Vita


Giuseppe Ungaretti nacque l’8 febbraio 1888 ad Alessandria d’Egitto. I genitori provenivano da Lucca, ma il padre morì nel 1890 vittima di un infortunio mentre lavorava come operaio negli scavi per il canale di Suez. Ad Alessandria d’Egitto frequentò l’Ecole Suisse Jacot, e iniziò ad occuparsi di letteratura e filosofia, studiando da Leopardi a Nietzsche. Nel 1912 passando per l'Italia, si reca a Parigi, dove frequenta il College de France e la Sorbona. Tra i professori illustri c’è anche il filosofo francese Henri Bergson. Approfondisce la conoscenza della poesia decadente e simbolista da Baudelaire a Malarmé, il quale lo influenza. Frequenta gli ambienti all’avanguardia conoscendo Apollinare, Picasso, Braque, De Chirico e Modigliani. Nel 1915 pubblica le prime poesie su “Lacerba”, poiché aveva contatti con Papini, Soffici, Palazzeschi. Nel 1914 Ungaretti arriva in Italia, si arruola come volontario in un reggimento di fanteria, combatte sul Carso. In questo periodo scrive le liriche che poi pubblicherà a Udine nel 1916 con il titolo “Il porto sepolto”, le stesse liriche verranno pubblicate nuovamente in “Allegria di naufragi” del 1919. Entrambe le due raccolte confluiranno nell’Allegria. Nel 1918 è nuovamente a Parigi, e nel 1919 si sposa con Jeanne Dupoix. Nel 1921 si trasferisce a Roma, aderirà al fascismo poiché era convinto che la dittatura potesse rafforzare la solidarietà nazionale. A partire dal 1919 inizia a scrivere le poesie raccolte nel “Sentimento del tempo” pubblicate nel 1933. Collabora ai più prestigiosi periodici italiani, è il redattore di “Commerce” e condirettore di “Mesures”, riviste molto importanti e prestigiose sul piano europeo. Ungaretti è uno dei più noti intellettuali italiani, colui che definirà la poesia ermetica. Nel 1936 è chiamato a ricoprire la cattedra di letteratura italiana presso l'università di San Paolo in Brasile fino al 1942, anno in cui ritorna in Italia ed inizia a insegnare letteratura italiana contemporanea all'università di Roma. Viene nominato accademico d’Italia, e l'editore Mondadori pubblica le sue opere, con il titolo “Vita d’un uomo”. Nel 1937 muore il fratello, nel 1939 ha la perdita del figlio. Questi due lutti famigliari insieme alle vicende della Seconda guerra mondiale, fanno maturare in lui una dolorosa consapevolezza, ed infatti la prima raccolta del dopoguerra “Il dolore” del 1947 è segnata profondamente da queste esperienze. Pubblica molte opere:
-“La terra promessa” 1950
- “Un grido e paesaggi” 1952
- “Il taccuino del vecchio” 1961
- “Il potere nella città” 1949 (prosa)
- “Il deserto e dopo” 1961 il quale comprende gli articoli di viaggio pubblicati nella “Gazzetta del Popolo”
- “Vita d’un uomo” 1969 in questa raccolta egli pubblica tutte le sue poesie.
Ungaretti morì a Milano, nella notte tra l’ 1/2 Giugno 1970.
- Nel 1974 viene pubblicata una raccolta degli scritti critici con “Saggi e interventi”. Ungaretti compì anche una grande opera di traduzione, tradusse sonetti di Shakespeare, Góngora, Malarmé, la Fedra di Racine, le Visioni di William Blake.
I principali temi della raccolta l’Allegria, sono:
-l'infanzia e l'adolescenza trascorsa ad Alessandria d’Egitto;
- l'esperienza del fronte, la quale offre a Ungaretti spunti per lirica cruda e sofferta. La guerra è vista da Ungaretti come un’occasione per riscoprire il valore della solidarietà e di ritrovare le proprie radici tramite il contatto con gli altri.
- Ungaretti compie riflessioni sul significato della poesia, in altri testi compaiono motivi del naufragio e del viaggio, i quali rappresentano la tensione verso un’altra dimensione, identificata con l'assoluto, o con la morte.

