Commento "Canto notturno di un pastore errante dell'Asia" di Giacomo Leopardi


Scritto tra l'ottobre del 1829 e l'aprile del 1830, "Canto notturno di un pastore errante dell'Asia" segna un punto d'arrivo nell'ambito della produzione leopardiana, l'approdo ad una sintesi alta e completa delle sue riflessioni sulla condizione e sul senso della vita umane.

La canzone libera appartiene alla raccolta dei canti pisano-recanatesi o "Grandi idilli" e, secondo il De Santis da una caratterizzazione alla raccolta più tipicamente romantica, sebbene tenda a distaccarsene. Infatti l'Idillio non ritrae più il sobborgo recanatese, ma un paesaggio straniero, orientale,lontano dall'ostello paterno, ma più vicino al cuore del letterato.

Leopardi trae ispirazione per la stesura del componimento da un estratto pubblicato nel 1820, riguardante un resoconto su un viaggio presso i Kirghisi, una popolazione asiatica nomade. A trasformarlo in una fonte di ispirazione per il poeta fu l'abitudine dei nomadi a trascorrere le notti seduti su pietre, intonando canti malinconici alla luna.

E così anche il pastore errante intona la sua "canzone" alla luna, dando la voce al poeta recanatese:

"Dimmi o luna: a che vale al pastor la sua vita, la vostra vita a voi? Dimmi: ove tende questo vagar mio breve, il tuo corso immortale?

I dolori del vecchierel bianco dove portano se non all'oblio eterno della morte? Perchè nascere nel pianto, "se la vita è sventura, perché da noi si dura?". Questi i temi cantati dal pastore nel primo blocco narrativo, un uomo che si interroga ad interroga la luna, simbolo di un'intera natura che cela risposte mancate dietro la bellezza di un "astro".

Il pastore, riverente, alla quarta strofa spera in una comprensione consolatrice e, nella sua solitudine, la luna pare elevarsi a divinità onnisciente in grado di risolvere il dilemma dell'esistenza. Ma essa, restando indifferente, confina l'uomo nel suo "male di vivere".

Nel secondo blocco narrativo il pastore-poeta mette a confronto la vita umana con quella animale: "Oh greggia mia, beata, la miseria tua non sai", richiamando la concezione roussoniana secondo cui la conoscenza conduce al dolore. Gli astri, la greggia, gli animali paiono essere, quindi,"incastrati" alla perfezione nel meccanismo naturale,ignari della sua indifferenza. Solo l'uomo è afflitto da una noia soffocante, e "sente l'infelicità nativa".

"Forse se io avessi l'ale" "potrei planare dall'alto sulle cose con leggerezza" (semicit. Calvino - "Lezioni americane"), pare dirci questo il poeta nella conclusione dell' idillio; ma si rende ben presto conto che l'immagine regalatagli dalla mente è un sogno inarrivabile. Il poeta approda così al pessimismo cosmico, secondo cui la sofferenza è intrinseca nella natura umana che di tanto ingegno è dotata, ma di tanto ingegno perisce.

Hai bisogno di aiuto in Giacomo Leopardi?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email