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Concetti Chiave

  • Filippo Ottonieri, un filosofo epicureo, è descritto come un individuo che disprezza le convenzioni sociali e preferisce l'ironia socratica, ma che, al contrario di Socrate, non affida mai i suoi pensieri alla scrittura.
  • Ottonieri critica il piacere della vita umana, sostenendo che i ricordi e le speranze siano più dolci dei piaceri vissuti, e paragona la vita a un letto scomodo dove la vera felicità sfugge continuamente.
  • Nei rapporti umani, il dolore e l'allegria ostacolano la vera compassione, e spesso la malvagità deriva dalla negligenza piuttosto che da intenzioni maligne, con esempi tratti dalla mitologia e letteratura.
  • Il capitolo quarto esplora la determinazione degli indecisi e distingue tre tipi di persone nelle nazioni civili: i mediocri, il volgo e i sommi, con la conclusione che la stima aumenta allontanandosi dalla natura.
  • L'egoismo e la moda sono analizzati come forze dominanti nella società moderna, mentre le città grandi sono viste come luoghi di infelicità, con riflessioni sulla necessità di occupare la vita per trovare un senso.

Indice

  1. La Vita di Filippo Ottonieri
  2. Il Piacere e la Vita
  3. Rapporti Umani e Compassione
  4. Analisi del Genere Umano
  5. Egoismo e Società
  6. Aforismi e Scrittura

La Vita di Filippo Ottonieri

Narra in stile biografico la vita di Filippo Ottonieri, filosofo che in vita non è mai stato problematico, ma è stato sempre tenuto in scarsa considerazione dai suoi amici per il poco amore mostrato verso le consuetudini della vita mediocre. Dopo una serie di ritratti di filosofi del passato famosi anche per la loro misantropia: nomina infatti i filosofi cinici, noti per la loro negazione verso la convivenza sociale e il sostegno dell’ideale della miseria, il maggiore esponente fu Diogene. La narrazione segue affermando come l'Ottonieri si professasse epicureo nella vita più per gusto di polemica che per convinzione, disprezzando infatti Epicuro stesso, “dicendo che ai tempi molto maggior diletto si poteva trarre dagli studi della virtù che dall’ozio”, mentre nella filosofia diceva di seguire l'esempio di Socrate, colui che ha fatto scendere la filosofia dal cielo, secondo Cicerone. Del maestro di Platone apprezza il parlare ironico e dissimulato, anche se non interrogava e conversava come lui faceva con i suoi contemporanei, Filippo era infatti convinto che i moderni, nonostante pazienti, non avrebbero mai sopportato di rispondere a un migliaio di domande continuate.

Il primo capitolo si trasforma essenzialmente in un'apologia di Socrate e si conclude con una metafora sui libri, che spiega perché il filosofo non affidò mai il suo pensiero alle carte: “Ma i libri sono come quelle persone che stando cogli altri, parlano sempre esse, e non ascoltano mai”.

Il Piacere e la Vita

Il capitolo si apre con un incitamento contro la noia e un'interessante allegoria del carciofo per spiegare il sentimento del piacere, ritenuto dal filosofo il peggior momento della vita umana: “la speranza e la rimembranza dei piaceri sono infatti cose migliori e più dolci degli stessi diletti”, tra questi, ritiene che i ricordi scaturiti dall'odorato siano i migliori, perché le cose gustate piacciono meno che a odorale. Spesso definiva la vita come un letto duro dove si corica il malcapitato che tenta invano di addormentarsi per tutta la notte, ma quando è sul punto di farlo, senza essersi mai riposato, giunge l'ora di alzarsi. Nessuno è contento della propria condizione, tutti infatti sperano in un miglioramento del proprio stato: ma l'uomo più felice della terra, che non possa avanzare in nessun modo la sua condizione, risulta essere il più misero di tutti. Il protagonista sostiene che i piaceri più veri siano quelli che nascono dalle facoltà immaginative tipiche dei fanciulli, che trovano la bellezza in ogni piccolezza, si propone inoltre come alter ego di Leopardi: entrambi deridono infatti i filosofi sostenitori dell’uomo come padrone del proprio destino. I beni e i mali non sono nella potestà dell'essere umano, che liberamente decide come evitarli, mantenerli o liberarsene.

