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Poetica – Giacomo Leopardi

Leopardi, fin da giovane, ha una grande volontà di sapere e studiare; impara presto il latino, il greco e l'ebraico ed è talmente bravo, che presto il suo maestro lo lascia da solo alle prese con i suoi libri nella biblioteca di famiglia, dove Giacomo trascorre la maggior parte del suo tempo. La prima formazione di Leopardi è quindi tutta quanta nel segno dell’erudizione, fino alla prima conversione “dall’erudito al bello”che avviene nel 1816, attraverso lo studio degli scritti antichi, in particolare grazie alle poesie greche, che lo proiettano nel mondo della poesia. Successivamente, dal 1817 al 1819, inizia una corrispondenza epistolare con Pietro Giordani, scrittore dell’epoca, grazie al quale, entrando in contatto con la letteratura romantica europea, avviene la sua seconda conversione “dal bello al vero”. Leopardi definisce questa conversione come il passaggio dalla poesia alla filosofia, infatti approdando al romanticismo critica fortemente gli scrittori neoclassici, definendoli “falsari” in quanto imitatori del bello classico.

Occorre quindi essere veri e per fare ciò ci si allontana dal bello, la poesia diventa così ricerca della verità, ovvero filosofia. Nei suoi scritti romantici però è sempre legato allo stile classico, utilizzando ancora l’antica lingua letteraria, quindi il cambiamento di Leopardi in senso romantico riguarda solo i contenuti dei suoi scritti. In questo periodo si instaura in lui il concetto di pessimismo individuale, Leopardi crede infatti che la sua infelicità sia dovuta alla sua vita. Poco dopo però quest’idea si trasforma in pessimismo storico, secondo il quale gli antichi sono stati felici perché hanno potuto trovare risposte a fatti inspiegabili attraverso i miti, trovando così la realizzazione che ha permesso loro di raggiungere la felicità; con le nuove scoperte invece si può risolvere ciò che prima era inspiegabile, per questo, non avendo più nulla in cui credere e sperare, l’uomo non può più essere felice.
Nel 1823 abbandona definitivamente il cattolicesimo e acquisisce un punto di vista materialistico, abbracciando il sensismo, il quale afferma che l’uomo è come tutti gli altri animali, quindi il suo comportamento è diretto all'utile e che la felicità è data dalla ricerca del piacere e dalla fuga dal dolore. La causa dell'infelicità umana proviene quindi dal contrasto tra il bisogno dell'individuo di essere felice e la possibilità reale di esserlo e da questo nasce la teoria del piacere, secondo cui l'uomo aspira naturalmente al piacere, ma quello desiderato è sempre superiore al piacere conseguibile, in quanto l’uomo ha evidenti limiti fisici e temporali. Queste riflessioni comportano una ridefinizione del concetto di natura, che ora ha la completa responsabilità dell'infelicità umana, perchè determina la tendenza al piacere, senza poi poter soddisfare tale bisogno. La causa dell'infelicità quindi non è più storica, ma esistenziale, si parla perciò di pessimismo cosmico.

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