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Giacomo Leopardi (Recanati, Marche, 1798 – Napoli 1837)

“La malattia diede al L. non un motivo di lamento individuale, ma divenne un formidabile strumento conoscitivo”.

Biografia. A soli dieci anni, L. dopo un’infanzia serena, compone già varie poesie, prose e traduce le odi di Orazio. Poi effettua “sette anni di studio matto e disperatissimo” nella biblioteca paterna (16000 volumi) che compromettono la salute e l’aspetto del poeta. Qui scrive una “Storia dell’astronomia”, dove indaga l’evoluzione del pensiero umano e dei suoi errori, e un “Saggio sugli errori popolari degli antichi”, indagando con la ragione credenze e tradizioni infondate e nocive. Nel 1816 si converte “dall’erudizione al bello”: traduce l’Odissea (I) e l’Eneide (II). L’anno dopo tocca allo “Zibaldone”. Nel 1819 una malattia agli occhi gli impedisce di leggere e di pensare, portandolo vicino al suicidio. Matura così il suo passaggio dalla poesia, condizione felice, alla filosofia, condizione di infelicità e noia. Tenta quindi invano la fuga da Recanati. Nel 1820 prendono avvio le “Operette morali”, che rivelano una vita desertica e una natura indifferente verso le sue creature. Anche la sua speculazione filosofica negativista prende corpo con la “teoria del piacere”, e con l’approdo a posizioni di ateismo e agnosticismo. Fra il 1822 e il 1823 soggiorna a Roma, dove rimane deluso dalla mediocrità dei letterati e dei loro dibattiti. Nel 1825 è a Milano e poi a Bologna, dove traduce il Manuale di Epitteto, stoico. A Firenze invece conosce Manzoni e Stendhal. Nel 1828 è prima a Pisa (dove scrive “A Silvia”), poi a Recanati, dove lo chiamano problemi di famiglia. Ciò suscita in L. un moto di emozioni e ricordi, che sfocia nella stesura dei Canti maggiori: “Le Ricordanze, “La quiete dopo la tempesta”, “Il sabato del villaggio” e “Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia”. Nel 1836 si trasferisce alle falde del Vesuvio, dove compone “La ginestra”. Nel 1837, a soli 39 anni, muore per l’aggravarsi dei mali che lo affliggevano.

Opere. Canti. Lo stile è ricercato, sia a livello lessicale (latinismi e sintagmi arditi e inusitati), sia a livello sintattico (laboriose paratassi e alterazioni dell’ordine), sia a livello retorico (metafore immaginose e potenti).

All’Italia. L. segna una frattura insanabile fra mondo antico valoroso e quello moderno mediocre. Il mito della Grecia, con l’esaltazione dei caduti alle Termopili, è antitetica agli italiani morti per le campagne napoleoniche in Russia, senza onore né gloria e al soldo dello straniero. Nega infine le prospettive di una riscossa nazionale.

L’infinito. (1819). Endecasillabi sciolti. Il paesaggio è ridotto all’essenzialità assoluta: il “colle”, dove il poeta “siede e mira”, e la “siepe”, che “dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”. L’indefinitezza degli “interminati” spazi” e dei “sovrumani silenzi” si abbina ad una “profondissima quiete” e un “infinito silenzio”, dimensioni ignote per l’uomo, il cui “cor” quasi “si spaura”. Questo desiderio d’infinito diventa la pietra miliare della sua teoria del piacere, secondo cui l’uomo è infelice perché gli oggetti sono incapaci di dare piaceri infiniti ma solo insoddisfacenti piaceri particolari. A livello di analisi, si segnalano due enjambements enfatici (interminati / spazi; sovrumani / silenzi) e la enumerazione finale “e” che rappresenta un climax emozionale ascendente.

La sera del dì di festa. (Recanati 1820). Endecasillabi sciolti. In L. la contemplazione notturna si lega al tema della sua disperazione. All’incipit notturno (“Dolce e chiara notte senza vento, queta posa la luna”, 1-4), segue l’apostrofe alla donna ignara del suo dolore (“O donna mia, già tace ogni sentiero, tu dormi nelle tue chete stanze”, 4-21), lo squarcio drammatico sulla sua disperazione (“Oh giorni orrendi in così verde etate”, 21-30), la riflessione sul passare inesorabile del tempo e sull’oblio che copre anche le grandi imprese antiche (“Tutto al mondo passa e quasi orma non lascia”, 30-39), l’affiorare di un ricordo infantile, agnizione ultima circa la verità della propria angoscia (40-46).

