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Canto notturno di un pastore errante dell’Asia di G. Leopardi

Il testo poetico analizzato è cronologicamente l’ultimo dei canti pisano-recanatesi (ottobre 1829-aprile 1830) di Leopardi ed è considerato uno dei momenti chiave dello sviluppo del suo pensiero e della sua poesia, difatti questo canto mette in risalto la teoria del pessimismo cosmico. Con il Canto notturno e la figura anonima del pastore, vuole sottolineare l’infelicità che caratterizza l’intero genere umano (di cui è simbolo il pastore), se non addirittura tutti gli esseri viventi. Secondo Leopardi la natura è una matrigna. L’uomo nasce al solo scopo di morire perché l’ esistenza è un ciclo continuo di distruzione della materia. L’uomo (anzi l’essere vivente, uomini e animali) è nato per soffrire, vittima di una natura e di una forza superiore del tutto indifferente al suo dramma, come la silenziosa Luna. L’infelicità umana è una realtà concreta che domina l’ universo. Anche questo aspetto è messo in evidenza nel canto perché il pastore nel silenzio non riesce ad essere tranquillo ma è dominato dalla paura e dall’ insicurezza.

Si contrappone alla natura la ragione come efficiente strumento conoscitivo capace di svelare le contraddizioni del reale. La ragione non conduce alla felicità, rende l’uomo consapevole della propria condizione e lo libera da false credenze, infatti lo conduce alle cosiddette aspre verità. L’uomo ha una sua dignità e deve saper prendere atto con fierezza della sua triste condizione ed accettarla, visto che cambiarla è impossibile.

E’ un poema in strofe libere di settenari ed endecasillabi con rime irregolari, forma metrica tipica del Romanticismo, essendo libera da ogni vincolo logico, razionale e grammaticale e il linguaggio, a differenza che in altri canti, è quasi spoglio, sobrio e semplice, consono al basso livello di istruzione del pastore che, nonostante ciò, non è ingenuo, poiché riesce a intendere la ciclicità della vita .

In questa opera sono presenti numerosi aggettivi in antitesi, come breve/immortale (v.19-20), intatta/mortale (v.57-58), per citarne alcuni. Importante è l’uso della figura retorica dell’enumerazione, cioè un elenco di termini, presente dal verso 24 al verso 32 e al verso 61. A sottolineare la profondità filosofica di questo poema troviamo una interrogazione retorica sottintesa (v.65-68), cioè la domanda che il pastore/Leopardi si pone: “Cosa è morire?”, derivante dal pensiero del latino Lucrezio; l’impiego di metafore come al verso 23, in cui “gravissimo fascio in su le spalle” indica tutti i pesi della vita che l’uomo deve sopportare e al verso 35 si riferisce alla morte, e, sempre in questo verso, è presente anche un climax, che evidenzia la crescente angoscia che pervade il pastore durante le sue riflessioni sulla vita e su ciò che può celarsi dopo di essa.

Da notare anche l’abbondante uso di aggettivi tipici del Romanticismo che descrivono il dissidio interiore dei romantici, come “Infinito” e “Immenso”, riferiti all’aria, alla solitudine, all’Universo, concetti prevalentemente astratti e irraggiungibili.

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