Rapporti Umani e Compassione

Leopardi prosegue in una rapida analisi sul dolore della perdita della persona amata, è preferibile a suo parere una malattia breve e rapida che una morte per infermità lunga e travagliata. La lenta agonia trasforma non solo l'anima e il corpo della persona amata ma anche il ricordo della sua figura, tanto che non sopravvive neanche nell'immaginazione, non portando più alcuna consolazione ma solo tristezza. Tuttavia, il capitolo si focalizza maggiormente sui rapporti sociali tra esseri umani: nei rapporti di solidarietà umana, sia il tempo del dolore sia il tempo dell'allegria sono ostacoli alla vera compassione per il prossimo, perché entrambe le passioni riempiono l'uomo del pensiero di se stesso e non lasciano spazio alle preoccupazioni altrui. Le migliori occasioni di vedere gli uomini disposti alla compassione e all'azione disinteressata si presentano quando la gioia nasce da pensieri vaghi e da oggetti indeterminati, provocando una tranquilla agitazione dello spirito che predispone volentieri a gratificare gli altri. Non è vero che l'infelice trova maggiore comprensione presso suoi simili, anzi, più spesso, invece di partecipare al dolore, gli sventurati spostano l'attenzione sulla loro condizione, cercando di convincere che i propri malanni siano più gravi: quando Priamo supplica Achille per la restituzione del corpo dell'amato figlio Ettore, l'eroe inizia a piangere non per compassione dell'anziano genitore ma per il ricordo di suo padre e dell'amico morto in battaglia, Patroclo. La crudeltà e la malvagità, invece, nascono spesso dalla negligenza e dalla leggerezza delle nostre azioni, piuttosto che dalla pessima qualità morale degli uomini, spesso però, è meno grave ricevere un'offesa (per maleducazione o per malvagità) per una buona azione compiuta, che un piccolo riconoscimento; perché, in questo secondo caso, da un lato si priva il benefattore della nuda e infruttuosa gratitudine dell'animo, dall'altro gli impedisce di lamentarsi per non aver ricevuto alcun elogio.

Analisi del Genere Umano

In questo capitolo si analizza il genere umano: gli indecisi sono sempre quelli più determinati nel perseguire i loro propositi perché temono, a causa dell'ansia e dell'incertezza in cui vivono quotidianamente, di tornare in quella condizione di perplessità e sospensione d'animo che alimenta le loro esistenze: la vera sfida non è l'oggetto dell'impresa, ma vincere sé stessi. Negli uomini, sia antichi che moderni, la grandezza è frutto dell'eccesso di una loro particolare qualità, tanto che la straordinarietà non si acquisisce se le qualità di un uomo importante siano bilanciate tra loro. Nelle nazioni civili esistono tre generi di persone:

1. I mediocri, la cui natura è trasformata dall'arte e dagli abiti della vita cittadinesca;

2. Il volgo, composto da persone che per ragioni varie non sono riuscite a ricevere e conservare le impressioni e gli effetti dell'arte, della pratica e dell'esempio, fermandosi al primo stadio della condizione naturale.

3. I Sommi, pochissimi, la cui sovrabbondanza di forza ha resistito alla natura del viver presente. Essi sono di due specie:

- I disprezzatori forti e gagliardi che rifiutano il commercio degli uomini e vivono solitari in mezzo alla città;

- I timidi, uguali in forza ai primi, ma più deboli e riservati nell'addestrarsi all'uso pratico della vita. Molti esempi antichi portati a testimonianza: Rousseau, grande filosofo ma noto misantropo; o Virgilio che nelle Georgiche esalta la vita solitaria e oscura contro l'uso romano dell'epoca.