A Silvia. Non è l’amore ad ispira questa canzone libera. Nello Zibaldone L. precisa il fascino prodotto sul poeta dalle fanciulle di sedici-diciotto anni: “Hanno nel viso, nei moti, nelle voci un non so che di divino. Tutte queste cose, anche senza innamorarvi, fanno un’impressione così viva e profonda che non vi saziate mai di guardar quel viso..”. Silvia diviene il simbolo delle speranze precocemente disilluse (“rimembri quel tempo quando beltà splendea negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, e tu lieta e pensosa…”), del disinganno che attende ogni essere umano allo svanire della giovinezza (“O natura, o natura, perché inganni i figli tuoi?”). Tornare a sperare (“mia lacrimata speme”) è impossibile: solo la memoria può far riassaporare quel bene perduto.

Le ricordanze. (Recanati 1828). Vi descrive (“pensieri immensi”) gli immutati luoghi (“Vaghe stelle, vi contemplo sul paterno giardino e ragiono dell’albergo dove abitai fanciullo”) e oggetti dell’infanzia e della giovinezza dopo il suo ritorno (“Io solea mirare il cielo e ascoltare il canto della rana”) . Essi tornavano a parlare il loro antico linguaggio di sentimenti, di desideri vaghi (“van desio del passato”), indefiniti, di speranze, di illusioni, risvegliando emozioni dimenticate, sovrapponendo il passato al presente. La stagione della giovinezza assurge a mito. Rievocare la giovinezza è ritrovare quell’unico, fragile, precario bene. Rinnega comunque Recanati (“L’età verde in questo natio borgo selvaggio, intra gente zotica e vil”), e rievoca anche la tristezza (“il suon dell’ora dalla torre mi rimembra quando fanciullo nella buia stanza, per assidui terrori, io vigilava sospirando il mattin”). C’è spazio anche per un parallelismo con Silvia: “O Nerina, più non odo la tua voce sonar…in cor mi regna l’antico amor…tu non ti acconci più, tu più non movi”. La soluzione sta nel suo topos: “La dolcezza del dì fatal tempererà d’affanno”, ovvero la morte come risoluzione di una vita infelice.

La quiete dopo la tempesta. (1829). E’ inganno, apparenza di felicità, in realtà solo cessazione momentanea della pena: la vera quiete, la vera unica felicità per l’uomo è nella quiete beata della morte. “Passata è la tempesta, odo augelli far festa e la gallina ripete il suo verso; chiaro il fiume appare. Ogni cor si rallegra. Ma piacere è figlio d’affanno; gioia vana, ch’è frutto del passato timore”. Non manca nel finale l’apostrofe alla natura: “O natura cortese, son questi i doni tuoi, questi sono i diletti che tu porgi ai mortali”. Infine l’apostrofe al genere umano: “Umana prole…beata se te d’ogni dolor morte risana”.

Il sabato del villaggio. E’ la favola della giovinezza che vive nell’attesa della felicità. Il piacere è sempre negato: sia alla “donzelletta” che lo attende sia alla “vecchierella” che lo ricorda. La conclusione, rivolta al “garzoncello scherzoso” affinché non affretti lo stato soave di attesa nel quale si trova, è il fragile equilibrio fra i due estremi.
Donzelletta: “che vien dalla campagna…ornare ella si appresta dimani, al dì di festa, il petto e il crine”.

Vecchierella: “su la scala a filare novellando del suo buon tempo quando ella si ornava ai dì di festa”.
Garzoncello: “cotesta età fiorita…godi, stato soave: ma la tua festa non ti sia grave”.
“Questo di sette è il più gradito giorno, pien di speme e di gioia: diman tristezza e noia recheran l’ore”.

