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Giacomo Leopardi - Vita e opere

Giacomo Leopardi nasce nel 1798 a Recanati, nelle Marche, da una famiglia borghese.
Il periodo di nascita è caratterizzato da grossi tumulti sia in Italia che in Europa a seguito del Congresso di Vienna nel 1815 (si cerca di far tornare sui troni gli antichi sovrani che erano stati cacciati da Napoleone), i moti principali sono quelli del ’20-’21 (scoppiano nell’Italia meridionale e si oppongono al C. di Vienna), ’30 (scoppiati nell’Italia settentrionale), ’48.
In questo periodo, l’Italia è ancora divisa in piccoli Stati e Recanati fa parte dello Stato Pontificio (uno dei più arretrati dal punto di vista economico, politico e culturale, era presente una povertà diffusa).
Leopardi ha una formazione accademica di stampo arcadico-illuminista, legata più al periodo precedente. Viene preparato da precettori ecclesiastici (monaci, preti, ecc.) che lo abbandonano all’età di 10 anni perché non hanno più niente da insegnargli; nei 7 anni successivi si chiude nella biblioteca paterna e studia da auto-didatta, conosce perfettamente il latino e fa ricostruzioni filologiche di opere latine e greche.

Il padre era un erudito (studia e impara molte cose anche se non sapeva sfruttare le informazioni apprese per creare opere proprie).
La madre si preoccupava solo al denaro della famiglia, non accettava le scelte del figlio riguardo alle produzioni scritte e allo studio.
Nel 1919 Leopardi cerca di fuggire di casa ma viene scoperto e non può più abbandonare la propria casa. Seguirà quindi un periodo di depressione che darà il via alle varie fasi del pessimismo di Leopardi.
Tra il 1922 e il 1923 ottiene il permesso del padre di lasciare la casa; si trasferisce a Roma sperando di trovare una cultura attiva e vivace, invece quello che scopre è una cultura corrotta.
La delusione lo riporta a Recanati ma nel 1925 ha la possibilità economica di lasciare la città natale grazie a una richiesta di collaborazione (tra i lavori richiesti c’erano: traduzioni, ricostruzioni filologiche, ecc.) con la casa editrice Stella che ha sede a Milano.
Vive tra Milano e Bologna per un paio di anni, però poi le sue condizioni di salute peggiorano e termina la collaborazione con la casa editrice.
Si sposta poi a Firenze e Pisa dove incontra un vivace gruppo di intellettuali che lo accolgono e sono disponibili ad aiutarlo. Nel 1928 torna a Recanati perché non riesce più a mantenersi. Tornato a Recanati resiste poco tempo e gli amici di Firenze sono disposti a pagargli un assegno mensile per soggiornare al di fuori di Recanati. A Firenze conosce Antonio Ranieri, diventano molto amici e poi vanno a vivere insieme a Napoli, in particolare a Torre del greco. Lì compone la sua ultima opera “La Ginestra”. È morto nel 1837 all’età di 39 anni.
*è coevo di Manzoni anche se Manzoni è morto circa a 90 anni.

Schema riassuntivo sulla vita di Giacomo Leopardi
1798 - 1815 - anni della formazione di Leopardi di stampo arcadico-illuminista. Nel resto d’Europa si sta diffondendo una cultura Romantica.
1815 – 1819 - tentativo di apertura, formazione che si avvicina alla cultura romantica (la sua formazione diventa più moderna), conosce nuovi autori (es. Goethe).
1820 – 1824 - 1° fase del pessimismo leopardiano (PESSIMISMO STORICO), l’opera che caratterizza questo periodo è “L’infinito” (è una poesia).
1825 – 1828 - 2° fase del pessimismo leopardiano (PESSIMISMO COSMICO), si limita a vedere/descrivere la realtà della vita, l’opera principale è “Dialogo della natura di un islandese” (è un testo in prosa).
1828/30 – 1837 - 3° fase del pessimismo leopardiano (PESSIMISMO EROICO), l’opera principale è “La Ginestra” ( è una poesia).
Il pessimismo storico di Leopardi ha origine nelle sue riflessioni, contenute nello “Zibaldone” (in particolare nel brano “La teoria del piacere”).
Storico - perché nei tempi antichi l’uomo era in sintonia con la natura, poteva usare la sua immaginazione e essere felice. Con l’illuminismo l’uomo passa alla visione della realtà ed è stato deprivato (togliere per impoverire) della capacità immaginativa anche perché si è allontanato dalla natura.

