Egli includerà al suo interno le poesie in volgare dei siciliani e le proprie.
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