Canto notturno di un pastore errante dell’Asia. Alla luna pone le domande supreme sul perché della vita; alla “greggia” chiede le ragioni della noia che lo assale anche nei momenti di quiete.
“Luna silenziosa, non sei paga di riandare i sempiterni calli? Somiglia la tua vita a quella del pastore”.
“Vecchierel bianco, infermo, mezzo vestito e scalzo, con gravissimo fascio…al vento e alla tempesta gela, corre, anela, cade, risorge, senza posa o ristoro, lacero…[…]
“Nasce l’uomo a fatica, prova pena e tormento per la prima cosa e il genitore il prende a consolar dell’esser nato. Se la vita è sventura, perché da noi si dura?”.
Tornando a riferirsi alla luna: “Tu, solinga e peregrina, pensosa, forse intendi il patir nostro, il sospirar”.
“Che fa l’aria infinita, e l’infinito seren? Che vuol dire questa solitudine immensa? Ed io che sono? Tu per certo, giovinetta immortal, conosci il tutto”.
Riferendosi alla greggia: “Te beata che la miseria tua, credo, non sai! D’affanno quasi libera vai, giammai tedio non provi, all’ombra tu sei quieta e contenta; e gran parte dell’anno senza noia consumi. Perché s’io giaccio in riposo, il tedio m’assale? Fossi altro più felice sarei, o forse a chiunque è funesto a chi nasce il dì natale”.

Il passero solitario. (Anni napoletani, 1831). “Passero solitario, cantando vai finchè non more il giorno; ed erra l’armonia per questa valle”. Istituisce presto un parallelismo con sé stesso: “Tu pensoso in disparte il tutto miri, schivi gli spassi, non voli, e così trapassi dell’anno e di tua vita il più bel fiore. Quanto somiglia il tuo costume al mio!”. Nel finale, esprime il suo rammarico per il fatto che la natura guidi gli animali e invece abbandoni gli uomini. Infine, dice, “varcata la detestata soglia della vecchiaia, mi pentirò e spesso, sconsolato, mi volgerò indietro”.

La ginestra. Questa lirica, che chiude i Canti, assume un valore testamentario. Il tema della catastrofe tellurica o vulcanica è frequente nella poesia settecentesca, e assume la funzione di mettere in crisi la concezione ottimistica nei lumi e la fiducia nel progresso, rivelando le insidie temibilissime e incontrollabili della natura.
“Tu siedi, o fior gentile, e quasi i danni altrui commiserando, al cielo mandi un profumo che il deserto consola”.
“Dipinte in queste rive (luoghi) son dell’umana gente le magnifiche sorti e progressive”. E’ sarcasmo antilluminista.
“In questa massima si mira e si specchia il secol superbo e sciocco”.
“Nobile creatura è quella che a sollevar s’ardisce gli occhi mortali contro al comun fato (segue contra l’empia natura), e che con franca lingua, confessa il mal che ci fu dato in sorte”. Questo è il messaggio chiave, un eroico autoritratto.
Nel finale abbandona l’autobiografico e torna alla ginestra: “…anche tu presto alla crudel possanza soccomberai del crudele foco (la natura). E piegherai sotto il fascio mortal il tuo capo innocente. Più saggia dell’uom, le tue stirpi non credesti o dal fato o da te fatte immortali”.

Operette morali. (1819-32). L. scriveva: “Ho immaginato e abbozzato certe prosette satiriche...vi porterò le tipicità della tragedia, ovvero i vizi dei grandi, i principi delle calamità e della miseria umana, gli assurdi della politica…”.
La raccolta è aperta dalla “Storia del genere umano”, che è una storia fantastica dell’infelicità umana, definitivamente sancita quando alla fantasia e all’ignoranza si sostituiscono la ragione e la conoscenza.
L. esprime la sua diagnosi della realtà, assumendo altre identità, che lo portino a parlare con la Natura o a discutere con i filosofi antichi. I suoi giudizi non sono dichiarati apertamente come tali.

Dialogo della Natura e di un Islandese. (1824). E’ la svolta più importante verso un pessimismo di tipo “cosmico”. L’islandese è un personaggio curioso, stravagante, di vasta cultura ma anche capace di ingenui e infantili spaesamenti (“vo fuggendo la Natura quasi tutto il tempo della mia vita”). E’ in grado di avvertire nella natura (personificata come “forma smisurata di donna, col busto ritto, appoggiato il dosso e un gomito alla montagna, di volto mezzo tra bello e terribile”), come gli antichi, le tracce di mitiche presenze: è insomma la proiezione del poeta (“Io fino nella prima gioventù, fui persuaso e chiaro della vanità della vita e della stoltezza degli uomini”). Inseguendo un ideale di saggezza antica, l’Islandese cerca infatti di vivere una vita oscura e tranquilla. Ma le forze della natura hanno buon gioco nell’imperversare contro un uomo solo. Il racconto delle peripezie dell’Islandese, all’inizio pacato, si colora sempre più di passione, angoscia, disperazione (“Già mi veggo vicino il tempo amaro e lugubre della vecchiezza, vero e manifesto male”), e una domanda drammatica alla fine affiora: ma perché mai donare all’uomo la vita se poi questa vità è male? La Natura spiega la sua totale indifferenza alla condizione umana. Nell’Universo, dice la Natura, la morte e il patimento sono necessari alla “conservazione del mondo”. L’Islandese chiede a chi giovi tutto questo. La conclusione del racconto è davvero grottesca, e rappresenta l’ultimo affronto della Natura: due leoni sbranano il malcapitato. Una ferocia gratuita perché questo pranzo gli frutterà solo un altro giorno di vita.
“Nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità o alla infelicità degli uomini. Quando io vi offendo, io non me n’avveggo, se vi diletto o vi benefico, io non lo so. E se mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, non me n’avvedrei.

