Concetti Chiave
- Leopardi non sviluppa un sistema dottrinale coerente, ma esplora concetti chiave come l'infelicità umana attraverso la sua "Teoria del Piacere".
- L'uomo cerca un piacere infinito, ma il suo inappagamento genera un senso di vuoto e infelicità, mascherato dall'immaginazione.
- Il "pessimismo storico" di Leopardi critica la modernità e l'allontanamento dell'uomo dalla natura, considerandola responsabile dell'infelicità umana.
- Il passaggio al "pessimismo cosmico" rivela l'infelicità come condizione permanente dell'uomo, accentuata dall'illuminazione e dalla malattia di Leopardi.
- Nell'ultima fase della sua opera, Leopardi lancia una sfida contro la natura matrigna, promuovendo un'ideale di solidarietà umana contro le sue forze distruttrici.
Leopardi e l'infelicità umana
Leopardi non è un pensatore sistematico, come Hegel, che abbia ciò elaborato un sistema dottrinale coerente e compatto, tuttavia si possono individuare nel suo pensiero alcuni concetti fondamentali tra i quali spicca l’infelicità umana.
Teoria del Piacere e immaginazione
Lo scrittore ne ricerca le cause elaborando la così detta “Teoria Del Piacere” secondo la quale l’uomo per natura ricerca la felicità che ha il suo strumento di soddisfazione nel piacere sensibile. L’uomo però non desidera un piacere generico ma il piacere infinito per estensione e per durata che nella realtà non può essere soddisfatto.
Tale inappagamento genera nell’uomo un senso di vuoto e di infelicità che ne consegue.
Tuttavia, la natura che nella prima fase del pensiero leopardiano si configura come madre benigna ha dispensato all’uomo l’immaginazione e le illusioni che mascherano la sua infelicità.
Gli antichi che vivevano più vicini alla natura erano dotati di maggiore immaginazione ed erano quindi più felici. Ma l’indagine filosofica li ha allontanati progressivamente dalla natura generando in loro l’infelicità che si è consolidato ulteriormente nell’età moderna perfettamente consapevole dell’ “arido vero” cioè della reale condizione della nostra vita.
Pessimismo storico e modernità
Questa prima fase del pessimismo leopardiano viene comunemente definita “pessimismo storico” poiché l’infelicità dell’uomo è legata a una determinata fase storica, la modernità e il responsabile dell’infelicità stessa è l’uomo che si è allontanato dalla natura.
Leopardi esprime un giudizio molto negativo sull’età contemporanea, storicamente l’età della restaurazione, definendo spregiativamente la sua epoca “secol morto”, “secolo di fango” e contrapponendovi lo slancio eroico e magnanimo degli antichi dei cui valori il poeta si considera ancora depositario. Per questa ragione si contrappone alla propria età in un’atteggiamento di sfida e ribellione tipicamente romantico denominato “Titanismo”.
Pessimismo cosmico e natura matrigna
L’orizzonte del pessimismo leopardiano era però destinato ad ampliarsi così da passare dal “Pessimismo Storico” al così detto “Pessimismo Cosmico o Universale”.
Fattori del pessimismo cosmico
I fattori che determinano tale passaggio sono essenzialmente tre: un fattore culturale, uno concettuale e uno personale.
Il fattore culturale è rappresentato dalla scoperta del pessimismo antico nel 1823 attraverso la lettura di filosofi della classicità in cui Leopardi incontra parecchi spunti pessimistici relativi all’infelicità dell’uomo. Di conseguenza si accorge che l’infelicità non è un dato contingente legato a una particolare epoca storica, ma un dato permanente e costitutivo dell’uomo di carattere meta-storico.
Il fattore concettuale consiste nell’acquisita consapevolezza che l’uomo nello stato di natura non vive in una condizione di felicità oggettiva e reale, ma in una condizione di infelicità velata dalle illusioni e dall’immaginazione che la natura gli ha dispensato.
Era facile a questo punto capire che la natura ha perpetrato nei confronti dell’uomo un “dolce inganno” smascherandogli il suo reale stato d’infelicità. Essa quindi comincia a mutare il suo volto, trasformandosi da madre benigna in madre matrigna, concezione rafforzata dalle dottrine materialistiche antiche e da quelle materialistico-meccanicistiche settecentesche di matrice illuminista. La natura tende dunque a configurarsi come un perenne ciclo di produzione e distruzione indifferente al destino del singolo individuo e volta unicamente alla conservazione della specie. Si profila come un cieco meccanismo che perseguita sistematicamente le sue creature rendendole sofferenti e infelici.
Il fattore personale consiste nell’aggravarsi delle condizioni di salute del poeta soprattutto a partire dal 1819, anno delle grandi crisi: la malattia non è solamente un evento sfortunato dell’esistenza leopardiana, ma si trasforma per Leopardi in un formidabile strumento conoscitivo che gli permette di approfondire il rapporto tra l’uomo e la natura, in particolare il pesante condizionamento che essa esercita sull’uomo.
La fase del pessimismo cosmico determina il venir meno dell’atteggiamento titanico cioè di sfida, contro la storia e il destino, poiché l’infelicità è una condizione assoluta dell’uomo che non si può eliminare.
In questa fase il modello leopardiano non è più l’eroe antico che lotta e combatte con spirito eroico, ma è il saggio imperturbabile delineato dalla filosofia stoica.
Non per niente Leopardi in questi anni traduce “Il Manuale” di Epitteto che può essere considerato una sintesi dello stoicismo antico.
Leopardi e la sfida alla natura
L’atteggiamento rassegnato-ironico che il poeta assume nelle operette morali del ’24 verrà nuovamente superato nella fase finale della produzione leopardiana quando lo scrittore riprenderà il suo atteggiamento di sfida contro la natura matrigna, lanciando ne “La Ginestra” il grande mito solidaristico dell’unione di tutti gli uomini coalizzati contro la natura stessa simboleggiata nella sua forza distruttrice dal Vesuvio che in un lontano passato distrusse la città di Pompei e un’intera civiltà che abitava sulle sue pendici.
Domande da interrogazione
- Qual è il concetto centrale del pensiero leopardiano?
- Come si evolve il pessimismo di Leopardi nel corso del suo pensiero?
- Qual è il ruolo dell'immaginazione nella visione leopardiana dell'infelicità?
- Come Leopardi descrive la natura nel suo pensiero?
- Qual è l'atteggiamento di Leopardi nei confronti della natura nella sua fase finale?
Il concetto centrale del pensiero di Leopardi è l'infelicità umana, che emerge dalla sua "Teoria del Piacere", secondo cui l'uomo cerca un piacere infinito che nella realtà non può essere soddisfatto, generando un senso di vuoto e infelicità.
Il pessimismo di Leopardi evolve da un "pessimismo storico", legato alla modernità e all'allontanamento dell'uomo dalla natura, a un "pessimismo cosmico", in cui l'infelicità è vista come una condizione permanente e meta-storica dell'essere umano.
L'immaginazione gioca un ruolo cruciale nel mascherare l'infelicità dell'uomo, poiché la natura ha dotato l'individuo di illusioni che lo allontanano dalla consapevolezza della sua reale condizione di sofferenza.
Leopardi descrive la natura come una "madre matrigna", un'entità indifferente al destino degli individui, che perpetua un ciclo di produzione e distruzione, rendendo l'uomo sistematicamente infelice.
Nella fase finale della sua produzione, Leopardi riprende un atteggiamento di sfida contro la natura matrigna, esprimendo un mito solidaristico nell'opera "La Ginestra", dove invita all'unione degli uomini contro le forze distruttrici della natura.