In conclusione, si riceve tanta stima più ci si allontana dall'essere naturale: Volgo e Sommi sono tenuti in scarsissima o nessuna considerazione, mentre il maneggio e la podestà delle cose sono in mano ai mediocri. Esistono poi tre tipi di vecchiaia:

1. Venerabile: quando la società era giusta e virtuosa nella vecchiaia l'uomo trovava senno e prudenza;

2. Abbominabile: quando la società diventò più incline al male, l'età avanzata era la prova di una lunga consuetudine con la malvagità;

3. Tollerabile: quando la corruzione superò ogni limite e l'uomo imparò a disprezzare la virtù e ad avere esperienza dell'arido vero, la vecchiaia divenne tollerabile a causa del decadere fisico del corpo, che mitigava, con il raffreddarsi del cuore e con la debolezza dei sensi, l'inclinazione alla malvagità.

Egoismo e Società

Il capitolo è dedicato interamente all'egoismo, oggi lodare qualcuno significa misurare la soddisfazione “nel bene o nel male” che si ha di lui, non si può amare senza un rivale: chiedere un piacere a qualcuno produce l'odio di una terza persona; alla fine i nostri desideri non saranno esauditi per timore dell'ira e dell'odio degli altri uomini. Oggi se servi qualcuno nella speranza di essere ricompensato non otterrai nessun risultato: le persone sono facili a ricevere e difficili a rendere. Alcuni pensieri sono rivolti alla moda, che ha un potere grandissimo, capace di far cambiare idea e costumi alle persone più radicali, tanto da convincerle ad abbandonare le loro precedenti convinzioni; e al riso: nel mondo odierno si ride di tutto tranne delle cose veramente ridicole. Ciascuna generazione crede la precedente migliore della successiva: eppure si crede che i popoli migliorino più ci si allontana da una condizione primitiva e che fare un passo indietro significherebbe peggiorare. Il Vero non è bello, ma quando manca, il Bello è da preferire a ogni altra cosa. Le città grandi sono luoghi di infelicità e miseria, dove si respira solo falsità perché ogni cosa è finta e vana. Per gli spiriti delicati sono il posto peggiore del mondo. Occupare la vita è un bisogno maggiore del vivere stesso: il vivere per sé stesso non è bisogno perché separato dalla felicità non è Bene. Sul finale un riferimento all'innesto del vaiolo, una pratica che aveva migliorato quell'usanza, tanto cara al genere umano, di vendere e comprare uomini; e una battuta sulla retorica: l'Ottonieri, fatta promessa di non lodare nessuno, torna sui suoi passi per non dimenticare l'arte del ben parlare.

Aforismi e Scrittura

Il finale dell'operetta è dominato dagli aforismi. In questo capitolo sono proposti quelli di autori famosi, spesso commentati dal filosofo, si divide in due parti:

- I parte. Motti antichi, l'ignoranza produce speranza, la conoscenza produce l'oblio, la prima è un bene la seconda un male. Secondo gli Egesiaci il vero piacere deriva dall'assenza di ogni dolore e quindi nella morte, di conseguenza gli uomini che cercano la felicità sono quelli più tormentati: i più fortunati traggono piacere da gioie minime che appena trascorse possono essere rivissute attraverso il ricordo. L'unico cammino di gloria tra i giovani è quello che passa per il piacere, pavoneggiarsi con infinite novelle su grandi imprese, spesso interamente false, davanti agli amici con lo scopo di ottenere effimeri riconoscimenti, è l'unico modo per ottenere la fama.