Veglia tratto da “l’Allegria”


Questa poesia uscì a Firenze del 1919 e presenta la reale esperienza di guerra. Ungaretti ha passato la notte accanto ad un compagno ucciso, ha accanto la morte e guardando il compagno ucciso capisce il valore della vita. È una poesia datata “Cima quattro il 23 dicembre 1915”, essa è una montagna al confine con il Trentino Alto Adige, il 23 dicembre il poeta si trova al fronte, e lì scrive.
La prima strofa è costituita da un unico e ininterrotto discorso poetico. Il poeta è vicino al cadavere sfigurato e deformato. Il poeta con la bocca digrignata, a causa del dolore provato, guarda la luna piena. In questa strofa racconta la morte, presenta termini espressionisti, immagini violente e crude. C’è una ripetizione voluta della lettera T. La guerra appare ridotta a un macabro confronto, non è più eroica e rivela tutta la sua crudeltà. Questo senso di orrore è ribadito dall’uso ricorrente di participi passati.
Nella seconda strofa, racconta la vita. Scrive lettere piena d'amore ai suoi famigliari. La seconda strofa è molto breve, ha solo 3 versi, ed è quasi una sentenza. Sembrerebbe quasi rifarsi alla lirica di Puccini, nella quale il protagonista prima di essere fucilato dice “e non ho mai amato così tanto la vita. È possibile che Ungaretti conoscesse questa lirica. Conclude dicendo “non sono mai stato attaccato alla vita” poiché aveva visto la morte così vicino a lui.

I fiumi tratto da “l'Allegria”


Il fiume è l'antico simbolo della vita che scorre, tutte le grandi antiche civiltà, sono sorte vicino ai fiumi (es. Roma-Tevere). In questa poesia il fiume è anche il simbolo dei luoghi in cui il poeta Ungaretti è stato. Questa è la poesia della consapevolezza, immergersi nell’ Isonzo equivale al ricordo di tutti i fiumi che hanno segnato la sua esperienza. Prende coscienza di sé, chiarisce il suo percorso biografico tramite il ricordo dei fiumi. L'acqua è un evidente simbolo della vita, dalle sue origini ancestrali, alla chiarezza del presente. Il Nilo rievoca la stagione libera e avventurosa dell'infanzia e della prima giovinezza africana. La Senna richiama gli anni parigini della formazione artistica e intellettuale, con la scoperta della vocazione letteraria. (Verso 55 e 60)
Quando era soldato nella prima guerra mondiale il fiume che scorre in quel luogo, è l’Isonzo, poi si parla del Serchio, che scorre vicino a Lucca ovvero la città dove vivevano i suoi genitori. È un affluente dell'Arno. Infine parla del Nilo ad Alessandria d’ Egitto, e della Senna a Parigi. Sono 14 strofe di versi liberi, c’è un luogo e una data ovvero “16 agosto 1916”.
Si è lavato nell’Isonzo, ha lavato i suoi panni. Versi 1-41
Verso 47- Serchio
Verso 52 Nilo
Verso 57 Senna

La prima strofa ha un carattere introduttivo, è notte, il poeta è di passaggio, intorno c’è tristezza e squallore, e un albero mutilato. L’albero mutilato allude alla devastazione della guerra, non solo alla devastazione sulla natura ma neanche sull'uomo, nelle città e nelle società. Il poeta si trova in una dolina, ovvero in una conca dove ristagna l'acqua, è una conca abbandonata, come prima e dopo del circo. Il poeta guarda le nuvole e il loro passaggio sulla luna.

Nella seconda strofa troviamo l’Isonzo, il poeta si è lavato, ha nuotato, è uscito dall'acqua, lavandosi compie il rito di purificazione. C’è un senso di armonia con la natura e di contatto con il fiume. Il fiume viene rappresentato tramite la metafora “in un’urna d'acqua”, lì il poeta ha riposato, come se l'acqua proteggesse la sua fragilità.

Nella terza strofa il poeta si definisce solo con quattro ossa, questa è una sineddoche, si definisce così poiché oltre alla sua fragilità era molto magro a causa della scarsità di cibo dovuto alla guerra. Il poeta si è allontanato come un acrobata sull’acqua, è un evidente richiamo al miracolo compiuto da Cristo.

Nella quarta strofa il poeta è sdraiato a terra vicino ai suoi panni e si definisce “come un beduino”, questa immagine è collegata alla sua infanzia in Egitto.

Nella quinta strofa il poeta si riferisce all’Isonzo, simbolicamente l’Isonzo allude alla fragilità, ma qui il poeta si è riconosciuto come “docile fibra dell'universo”. La fibra è un filo, una particella che appartiene all’immensità del creato, ed egli in questo momento prova un sentimento di raggiunta armonia.

Nella sesta strofa esplicita la sua sofferenza, sofferenza che egli prova quando non si trova in armonia con il creato.

Nella settima strofa il poeta compie una personificazione della natura. L’acqua che scorre nell’Isonzo è percepita dal poeta come delle mani che lo toccano. Il contatto che egli ha con l'acqua è lo stesso che prova con l'universo.

Nell’ottava strofa e nella nona introduce gli altri fiumi della sua vita, che spiegherà nelle strofe successive.

In quest’ultima parte della poesia, c’è un’anfora, che apre ogni strofa che ripercorre tutte le tappe della sua esistenza a partire dal Nilo, a partire dalle sue origini famigliari.