La felicità non può regnare senza l’ignoranza (cioè non conoscere le cose).

La conversione al bello nel ’19 passa alla conversione al vero, infatti l’immaginazione (il bello) falsa la realtà (il vero); secondo Leopardi bisogna vedere la realtà per quello che è. Il passaggio dal bello al vero segna l’inizio del pessimismo storico.
“La teoria del piacere” ci spiega la condizione umana.
Leopardi ritiene che l’uomo per sua natura ricerca il piacere che secondo lui coincide con la felicità.
Il piacere a cui tende l’uomo è un piacere infinito, che è infinito per estensione (cioè un piacere che occupa ogni ambito del mio aspetto) e per durata. Essendo per l’uomo non infinito il piacere anche la felicità non sarà infinita, quindi l’uomo è destinato all’infelicità.

La natura ha creato l’uomo con una durata finita, in un mondo finito ma con un piacere infinito e quindi ha ingannato l’uomo.

L’uomo siccome non riesce ad ottenere un piacere infinito, trova il piacere, la felicità nei piaceri finiti (es. un oggetto, l’affetto di una persona, la soddisfazione di un lavoro, ecc.). L’uomo anche se troverà un grande piacere, questo non durerà per sempre cioè da quando nasce a quando muore e desidererà sempre qualcos’altro. La facoltà immaginativa distingue l’uomo dagli altri esseri viventi e provoca nell’uomo questo senso di infelicità. Inizialmente Leopardi non ritiene che la natura sia maligna.

- il concetto di vago e indefinito per Leopardi
La dimensione del ricordo è un concetto di vago e indefinito, perché nel ricordo del passato la vita sembrava sempre più felice. Anche la dimensione del futuro è un concetto di vago e indefinito perché non essendo nel presente è denso di speranze, previsioni, ecc.

Nel presente il concetto di vago e indefinito riguarda immagini che non riesco a distinguere bene (es. una montagna coperta dalla foschia) oppure ai suoni non ben distinti (perché più suoni si mischiano tra di loro).
La visione di un paesaggio bello ma che non ci rimanda a un ricordo piacevole non porta alla felicità e non è poetico, diventa poetico solo se quel paesaggio/oggetto ci suscita un ricordo.

- Il concetto del titanismo, impegno civile e patriottico
Di fronte alla potenza della natura l’uomo si contrappone in modo violento quasi da titano. L’impegno civile è visto da Leopardi come qualcosa di negativo.

“L’antitesi tra antichi e moderni tocca anche la dimensione civile e morale. Gli antichi nutriti di generose illusioni, erano capaci di azioni eroiche e magnanime; erano quindi più forti fisicamente e questo favoriva la loro forza morale; la loro vita era più attiva e intensa e ciò contribuiva a far dimenticare il nulla e il vuoto dell’esistenza. Perciò essi erano più grandi di noi sia nella vita civile, ricca di esempi eroici e di grandi virtù, sia nella vita culturale. Il progresso della civiltà e della ragione, spegnendo le illusioni, ha spento ogni slancio magnanimo, ha reso i moderni incapaci di azioni eroiche, ha generato viltà, meschinità (persona che fa il suo interesse senza mai correre rischi; è bugiarda e vigliacca), calcolo egoistico, corruzione dei costumi. La colpa dell’infelicità presunte è dunque attribuita all’uomo stesso, che si è allontanato dalla via tracciata dalla natura benigna. Leopardi dà un giudizio durissimo sulla civiltà dei suoi anni, che vede dominata dall’inerzia e dalla noia esistenziale (tedio); ciò vale soprattutto per l’Italia, miserevolmente decaduta dalla grandezza del passato (Leopardi si riferisce all’Impero Romano come grande nazione). Scaturisce da qui la tematica civile e patriottica che caratterizza le prime composizioni poetiche leopardiane (Canzoni). Ne deriva anche un atteggiamento titanico: il poeta, come unico depositario della virtù antica, si erge solitario a sfidare il fato maligno che ha condannato l’Italia a tanta miseria (nel senso di sottomissione accettata), e sferza violentemente la sua “codarda età.””

