Giacomo Leopardi: L'arido vero

Leopardi a dispetto di ciò che gli toccò nella sua vita, aveva un animo estremamente eroico, aveva quel desiderio di emozioni, momenti forti e d’imprese eroiche; ma non poté mai realizzarli perché gravemente malato. Poi finalmente i genitori gli permisero di uscire da Recanati e raggiungere gli zii materni a Roma. Ma come spesso succede a chi desidera fortemente una cosa, la sogna per anni, rimane deluso. A Roma, infatti, frequenta salotti di mondanità dove vorrebbe trovare qualcuno con cui dibattere delle sue teorie, ma trova solo persone interessate al gossip, non c’è profondità; dunque decide di ritornare a casa. Entriamo dunque in una seconda stagione leopardiana, quella dell’ ARIDO VERO, dove lui stesso dice che non scriverà più poesia perché in esso non c’è più la vena poetica, in quanto ha scoperto l’arido vero, ossia una verità arida, priva di linfa vitale, di fantasia, una verità durissima. La durissima verità di cui Leopardi parla è la vera essenza della Natura, ella non è quella madre benevola che permette con l’immaginazione di sognare e quindi d consolarsi, ma è la Natura stessa ad averci messo in questa condizione di sofferenza, la Natura è matrigna perché il destino dell’uomo è proprio quello di nascere con delle aspirazioni che non riuscirà mai a soddisfare, più una persona ha animo nobile più soffrirà. (concezione atea di Leopardi secondo cui la natura ci mette al mondo). Questa svolta sul pensiero riguardante la natura porta ad un passo in più nella riflessione: dal pessimismo storico si passa al PESSIMISMO COSMICO. Non è più vero che gli uomini dell’antichità erano meno infelici e avevano più strumenti di consolazione, anche per loro la Natura era matrigna come per l’uomo di ogni epoca. La condizione di infelicità è perenne. Siamo proprio nel periodo più cupo della vita di Leopardi, tanto cupo che lui stesso arriverà a dire di non avere più poesia dentro e dunque non ne scriverà più. Infatti, lasciamo l’ultima composizione poetica ‘’l’Infinito’’ del 1819, e dovremmo aspettare 10 anni, ossia nel 1829 per un’altra poesia. Ovviamente, durante questi 10 anni di silenzio poetico, non rimane con le mani in mano ma scrive un’opera fondamentale ‘’Le Operette Morali’’ che sono delle prose, quasi tutti dialoghi tra creature immaginarie o personificazioni o personaggi storici, in cui molto spesso in forma ironica sostiene delle tesi molto precise, infatti in alcune operette dialogiche l’interlocutore è la proiezione dell’autore stesso.

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