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Fasi del pensiero leopardiano


Il pensiero di Leopardi è la risultante di una serie di considerazioni che il poeta fece a partire dalla città di Recanati, luogo per il quale ebbe una forte insofferenza, e dall'educazione severa che ricevette, improntata al continuo studio che gli minò la salute. Questa serie di fattori incupirono sempre di più il pensiero leopardiano (eccetto l'ultima parte della sua produzione letteraria) che si snoda in quattro fasi:

-pessimismo individuale: inizialmente tutto il pensiero di Leopardi è caratterizzato da un sentimento di tristezza soffusa che nasce da una serie di riflessioni che il poeta fece a partire da se stesso. Leopardi, infatti, avvertiva una grande distonia tra se e gli altri che genera in lui un grande senso di infelicità. L'autore sente come se la vita gli avesse riservato un trattamento differente ("a te la speme nego", dalla poesia "La sera del dì di festa"): è come se la natura gli avesse negato perfino la speranza, come se vivesse per scontare la sofferenza. Il poeta si sente, cioè, lo spettatore di una grande festa che gli altri uomini vivono, ma che a lui è preclusa. Questa fase è ben rappresentata dalla poesia "il passero solitario" in cui il passero è proprio il simbolo dell'io lirico che sente la propria solitudine non nei confronti della vita umana, ma nei confronti della possiblità di avvertire nella propria vita sentimenti come la gioia, il piacere, la felicità.

-pessimismo storico: Successivamente Leopardi, attraverso l'interazione con gli altri, scopre che anche gli altri uomini manifestano una sorta di infelicità. Questa considerazione lo spinge a teorizzare l'idea secondo cui gli uomini sono inevitabilmente infelici perché hanno perso il rapporto originario e autentico con la natura che li ha creati. È un pessimismo storico proprio perché, secondo l'autore, storicamente gli uomini primitivi erano felici, poichè non avevano programmato ancora la loro vita sulla ragione, ma si affidavano unicamente sulla natura, simile a una madre benigna che nutriva con i suoi frutti tutti i suoi figli e donava agli uomini le illusioni e la capacità immaginifica in grado di generare felicità. Questo rapporto secondo l'autore è stato reciso quando l'uomo ha iniziato a porsi delle domande, a riflettere e ad utilizzare la ragione.

-pessimismo cosmico: in questa fase Leopardi arriva a teorizzare che l'infelicità dell'uomo non è dovuta a un rapporto genuino perso con la natura, ma è dovuta al fatto che l'uomo ha dentro di sé il germe dell'infelicità. Questo accade perché l'uomo aspira sempre al piacere, e, poiché inevitabilmente non riesce ad ottenerlo, si sente perennemente infelice. Leopardi considera quindi la natura come indifferente nei confronti della sorte dell'uomo (natura matrigna) che in ogni epoca, luogo, tempo o società è sempre stato e sarà eternamente infelice.

-pessimismo eroico: nell'ultima fase di scrittura leopardiana, che coincide con il "Ciclo di Aspasia" e con "La Ginestra", l'autore abbandona il pessimismo cosmico, assumendo un atteggiamento di lotta titanica: l'autore, cioè, capisce che gli uomini possono salvarsi, poiché hanno a disposizione il grande strumento della solidarietà, quindi gli uomini possono salvarsi non in quanto individui ma in quanto genere umano, unendosi in una "social catena".

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