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Giacomo Leopardi: VIta,opere e pensiero

Leopardi nacque nel 1789 a Recanati, nelle marche.
Il poeta compì i primi studi sotto la guida del padre ma fu ben presto in grado di studiare da solo, avvalendosi della biblioteca paterna dove trascorse “sette anni di studio matto e disperatissimo”. Tra il 1816 e il 1819 si verificano le cosiddette “conversioni” del Leopardi:
La conversione letteraria, col passaggio dalla filologia alla poesia;
La conversione Filosofica, col passaggio all’ateismo e al materialismo illuminista;
La conversione Politica, col passaggio dalle idee reazionarie a quelle liberali e democratiche.
Dopo un tentativo di fuga dalla casa paterna, ottiene il permesso di andare a Roma, dove provò una profonda delusione per la meschinità degli uomini e la fievolezza delle donne. Si trasferì successivamente a Napoli, dopo aver visitato Milano,Pisa,Bologna e Firenze e qui morì nel 1837.

Pessimismo

Nel biennio 1817-1818 Leopardi risente della grandissima influenza di Jean-Jacques Rousseau, illuminista de tardo 700 dal quale il poeta riprende il concetto del nobile selvaggio:
L’uomo pur di voler raggiungere la nobiltà spirituale si rinchiude e cerca una condizione primitiva abbandonando la civiltà. In questo periodo Leopardi si sofferma sull’infelicità umana, dice infatti che essa non dipende dalla natura, che essendo un entità positiva e benigna non influisce su di essa, ma l’infelicità è data dalla civiltà, dalla realtà, dal progresso e dalla ragione; la natura dunque non assegna una condizione infelice, ma non assegna nemmeno una condizione felice in quanto essa produce illusioni.
Le illusioni sono necessarie all’uomo per rendere la vita più sopportabile poiché, l’uomo, non è destinato alla felicità, infatti esso secondo il pessimismo leopardiano nasce per morire, le illusioni però sono distrutte dalla civiltà, l’uomo infatti evolvendosi e progredendo abbandona le radici naturali, abbandonando a sua volta le grandi illusioni.
Questo periodo della filosofia leopardiana viene definito Pessimismo Storico poiché non dipende dalla natura. In questa fase egli contrappone Antichi e Moderni dicendo che, non essendo nell’antichità capaci di svilupparsi massivamente, gli antichi avevano attitudine ad acquisire grandi illusioni, mentre i moderni le hanno perse quasi tutte. Egli tuttavia non si pone in questa condizione ma ne fa solo una critica dicendo che le illusioni si possono recuperare attraverso il disprezzo della vita.
La seconda fase del pessimismo di Leopardi viene definita Pessimismo Cosmico, se in un primo momento egli aveva visto nella natura una “madre buona” che con le illusioni e la fantasia aveva nascosto agli uomini la cruda realtà, adesso il suo pensiero cambia radicalmente, la natura è vista come un “meccanismo freddo e indifferente” che delude ogni speranza e condanna gli uomini all’infelicità che avrà fine solo con la morte, la natura quindi inganna l’uomo perché promette una felicità che non concede e la stessa cosa la fanno la scienza e la filosofia poiché promettono un progresso che non conduce alla felicità.

Poetica


Leopardi inizia la sua poetica avvalendosi dei classici greci e latini, le sue prime raccolte sono “le canzoni” che hanno un andamento classicistico, essendo esse influenzate da petrarca. Contemporaneamente alle canzoni scrisse “i piccoli idilli”, che sono opere molto più personali e raccontano esperienze autobiografiche legate alla natura, tra le più celebri ci sono “l’infinito” e “alla luna”. Dopo gli idilli Leopardi ha una crisi profonda per cui smette di scrivere poesie e scrive “le operette morali” in cui espone la sua nuova filosofia della vita, tra queste si distacca “il venditore di almanacchi”. Successivamente riprende la sua produzione poetica scrivendo “i grandi idilli”, che hanno lo stesso schema degli “idilli” in cui leopardi matura a sua nuova concezione della vita, esponendo la “teoria del piacere” secondo cui il piacere non è uno stato permanente ma soltanto la cessazione di un dolore o un aspettativa di felicità futura che non arriverà mai a concretizzarsi, come spiega nella celebre lirica “il sabato del villaggio”.
Questa teoria prosegue nell’ultima fase della poesia leopardiana chiamato “il ciclo di aspasia” in poesie come “ a se stesso” e “la ginestra”.
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