Nella decima strofa il poeta si riferisce al Serchio, il fiume toscano che rappresenta la sua famiglia.

Nell’undicesima strofa il poeta si riferisce al Nilo, ovvero il fiume che lo ha visto crescere, nel luogo dove ha trascorso la sua giovinezza.

Nella dodicesima strofa il poeta si riferisce alla Senna, dunque si riferisce al periodo che ha trascorso a Parigi a studiare, durante il quale ha appreso molto ed ha avuto molte esperienze.

Nella tredicesima strofa pensa ai suoi fiumi, grazie all’Isonzo egli ha avuto questi pensieri.

L'ultima strofa ci riporta alla situazione originaria. Ora è notte, è un ritorno alla situazione iniziale. Da ognuno dei fiumi traspare nostalgia, mentre la vita del poeta è paragonata a una “corolla di tenebre”. Le tenebre racchiudono la vita del poeta come una corona di petali. La vita è circondata dalle tenebre, tramite la poesia si può illuminare il percorso ma non si potrà mai raggiungere la vera essenza.
Il poeta utilizza la prima persona, il componimento ha un carattere autobiografico.

Mattina tratto da “L’Allegria”


È uno dei testi più celebri di Ungaretti. È un esemplare del frammentismo lirico. È la poesia manifesta di Ungaretti. Sono due versi, due trisillabi, mettendoli insieme viene fuori un settenario.
La poesia è datata “Santa Maria La Longa 26 gennaio 1917”
Inizialmente quando scrisse il “Porto sepolto”aveva un titolo “Cielo e Mare”, poi quando questa poesie è stata inserita nell'Allegria l’ha chiamata Mattina. È un momento quasi mistico come se entrasse in contatto con l'assoluto. Elimina ogni riferimento storico e autobiografico. La sua esperienza è ridotta all'osso. In questa poesia c’è la purezza assoluta della parola, “Mi illumino d’immenso”. Pur essendo breve ha un’attenta ricerca di musicalità. Ha fatto due versi per dare la possibilità di una lettura sillabata, nonostante sia corta ha una grande musicalità, ripetizione di Mi, mi, im e men.

Soldati tratto da “L’Allegria”


In questa poesia troviamo un’analogia tra i combattenti ovvero i soldati che sono già indicati nel titolo e le foglie d'autunno destinate a cadere dall’albero. Il titolo è parte integrante del componimento, è un elemento essenziale affinché possa essere compresa. Il concetto di fondo è la precarietà della condizione umana. Comunica il senso dell'attesa, e non il senso dell’angoscia. Nella vita si è in attesa della morte. È una poesia datata, “Bosco di Courton luglio 1918”.
È stata scritta quando il reggimento di Ungaretti è stato spostato in Francia nella regione della Champagne. Scritta nell'ultimo anno di guerra, sul fronte francese. Troviamo un riferimento ai soldati in trincea, in attesa dell'attacco della morte. Si fa riferimento alla brevità della vita, in confronto all’eternità. C’è una similitudine tra i soldati e le foglie, i soldati cadono morendo, come le foglie in autunno cadono dagli alberi. Ungaretti esprime l'essenzialità. C’è anche una musicalità nascosta, i primi due versi sono un settenario così come gli altri due. Gli altri due sono assonnanti, caratterizzati dalla presenza di gli in sugli e foglie. Ungaretti ricerca l’essenzialità.

Non gridate più tratta da “Il dolore”


La lirica prende spunto dal bombardamento che c’è stato a Roma nella seconda guerra mondiale, nel quartiere del cimitero monumentale di Roma, del Verano. La lirica prende spunto da questo bombardamento per parlare della disumanità della guerra. La guerra non si ferma neanche davanti alla morte. Il degrado dell'uomo è arrivato a toccare la terra.
Nella prima strofa Ungaretti presenta l’esortazione a sospendere i gesti e le parole che incitano alla violenza. Invece di uccidere i morti bisognerebbe cercare di non perire. Si tratta di rispetto per i defunti.
Nella seconda strofa c’è un parallelismo tra il sussurro dei morti e l'erba che cresce, definita “lieta dove non passa l'uomo”. L'uomo rompe l'armonia cosmica.
Sono presenti delle rime interne: cessate gridate sperate.
Le parole chiave che rimandano all'antitesi, morte-vita, sussurro-rumore.
Questo componimento è un invito alla solidarietà, infatti Ungaretti utilizza verbi all’imperativo. La forza degli imperativi è quella di una preghiera, che invita gli uomini a salvare la loro stessa umanità. Nel primo verso Ungaretti utilizza l’adýnaton (figura retorica che consiste nel sottolineare con enfasi un fatto impossibile). Le esortazioni e la ripetizione “Non gridate più, non gridate” riprende la tradizione della poesia civile, in particolare quella di Foscolo.
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