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Il pensiero di Leopardi

Su tutti i manuali troviamo a caratteri cubitali "il pessimismo leopardiano", ma questa connotazione di Leopardi come poeta del pessimismo non è corretta perché molto superficiale. Un'altra connotazione sbagliata è la divisione che i manuali fanno in: pessimismo individuale, storico e cosmico. Innanzitutto, il pensiero di leopardi parte da una lucida e razionale osservazione di quella che è la condizione di tutti gli uomini, non solo la sua ma la condizione universale di tutti gli uomini di ogni tempo e ogni epoca. Come vediamo in alcune pagine scritte nello zibaldone(da considerare come una sorta di bibbia di Leopardi perché sono raccolti tutti i suoi pensieri) lui parla della cosiddetta teoria del piacere, la quale dice che: l'uomo per sua natura cerca la felicità, la quale consiste nel raggiungimento di un piacere. L'idea che l'uomo ha del piacere è di un piacere infinito nel tempo e nello spazio, e questa idea non corrisponderà mai al piacere stesso che noi conseguiamo. Ad esempio, Noi desideriamo tanto una macchina e il piacere per Leopardi è l'attesa del piacere stesso perché quando io mi procurerò i mezzi per comprarmi quella macchina e me la comprerò, questa non soddisferà mai l'idea del piacere che io ho immaginato mi potesse procurare l'ottenere quella macchina. Infatti l'uomo quando riceve qualche cosa resta sempre un po’insoddisfatto della cosa ottenuta. Quindi saremo insoddisfatti per tutta la nostra esistenza(insoddisfazione permanente), anche se riuscissimo a raggiungere tutti i nostri obiettivi. Quest'insoddisfazione permanente ci procura il Tedio, la noia e quindi, se io sono destinato all'insoddisfazione eterna quale senso ha la vita? Da ciò nasce quello che i manuali chiamano "pessimismo Leopardiano" che non è un pessimismo individuale ma cosmico, universale perché questa infelicità riguarda tutto il genere umano. Quindi, non si passa da pessimismo individuale, storico e cosmico ma lui parte proprio dalla condizione d'insoddisfazione e d'infelicità di tutti gli uomini. Quest'amara concezione della vita è dovuta da dal suo essere materialista e ateo perché, in effetti, mentre per Manzoni il termine della sofferenza è nella vita ultraterrena anzi la vita vera è quella ultraterrena dove saremo felici e godremo di beatitudine eterna se in vita ci siamo avvicinati a Dio, ma Leopardi non crede in Dio e quindi potrebbe arrendersi e se lo farebbe si potrebbe definire un pessimista (colui che si rassegna nei confronti dell'infelicità) ma in Leopardi c'è sempre la ricerca del superamento della condizione umana attraverso l'illusione. In pratica dice l'uomo per sua natura è destinato per essere infelice, ma la natura ci ha donato il dono della fantasia e e dell'immaginazione, con le quali possiamo costruirci l'illusione della felicità e quindi entra in gioco la valenza dell'illusione. Queste si differenziano molto dalle illusioni di Foscolo perché per questo sono un sistema di valori che aiutano l'uomo a sopravvivere in modo attivo mentre per leopardi le illusioni sono un inganno dolce (affermazione ossimorica) perché noi siamo consapevoli che non potremo mai essere felici e sappiamo che è solo un illusione ma, non possiamo fare a meno di illuderci di essere felici e di lottare per l'illusione della nostra felicità.

