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Canto notturno di un pastore errante dell'Asia – Giacomo Leopardi

Il “Canto notturno di un pastore errante dell'Asia” è un testo poetico, suddiviso in sei strofe, scritto da Giacomo Leopardi nel 1836.
“Canto notturno di un pastore errante” appartiene alla categoria dei grandi idilli, poesie i cui temi sono più metafisici, in quanto si incentrano sulla ricerca del significato della realtà che ci circonda.
Leopardi ha una visione filosofica che può essere definita nichilista. Alcuni studiosi l’hanno definita “pessimismo cosmico”, però in realtà, le domande esistenziali che Leopardi si pone sono quelle che più o meno ogni essere umano si è posto nel corso della propria esistenza.
Nella prima strofa, il pastore dialoga con la Luna. Tale dialogo diventa paradigma del dialogo più ampio tra l'uomo e la natura matrigna (matrigna in quanto portatrice di sventura e dolore per l'uomo).

Nella seconda strofa, Leopardi riprende un’immagine che aveva già espresso precedentemente nello Zibaldone, ovvero quella della vita come il viaggio di un anziano che vaga portando con sé un pesante fardello, per poi essere dimenticato dopo la sua morte.
Leopardi adopera un linguaggio poetico sublime, puro ed essenziale.
Dalla quinta strofa in poi, Leopardi cambia interlocutore e il protagonista si rivolge ad un gregge. Il pastore considera il gregge fortunato perché non si interroga circa le questioni esistenziali, bensì si limita a vivere la propria vita.
Leopardi afferma che la sofferenza segna la vita dell’uomo sin dalla nascita. Il pastore si interroga riguardo il senso della vita: “perché nascere per soffrire?” Nel suo “dialogo sordo” con la Luna, il pastore giunge soltanto alla conclusione secondo la quale alla Luna non importa delle domande esistenziali umane perché è immortale e non è soggetta alla sofferenza.

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