- II parte. Il valore di un bravo scrittore. Gli scrittori più eloquenti e più coinvolgenti sono quelli che parlano di sé stessi perché più sinceri:

“Quelli che scrivono delle cose proprie hanno l'animo fortemente preso e occupato dalla materia, si astengono dagli ornamenti frivoli, o dall'affettazione o da tutto quello che è fuori dal naturale”. E i lettori lo apprezzano perché non esiste modo migliore per trattate con maggior verità ed efficacia le cose altrui che favellando delle proprie; perché tutti gli uomini si assomigliano tra loro, sia nelle gioie che negli accidenti, quindi non esiste espediente tecnico migliore che trattarli come fatti propri. Segue un elenco di esempi tratti da famosi oratori che, ad un certo punto della loro arringa hanno animato l'auditorio parlando di sé stessi come Demostene o Cicerone nel Pro milione; Bousset per le sue orazioni funebri, e Giuliano imperatore, per le argute ironie contro i suoi detrattori; tra gli italiani, Lorenzino dei Medici e la sua apologia di un omidicio, e le lettere familiari del Tasso.

Si conclude in chiave ironica la seconda prosa in capitoli in cui si riportano le migliori sentenze e le risposte argute dell'Ottonieri. La battuta sulla signora attempata che non intende certe voci antiche, presenti in alcune poesie giovanili del filosofo, è ripresa integralmente dalla prima pagina dello Zibaldone. Quella sul gruppo di antiquari è probabile riferimento all'esperienza negativa del soggiorno romano in casa di parenti, durante le frequentazioni dei vari circoli culturali, di cui se ne lamentava in diverse lettere indirizzate al fratello Carlo. Nei salotti romani dell'epoca un letterato era l'equivalente dell'Antiquario o Archeologo. “Vi ho parlato solamente delle donne, perché della letteratura non so che mi vi dire. Orrori e poi orrori. I più santi nomi profanati, le più insigni sciocchezze levate al cielo, i migliori spiriti di questo secolo calpestati come inferiori al minimo letterato di Roma, la filosofia disprezzata come studi da fanciulli, il genio, l'immaginazione e il sentimento, nomi (non dico cose ma nomi) incogniti e forestieri ai poeti e alle poetesse di professione; l'Antiquaria messa da tutti in cima al sapere umano, e considerata costantemente e universalmente come l'unico vero studio dell'uomo Letterato e Antiquario a Roma è perfettamente tutt'uno”.

Domande da interrogazione

  1. Qual è la visione di Filippo Ottonieri riguardo al piacere nella vita umana?
  2. Filippo Ottonieri considera il piacere come il peggior momento della vita umana, sostenendo che la speranza e la rimembranza dei piaceri siano migliori degli stessi diletti. Egli ritiene che i ricordi legati all'odorato siano i più piacevoli.

  3. Come Filippo Ottonieri percepisce i rapporti umani e la compassione?
  4. Ottonieri crede che il dolore e l'allegria ostacolino la vera compassione, poiché entrambe le passioni riempiono l'uomo del pensiero di se stesso. La compassione genuina si manifesta quando la gioia deriva da pensieri vaghi e oggetti indeterminati.

  5. Qual è l'analisi di Ottonieri sul genere umano e le sue categorie?
  6. Ottonieri distingue tre categorie di persone: i mediocri, il volgo e i sommi. I mediocri sono trasformati dalla vita cittadina, il volgo non ha ricevuto l'influenza dell'arte e i sommi resistono alla natura del vivere presente, divisi in disprezzatori e timidi.

  7. Qual è la posizione di Ottonieri sull'egoismo e la società?
  8. Ottonieri critica l'egoismo, affermando che lodare qualcuno significa misurare la soddisfazione personale. Egli osserva che le persone sono facili a ricevere ma difficili a rendere, e che la moda ha un grande potere di cambiare idee e costumi.

  9. Come Ottonieri vede il valore degli aforismi e della scrittura?
  10. Ottonieri apprezza gli aforismi e la scrittura personale, sostenendo che gli scrittori più eloquenti parlano di sé stessi con sincerità. Egli crede che trattare le esperienze personali sia il modo migliore per comunicare verità ed efficacia.

Domande e risposte

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