In Leopardi non evolve il concetto del suo pessimismo ma in lui evolve il concetto del rapporto uomo natura e il concetto di natura stesso, infatti si passa da un concetto finalistico ovvero la natura opera per il bene dell'uomo concedendo ad esso il dono dell'illusione, ad una visione materialistica e meccanicistica della natura che lui desume dall'illuminismo, secondo la quale la natura è del tutto indifferente nei confronti della condizione e opera esclusivamente per l'equilibrio dell'ecosistema. Questa concezione la notiamo nella sua produzione più matura e dopo la delusione scaturita dal viaggio a Roma per cui è presente nelle operette morali e nei grandi idilli. Nella prima fase quando lui ha una visione positiva della natura, la lotta è tra natura e ragione perché poichè la natura ci offre la fantasia con cui ci costruiamo l'illusione della felicità quando subentra la ragione rovina la fantasia e l'immaginazione spazzando via le illusioni e l'uomo è costretto a raggiungere la consapevolezza dell'arido vero. In questa prima fase vediamo il pessimismo storico perché Leopardi esalta il mito del primitivo e il mito dell'infanzia: gli uomini primitivi che erano lontani dal progresso riuscivano a stabilire un rapporto più stretto con la natura facendo dominare l'immaginazione sulla ragione e cosi erano più felici ovvero si illudevano di essere felici. Infatti leopardi era contro il progresso perché più progrediremo più saremo infelici. Leopardi esalta il mito dell'infanzia perché nel fanciullo domina la fantasia e quindi nei fanciulli c'è una maggiore predisposizione all'illusione al contrario dell'età adulta. Nella seconda fase la natura diventa madre matrigna perché prima ci mette al mondo ci dona l'illusione e poi ce la porta via. Questo è il periodo che definiscono i manuali come pessimismo cosmico ma è cosi sin dall'inizio.
Qual'è la strada che indica Leopardi? Dobbiamo partire dalla consapevolezza che l'uomo per sua natura è destinato ad essere infelice ma non dobbiamo rassegnarci e trasformare la nostra fragilità nella nostra forza; un esempio tangibile è la sua poesia LA GINESTRA in cui mostra questo fiore molto fragile,che sta a rappresentare la fragilità dell'essere umano, e affascinato dal fatto che questa cresce nelle zone più aride (le pendici del Vesuvio) e questa sa bene che basta un minimo movimento del vesuvio per essere spazzata via ma ciò nonostante non demorde e ricresce, questo atteggiamento lo deve assumere l'uomo ovvero mai rassegnarsi perché anche se la natura è molto più forte non potrà mai sottrarci la dignità in quanto sono degno di essere uomo e anche se sono consapevole di non essere nulla rispetto al male della nostra esistenza non mi rassegno al male e combatto per la mia dignità. Per questo Leopardi non può essere considerato un vero e proprio pessimista perché in lui non c'è mai una rassegnazione ma anzi la sua lotta contro il suo pessimismo è molto più strenua, più valorosa di qualsiasi altro poeta che si rifugia nella religione, perché è facile rimandare la nostra felicità in un'altra vita; infatti, la religione per Leopardi è il ricovero dei deboli per coloro che non riescono ad accettare la nostra condizione di infelicità. Perché diciamo che Leopardi è un poeta universale? Perché l'insegnamento che lui vuole trasmettere sopratutto ai giovani è quello di non soccombere mai al male della vita ma di combattere per la nostra felicità anche se è solo un illusione,e tale è un insegnamento molto contemporaneo. (Del male di vivere ci parlerà anche Montale e della sua ricerca della strada per superarlo, anche se in lui c'è la consapevolezza di non poterlo mai superare).
Vediamo anche che man mano che passiamo dalla visione finalistica della natura a meccanicistica cambia anche il modo in cui il poeta si pone al male di vivere perché nella 1 fase rispecchiata nei piccoli idilli e nella canzoni, l'atteggiamento di Leopardi è di un uomo titanico che cerca di combattere con tutte le sue forze alla condizione di sofferenza; nella 2 fase rispecchiata nei grandi idilli, la produzione in concomitanza con il contenuto più aspro che tratta la natura madre matrigna che prima ci mette al mondo e poi ci procura sofferenze dovrebbe essere più aspro, invece riesce ad esprimere con molta tranquillità ed equilibrio l'amara visione della condizione umana. In questa fase non c'è più il titanismo ma adotta l'atteggiamento dell'imperturbabilità dell'animo del saggio stoico, l'indifferenza nei confronti del male di vivere tale indifferenza verrà chiamata da Montale Divina Indifferenza che l'uomo deve avere nei confronti dal male di vivere. Quindi Leopardi raggiunge l'atarassia, il male di vivere non perturba l'animo del poeta anzi affronta questa condizione con animo equilibrato senza farsi assalire dal male di vivere ecco perché i grandi idilli sono i suoi migliori componimenti poetici, in cui riesce ad esprime il suo pensiero più aspro con uno stile molto dolce ed equilibrato (Nel canto notturno di un pastore errante dell'Asia dove il pessimismo cosmico raggiunge la sua più grande estensione ma viene espresso sempre con dolcezza ed equilibrio e che conclude con il forse per rappresentare il suo non arrendersi a quest'amara condizione).

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