Questo concetto appartiene alla fase del pessimismo storico, nel senso che la condizione negativa del presente viene vista come effetto di un processo storico, di una decadenza e di un allontanamento progressivo da una condizione originaria di felicità e pienezza vitale (senza però dimenticare che si trattava pur sempre di una felicità relativa, frutto di illusione).

L’Infinito

L’Infinito è un idillio (basato sul modello classico ma rivisitato da Leopardi, di genere pastorale in cui pastori poeti cantano canzoni di argomento amoroso o naturalistico) e fa parte della raccolta poetica “I Canti”.
Le prime 2 edizioni sono state pubblicate prima della sua morte, la terza invece dopo.
Quelli di Leopardi vengono chiamati idilli perché partono da una descrizione della natura per poi passare a una riflessione personale di sé.
Appartiene alla prima fase del pessimismo e uno dei temi principali è il vago.

Schema metrico:
endecasillabi (11 sillabe) sciolti, cioè usa le rime con uno schema libero. Gli idilli sono tutti endecasillabi oppure possono essere un misto di endecasillabi e settenari.
1° parte - tema infinità nello spazio, i primi sette versi e mezzo (fino a… il cor non si spaura). È caratterizzata da elementi fisici - la siepe e il colle (è il monte Tavor, vicino a Recanati).
2° parte - tema infinità nel tempo, gli ultimi sette versi e mezzo.

Gli aggettivi superlativi che descrivono la dimensione dell’Infinito sono: interminati spazi, sovraumani silenzi, profondissima quiete.

Il ma nel quarto verso indica il passaggio da mondo reale (la siepe e il colle) al mondo immaginativo che lo porta in una dimensione infinita.

Nell’ultima parte la paura scompare ma Leopardi percepisce una sensazione di annullamento di fronte all’Infinito. Leopardi utilizza un linguaggio mirato agli aggettivi/pronomi dimostrativi (questo, quello, ecc.) per segnalare le distanze tra elementi fisici e reali (questo colle, questa siepe, questa voce, ecc.) e l’infinito (al di là di quella siepe, quello infinto silenzio). Fa eccezione “questa immensità”, perché Leopardi si considera oltre la siepe e non più a casa.

La sera del di’ di festa

È un’opera dei Canti e fa parte del pessimismo storico. Tocca altri aspetti legati alle sue teorie, però anche in questo componimento è presente il tema del vago e indefinito dovuto al chiarore lunare.
La prima parte inizia con un chiarore lunare, una notte silenziosa (cioè senza vento); la luna sopra i tetti e in mezzo agli orti crea giochi di luci ombra e rievoca l’idea di infinito.
Nell’opera ci sono delle immagini narrative, come ad esempio una fanciulla e i rumori di un artigiano che rientra a casa. La fanciulla rappresenta le persone comuni, che s’addormenta serena perché non conosce la realtà. Invece Leopardi continua a convivere con la sua infelicità.