Cantico del gallo silvestre. Il gallo protagonista dell’operetta ha l’uso della ragione e conosce la verità: ogni giorno richiama i mortali assopiti alla vita non con un messaggio di gioia, ma con un funebre richiamo di morte (“riducetevi dal mondo falso nel vero”). Destarsi è abbandonare uno stato relativo di beatitudine, che è quello del sonno, breve particella di morte concessa ai viventi perché possano sopportare la vita e tornare alla prigione oscura dell’esistenza (“Mortali, destatevi. Non siete ancora liberi dalla vita”).
“La sera è comparabile alla vecchiaia, il principio del mattino alla giovinezza: la gioventù della vita intera è brevissima e fuggitiva. Il fior degli anni è cosa misera. In ogni opera sua la natura è intenta e indirizzata alla morte: tempo verrà che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta”.

Dialogo di un Venditore d’almanacchi e di un Passeggere. Un passante incontra un Venditore ambulante di almanacchi: lo intrattiene con poche battute e se ne va soddisfatto con la conferma che i suoi sospetti sono fondati: non c’è felicità che nell’attesa, nel vagheggiamento di un futuro sempre diverso dal passato e dal presente. Questo spiega perché comprare almanacchi sia cosa grata a tutti: dà infatti la speranza per un futuro migliore.
Passeggere: “Il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. Se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene ed il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi, me e tutti gli altri e si principierà la vita felice non è vero?”. Venditore: “Speriamo”.
Passeggere: “Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete (e lo compra”).

Discorso di un Italiano intorno alla poesia romantica. L. prende spunto dall’articolo della De Stael sulle traduzioni (1816). L. nega che la poesia, diversamente dalle altre scienze, possa fare progressi e quindi avvantaggiarsi di contributi provenienti d’oltralpe. “Il più grande di tutti i poeti è il più antico, il quale non ha avuto modelli”. La condizione naturale in passato era l’ignoranza: ora che tanti misteri della natura sono stati svelati ed essa non concede più quei diletti spontanei. Al poeta moderno non resta che tentare di ritrovare quella condizione antica (“deve illudere, e illudendo imitare la natura, e imitando la natura dilettare”). Le conquiste della scienza e della tecnica hanno apportato gravi danni all’immaginazione e alla poesia. Il successo delle idee romantiche è dettato dalla corruzione dei gusti, per cui possono fare effetto le immagini forti e nuove, e la singolarità delle stesse in contrasto coll’arcinota classicità. Nella poesia romantica nulla è naturale, tutto è frutto di studio e di scienza. Se prevarrà la voce dei “nuovi maestri”, insomma, l’Italia potrà davvero dirsi morta.

Zibaldone di pensieri. (1817). Alla vigilia della prima grande stagione poetica, L. cominciò ad annotare sistematicamente intuizioni poetiche, spunti di introspezione psicologica, brani di critica letteraria, accertamenti linguistici e filologici, pensieri filosofici, etc. L’opera consta di 4526 pagine di quaderno più un indice. La natura qui è ancora difesa dalle accuse sull’infelicità dell’uomo, attribuita invece alla ragione che ha svelato l’”arido vero”.

La teoria del piacere. “L’anima umana desidera infinitamente e sempre, essenzialmente, il piacere, ossia la felicità. Il desiderio del piacere non ha limiti di durata o estensione. Se desideri un cavallo, lo desideri come piacere astratto e illimitato. Quando giungi a possederlo, trovi un piacere necessariamente circoscritto e deludente. Il piacere è una cosa vanissima sempre. L’anima desidera il piacere, e non un tal piacere. Perciò i piaceri sono misti al dispiacere”.

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