Alla luna

Alla Luna è un idillio e fa sempre parte del pessimismo storico, è stata composta nel 1820 e inizialmente era stata pubblicata con un altro titolo “La Rimembranza”. Il poeta si rivolge alla Luna.
Tema: Teoria della visione (il chiarore lunare) e del ricordo

Quando il verso inizia con il ma significa che c’è un passaggio tra il momento in cui si trova il poeta e riflessioni più profonde. Il ricordo funziona come l’immaginazione e permette al poeta di allontanarsi dal presente. La dimensione del ricordo è sempre qualcosa di sereno e felice anche se era un momento triste.
È la luce della luna che gli fa venire in mente i ricordi (Eppure mi fa piacere ricordare…); c’è una contrapposizione tra il presente (la prima parte del brano) e il passato.
La Luna viene rappresentata come graziosa e diletta; viene personificata e sembra una cara amica del poeta. La descrizione del luogo non è definita, è vaga come lo era il borgo nel “La sera del dì di festa”.

- Il pessimismo cosmico (Intorno al 1825)
Leopardi cambia la sua idea del rapporto tra uomo e natura; secondo lui ora la natura è malvagia perché ha dato all’uomo l’immaginazione non per essere felice ma per permettere i naturali processi di un mondo finito (nascita, crescita e morte).
La natura ha creato l’uomo destinato alla sofferenza. Leopardi osserva il mondo e la natura come un insieme di Leggi fisiche. Il pessimismo è cosmico perché riguarda l’uomo in tutte le epoche storiche e tutti gli esseri viventi. L’aridità del vero lo porta a una perdita di aspirazione poetica.

- Le operette morali
Vengono composte tra il 1824 e il 1827, solo alcuni testi vengono aggiunti nel 1832.
Con le operette morali, all’immaginazione poetica si sostituisce la meditazione filosofica (si osserva la realtà per quello che è) basata su atteggiamenti di rassegnazione e fredda accettazione, questa situazione porta al DISTACCO che sostituisce la ribellione titanica.
Le tematiche principali sono:
- Infelicità umana connaturata all’esistenza e noia esistenziale
- Critica all’antropocentrismo (l’uomo al centro del mondo), tipico di quel periodo
- Indifferenza della natura alla sofferenza umana (es. “Dialogo della natura di un islandese”)
- Morte come annullamento (nichilismo), screditamento di tutte le forme di illusione umana, delle presunte verità e delle virtù civili.

Sono opere in prosa, scritto per lo più sotto forma di dialogo satirico (fa una satira della realtà) o narrazione favolistica fra personaggi mitici, storici o personificazioni. Lo scopo è invitare alla riflessione gli uomini del suo tempo. Lo stile è serio-comico, basato sull’ironia ma con scopi seri.

- Dialogo della natura di un islandese
È un’operetta morale e segna il passaggio dal pessimismo storico a quello cosmico.
Il racconto si può paragonare alla vita di Leopardi e la sofferenza del protagonista può essere attribuita 3 cause:
- Uomini (es. Leopardi quando vive a Recanati)
- Luogo ( es. quando Leopardi si trasferisce a Roma)
- Natura
Emerge il tema dell’indifferenza della natura alle sofferenze dell’uomo. La donna che il protagonista incontra, descritta come immensa figura (assomiglia a una statua dell’isola di Pasqua) femminile è la natura personificata.
Riassunto del brano:

"L’islandese dichiara di voler scappare dalla natura ma si trova proprio a parlare con lei (proprio perché la natura si trova nei luoghi più remoti e selvaggi). L’islandese fin da bambino aveva capito la realtà delle cose, la sciocchezza degli uomini che cercano piaceri infiniti che non esistono e vivono una vita di sofferenze. Il protagonista pensa esattamente come Leopardi e non vuole vivere una vita oziosa (senza far niente) ma una vita nella quiete, senza dar fastidio agli altri. Per l’islandese è facile vivere una vita in tranquillità perché in Islanda ci sono molte zone isolate. Anche se isolato era comunque triste perché l’inverno era triste, il fuoco e il fumo lo infastidivano e gli facevano bruciare gli occhi.
Aveva cercato quindi un altro luogo in cui non c’erano piaceri che lo avrebbero fatto soffrire, nessuno lo avrebbe infastidito e non fosse infastidito da nessuno. A questo punto si chiede se la sofferenza degli uomini fosse causa loro perché avevano popolato aree inospitali e non adibite a loro; capisce però che la colpa è della natura che rende infelici gli uomini senza che loro ne abbiano colpa. L’islandese, infatti, in ogni luogo in cui si trasferisce ha qualche problema causato dalla natura (troppa pioggia, la neve che sfondava il tetto), dagli animali/insetti del luogo oppure da alcune malattie che prendeva pur conducendo una vita sana. L’islandese conclude affermando che: l’uomo è destinato alla sofferenza e al dolore, la causa è la natura (è una nemica scoperta, che non si nasconde) che oltre a rendere infelici e a perseguitare gli uomini, perseguita anche gli altri esseri viventi; la natura è carnefice delle proprie creature. La natura risponde alle affermazioni dell’islandese con assoluta freddezza e dice che non ha creato il mondo per gli uomini ma le sue azioni hanno altri scopi; non interessa alla natura la felicità degli uomini ne la loro tristezza. L’islandese paragona la natura a un uomo che invita con insistenza qualcuno a casa sua ma poi gli offre una cella sporca, putrida, che cade a pezzi, non gli da quello che gli serve per sopravvivere e viene maltrattato dai famigliari. L’islandese quindi si chiede a cosa serve creare il mondo e gli uomini se poi sono destinati a soffrire e a morire e se neanche la natura prova piacere in tutto questo. Ma mentre aspettava una risposta dalla natura, arrivarono due leoni affamati che lo mangiarono oppure arrivò un vento fortissimo che lo seppellì sotto la sabbia, per poi essere ritrovato come una mummia e conservato in qualche museo del mondo."

Lo scopo della conclusione è dire che la natura non ha una risposta o una motivazione. In questo brano si trova il concetto della ragione che allontana l’uomo dallo stato di natura.

- Schema riassuntivo del periodo finale del pessimismo cosmico
1828-1830 risorgimento poetico e composizione dei Grandi Idilli (sono presenti le stesse tematiche dei piccoli idilli ma senza le illusioni giovanili). Torna ad un periodo di serenità dell’animo dovuta alla totale accettazione della condizione umana.

Grandi Idilli: sono percorsi da immagini liete, serene, rarefatte, accompagnate sempre dalla consapevolezza del dolore, del vuoto esistenziale e della morte.

- Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia
È un grande idillio della fase 1828-1830. È presente il concetto di nichilismo (morte come annullamento) e il concetto di indifferenza della natura (la luna è una metonimia della natura).
I concetti sono dolorosi ma scritti con un linguaggio sereno; anche il paesaggio e l’ambiente sono sereni: il cielo stellato, il pastore, il gregge e la luna.
Leopardi nel testo passa dalla terza persona alla prima, cioè lui, per indicare la somiglianza con il pastore.

- Il pessimismo eroico (dal 1830 al 1837)
È la terza fase del pessimismo leopardiano ma i concetti del pessimismo cosmico rimangono.
Si ritorna a una forma di eroismo più maturo che non ha niente a che vedere con il concetto di titanismo del pessimismo storico. Inoltre, dal distacco del pessimismo cosmico, c’è un ritorno a una dimensione emotiva nei confronti degli altri uomini, c’è un invito alla solidarietà collettiva.

1830-1837 (anno della morte di Leopardi): Pessimismo eroico; all’iniziale distacco (abbandono della poesia civile e del titanismo, accettazione, lucida e disperata (priva di ogni speranza) contemplazione del vero) segue un nuovo atteggiamento di protesta, di sfida al fato (il destino degli uomini) e alla natura, una lotta titanica più matura che porta a una Concezione della vita sociale e del progresso civiel(è un progresso umano e civile e non quello industriale che Leopardi ritiene un finto progresso, ma che invece tutta la società ci crede).
Al distacco rassegnato del pessimismo cosmico si sostituisce un nuovo legame con gli uomini e i problemi del suo tempo. In questa fase Leopardi critica aspramente i progressisti del suo tempo e il loro ottimismo e afferma l’esclusione di ogni miglioramento della condizione umana, perché infelicità e sofferenza sono dati di natura eterna e immodificabili.
Afferma che l’unico progresso civile possibile è l’unione di tutti gli uomini contro la natura.

La ginestra

La ginestra è un fiore con i petali gialli e ha la capacità di crescere e fiorire anche in luoghi aridi.
È un poemetto composto l’anno prima della sua morte, composto da 7 strofe di lunghezza varia e i versi sono endecasillabi e settenari. Rappresenta il pensiero maturo di Leopardi.
Nell’introduzione viene citato un versetto del Vangelo di Giovanni
“E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce”
per condannare il progresso industriale e la società contemporanea; le tenebre sono la società contemporanea, mentre la luce è la visione della realtà.

In questa opera e nella prima strofa Leopardi, essendo a Napoli, osserva il Vesuvio che è il simbolo della natura malvagia e crudele (a seguito dell’eruzione di Ercolano e Pompei) e sulle pendici del Vulcano sono presenti alcuni fiori gialli (le ginestre) ma non ci sono alberi. Leopardi descrive una natura aspra, spoglia, veritiera e non è più quella idillica delle opere precedenti.
La ginestra è la metafora sia di Leopardi che solleva la testa contro la natura, ma anche dell’umanità che è semplice e fragile e vive in terreni duri, difficili e che solleva la testa osservando la realtà e cercando di essere solidale con il resto dell’umanità.
… dura matrice… è un ossimoro (dura indica la natura crudele, nutrice significa madre)
“Le magnifiche sorti e progressive” sono un verso di un’opera di un suo cugino che è favorevole al progresso tecnologico dell’epoca.

La seconda strofa è una critica rivolta ai progressisti contemporanei, ai loro errori e come si comporta Leopardi (si contrappone in modo solitario alla società contemporanea).
Leopardi afferma che con l’Illuminismo si era arrivati effettivamente a un cambiamento (l’osservazione del vero) invece ora, nel Rinascimento, gli uomini contemporanei pensano di progredire invece tornano indietro. Inoltre, afferma che non morirà con le stesse idee dei romantici e non si vergogna di andare contro-corrente, perché è fedele al vero/alla verità e si rifiuta di adeguarsi alla menzogna collettiva. Il destino di Leopardi di essere dimenticato perché contro-corrente sarà lo stesso degli altri uomini che lo criticano e credono nel progresso.
Inoltre, la società contemporanea vuole tornare alla religione, abbandonando la ragione.

La terza strofa si rivolge specificatamente verso gli intellettuali, perché sono loro che guidano la società, e fa un confronto tra chi la pensa come lui (pochi) e gli altri.
La social catena, significa che gli uomini devono unirsi contro la nemica comune cioè la natura. L’umanità si può alzare di fronte (non contro perché non è possibile con la natura) alla natura solo quando l’uomo sarà cosciente che deve affrontare la realtà e di conseguenza l’elevazione morale dell’umanità che capendo che il vero nemico è la natura e non l’uomo ritornerà a onesti, giusti rapporti civili basati sulla solidarietà.

Nella settima e ultima strofa Leopardi afferma che la ginestra né piega la testa e quindi non si allontana vigliaccamente dalla ragione, né si erge contro la natura. Nei versi 311-312 significa che la ginestra non ha la necessità di dominare il terreno o sulle altre piante perché scompariranno tutte nel caso di un’eruzione vulcanica.

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